da Monthly Review -
February 2005, Volume 56 — Number 92005
http://www.monthlyreview.org/0205amin.htm
India, una
Grande Potenza?
di Samir Amin
Con una popolazione di circa un miliardo di persone, vicina a quella della
Cina, e una percentuale di crescita economica superiore alla media mondiale,
l’India viene ora frequentemente identificata come una delle possibili grandi
potenze del ventunesimo secolo. Lo scopo di questo articolo è mettere in dubbio
questa prognosi, essendo le condizioni necessarie perché l'India diventi una
grande potenza moderna, a mio parere, lontane dall’essere certe.
I miei dubbi derivano dal
fatto, di cruciale importanza, che l’India indipendente non ha colto la sfida
principale di trasformare radicalmente le strutture ereditate da capitalismo
coloniale. E’ indubbio che la classe dominante dell'India indipendente decise
di innestare un piano nazionale borghese sopra questo lascito, che in gran
parte è stato preservato. Esaminando successi, limitazioni ed anche i
fallimenti di questo progetto, pongo il problema che il dibattito liberale
modernista dominante ha evaso dall'inizio: la borghesia indiana è condannata al
consumismo conseguente allo status delle strutture del capitalismo periferico
del paese? E di conseguenza, è possibile l'accesso dell'India allo status di
grande potenza moderna senza l’evento di una vera rivoluzione sociale?
Eredità coloniale
La colonizzazione britannica trasformò essenzialmente l’India in un paese
dipendente dal capitalismo agricolo. A questo fine, gli inglesi stabilirono
sistematicamente forme di proprietà privata della terra agricola, negando alla
maggioranza dei rurali l'accesso ad essa. Queste forme generarono lo sviluppo
di prevalenti grandi appezzamenti di terreno nel Nord del paese che erano meno
svantaggiosi rispetto alle proprietà di media grandezza della relativamente più
agiata ruralità del Sud. La maggioranza dei rurali si trovò trasformata in
poveri contadini praticamente senza terra. Il prezzo di questo sbilanciato
approccio capitalista allo sviluppo agricolo sono le condizioni di incredibile
povertà nelle quali vive la grande maggioranza della popolazione indiana.
La via universale per
organizzare la gestione della terra non è attraverso la proprietà privata- come
attualmente le menti deformate dal pensiero occidentale credono
automaticamente- ma la proprietà derivante da una comunità politica. Nell’India
pre-coloniale le comunità di villaggio spartivano la terra (sulla base di principi
estremamente inegualitari, riferiti al sistema gerarchico di casta). I
villaggi, a loro volta, erano soggetti ad una comunità politica superiore, lo
stato (il quale imponeva tasse sulle comunità sotto la sua autorità). Gli
inglesi li promossero responsabili per questa gestione politica, con gradi
diversi di autorità, al rango di proprietari privati, imponendo loro il
particolare modello del capitalismo occidentale- lo stesso seguito negli altri
paesi europei come in America e nelle colonie dell’Asia e dell’Africa. Oggi, i
funzionari della Banca Mondiale non hanno i mezzi intellettuali per comprendere
che, quello che loro raccomandano come il solo approccio universale (proprietà
privata della terra), è soltanto uno degli approcci, il cui il successo in una
piccola parte del mondo nasconde il fatto che rappresenta un vicolo cieco per
il resto del mondo.
All'inizio, negli anni ‘30,
i Comunisti indiani chiedevano che questo lascito fosse sfidato e
sottoscrissero il programma più integrale di riforme, “terra per tutti i
contadini”. I borghesi nel Partito del Congresso non lo portarono mai avanti
nel paese e l’India indipendente ridusse le sue promesse ai contadini ad una
sembianza di riforma agraria, senza un vero impatto. Resta il fatto che, come
nel Bengala dell'Ovest e in Kerala, quando il potere dei parlamentari locali
comunisti andò un poco oltre a quanto la costituzione indiana permetteva, i
risultati positivi, registrabili in termini sociali ed economici, furono
significativi e l'appoggio popolare per i riformatori si rafforzò.
Anche se la fondamentale
richiesta di proprietà di terra agricola era stata precedentemente uno dei
principali temi di dibattito tra i comunisti ed altrove (inclusi i democratici
borghesi e i popolari), la penetrazione dell'ideologia liberale dopo la II
Guerra Mondiale (anche prima del suo apparente trionfo totale di fine secolo)
riuscì ad imporre la falsa idea che la proprietà privata della terra fosse
essenziale, che non c'era nessuna alternativa all'approccio occidentale (nel quale
la ruralità scompare, essendo assorbita dallo sviluppo capitalista urbano) e
che la richiesta di riforme agrarie era perciò questione sorpassata. La Banca
Mondiale mise in essere la ‘rivoluzione verde’ e la così detta riforma agraria
del ‘mercato protetto’. La loro realizzazione finì in un disastro, con il
rafforzamento dell'ineguaglianza sociale e l’aumentata dipendenza dei
produttori agricoli dal capitale sempre dominante (che era infatti il vero,
sebbene inconfessato, obiettivo di queste politiche). L’India è un esempio
eccellente di questo. Sappiamo anche che le riforme agrarie e il
mercato-protetto messi a punto dalla Banca Mondiale, dal Brasile al Sud Africa,
sono finiti in farsa. Purtroppo oggi, gran parte della sinistra, inclusi
importanti settori dei partiti comunisti indiani, è contaminata dalle
sciocchezze propagate dall’ideologia liberale. I tradizionalisti che puntano a
stabilire quello che loro immaginano sia l’autentico e originale ordine
sociale, si guardano bene dallo sfidare questo lascito della colonizzazione che
porta profitto alle minoranze privilegiate! I nazionalisti indù in India, come
i difensori dell’Islam politico altrove (in Pakistan in particolare),
sottostanno all'espansione del capitalismo periferico dipendente.
In India, l'ostacolo al progresso costituito da questa eredità coloniale è
aggravato dalla persistenza del sistema di casta. Il “caste inferiori” (oggi
note come Dalit) e le popolazioni tribali cui è dato lo stesso status, sono un
quarto della popolazione dell'India (circa 250 milioni di persone). Private di
accesso alla terra, sono una massa di lavoratori disponibili a ogni genere di
impiego e orario di lavoro per la mera sussistenza. Il persistere di questa
situazione rinforza le idee reazionarie e favorisce l'esercizio del potere a
beneficio della minoranza privilegiata: gioca una parte nell'attenuare- e anche
nel neutralizzare- ogni protesta dalla maggioranza sfruttata che si è inserita
tra la minoranza degli sfruttatori e lo status oppresso di Dalit e comunità tribali.
Naturalmente, la
colonizzazione britannica si guardava bene dallo sfidare il sistema di casta,
nascondendosi dietro la finzione ipocrita di rispettare la tradizione (cosa che
invece gli inglesi non facevano quando non andava loro bene, ad esempio quando
privatizzavano la proprietà della terra!) Ma allo stesso tempo il potere
coloniale manipolò la situazione a proprio beneficio permettendo ai Dalit di
accedere, attraverso l’istruzione, a posizioni di collaborazione. Si potrebbe
dire che i poteri nell’India indipendente hanno continuato questa tradizione,
che è stata seriamente messa in dubbio solamente durante il breve tempo in cui
l’alleanza di sinistra condotta da V. P. Singh (e sostenuta da parlamentari
comunisti) era nel potere. Naturalmente la destra indù non ha nulla da dire in
merito! E oggi gli US- usando come loro intermediari le Ong che proclamano di
difendere i diritti- cercano di manipolare le proteste della comunità Dalit e
di contenerli in spazi nei quali sono del tutto inoffensivi alla gestione del
capitalismo.
Fortunatamente, questa
situazione sembra sulla via di essere superata dalla radicalizzazione della
lotta, sotto forma di sollevazioni, condotte in particolare dai contadini
maoisti Naxalite. Vero è che queste sollevazioni sono state sconfitte, nel
senso che non sono ancora riuscite a definire e stabilizzare regioni liberate
dal potere popolare. Nondimeno, la resistenza armata a guida maoista,
cominciando a sfidare le strutture proprietarie ereditate dal colonialismo ed
il sistema di casta, ha spianato la strada per le mobilitazioni rivoluzionarie
a venire. Il principale evento delle ultime due decadi, l'arrivo dei Dalit
sulla scena politica, senza dubbio, è almeno in parte il prodotto del
Naxalismo.
Successi e limiti del progetto nazionale populista
I governi del Partito del Congresso dell'India indipendente perfezionarono un
piano nazionale tipico del loro tempo, che venne influenzato dalle vittorie dei
movimenti di liberazione nazionali dell’Asia e dell’Africa dopo la II Guerra
Mondiale. I partiti (le forze politiche che sono state mobilitate durante
questa lotta per indipendenza, modernizzazione e sviluppo) una volta al potere,
hanno goduto di innegabile legittimità ma i piani che hanno attivato sono stati
minati dalle ambiguità che hanno caratterizzato i movimenti di liberazione
stessi. Questi piani erano antimperialisti- dal momento che capirono pienamente
che la modernizzazione e lo sviluppo richiedevano in primo luogo la liberazione
nazionale di tutti. Ma qui si fermarono; credendo che avrebbero potuto imporre
al sistema globale dominante (il capitalismo mondiale) le rettifiche necessarie
a permettere ai paesi dell’Asia e dell’Africa di porsi come partner uguali e
con ciò superare progressivamente gli handicap della loro arretratezza.
Nonostante i loro successi, che non sono mai da trascurare, alla fine non
riuscirono ad affrontare rapidamente le limitazioni delle loro idee
strategiche.
I dibattiti del tempo- in
l'India come altrove in Asia e in Africa- concernevano specificamente queste
idee strategiche. Era necessaria la tappa definita nel gergo Marxista del tempo
come fase “rivoluzionaria democratico-borghese”, che stava preparando la deriva
a sinistra verso ‘la costruzione del socialismo’?
Al di la della dimensione nazionale
data, il piano di quelli al potere includeva misure sociali, di più o meno
grande significato, imposte loro dalla grande alleanza del popolo contro
l’imperialismo, imposte anche su quelli delle classi dominanti che non
aspiravano ad altro che ai maggiori benefici del capitalismo. Attraverso le
varie situazioni, un denominatore comune ha unito tutti i legittimi poteri che
hanno originato la liberazione nazionale: vale a dire, il loro carattere
populista; da un lato, la volontà di assicurare che i benefici dello sviluppo
fossero redistribuiti all'intera (o a gran parte) della società, e dall'altro,
il loro desiderio di controllare il processo di togliere alle classi dominati
la possibilità di organizzarsi liberamente al di fuori del loro controllo.
I comunisti spesso hanno
espresso una chiara consapevolezza di questa contraddizione e delle limitazioni
imposte ai conseguimenti del sistema ma, per varie ragioni, come altri sotto
l'influenza dei Soviet (esprimendosi in termini di “approccio non-capitalista”),
la maggioranza di comunisti in Asia ed in Africa finì per divenire, in grado
maggiore o minore, “critica” verso le forze di appoggio ai piani populisti
nazionali in questione. La divisione, che ha opposto il Maoismo ai Soviet,
talvolta ha frenato l'estensione di questo appoggio, in particolare in Asia. I
Comunisti indiani, a gradi diversi, hanno preso le distanze dal piano nazionale
populista del Partito del Congresso. I gradi di questa distanza distinguono
anche oggi i partiti dominanti e le tendenze dei comunisti indiani; i Comunisti
indiani mantengono una posizione forte all'interno della loro società, che non
può essere comparata con quella dei comunisti arabi, ad esempio, i cui partiti
sono quasi incondizionatamente alleati a nasseristi, baathisti, e al populismo
di Bumedian.
Nonostante i suoi limiti, il
successo del piano nazionale indiano populista di Jawaharlal Nehru ed Indira
Gandhi è stato significativo, in termini sia economici sia politici.
Fin dall'inizio, la
colonizzazione portò ad una deindustrializzazione sistematica protratta nel
tempo dell'India, a beneficio della Gran Bretagna che era in corso di
industrializzazione. Perciò, l’India indipendente diede priorità alla propria
industrializzazione. Questa, almeno all’inizio, fu programmata con un alto
grado di sistematizzazione. Inoltre, combinando il grande capitale industriale
indiano privato con le imprese del settore pubblico, si cercò di rappezzare i
difetti nel sistema di produzione ereditato dalla colonizzazione, di accelerare
la crescita e rinforzare le industrie di base.
Le macropolitiche di
regolamentazione realizzate a quei tempi furono disegnate per servire a questo
piano di modernizzazione. Controllo del prezzo e del cambio estero, sussidi,
regolamentazione di imprese straniere e tecnologie prese in prestito, furono
usati per assicurare l'obiettivo principale di proteggere l’industria indiana
dagli effetti devastanti della dominazione dei mercati mondiali del capitale
imperialista. Solamente su questa via le regolamentazioni in questione
perseguirono l’obiettivo della redistribuzione- la redistribuzione sociale della ricchezza ma soprattutto la
riduzione dell’estrema povertà delle classi popolari. Questo accelerò il piano
di modernizzazione industriale, accompagnato da un piano di sviluppo della
produzione agricola (delle coltivazioni alimentari in particolare) basato sulla
rivoluzione verde (che sostituì le riforme agrarie abbandonate- la rivoluzione
rossa!), destinato principalmente a rendere il paese autosufficiente in termini
di cibo. L'intenzione era permettere di incanalare tutto il proprio reddito da
esportazione, esclusivamente a coprire le importazioni necessarie
all’industria.
L’intero piano aveva natura
in realtà capitalista, nel senso che i benefici della produzione e le
tecnologie scelte non sfidavano la ragione fondamentale del capitalismo; anche
se va detto che l'esperienza del socialismo reale esistente (anche in qualche
modo in Cina) non era poi così diversa come sembrava, nonostante l’esclusiva
presenza di proprietà pubblica. Il piano indiano comunque era meno integrale,
nel senso che il grado di disconnessione del suo sistema di produzione dal
sistema dominante nel mondo era meno sistematico che nell'Unione Sovietica o in
Cina, dove stipendi e prezzi, teoricamente pianificati, erano realmente al di
fuori di ogni paragone con quelli del sistema capitalista globale. Questa
caratteristica del piano indiano, che può essere ritrovata in altre esperienze
nazionali populiste non-comuniste (nel mondo arabo per esempio), era
strettamente in relazione con il fallimento della sfida alle strutture sociali
ereditate dalla colonizzazione.
Tutta la portata di questa
stretta relazione fu disvelata attraverso la scelta della rivoluzione verde,
che rafforzò piuttosto di indebolire la posizione delle classi rurali dominanti
e dei grandi proprietari terrieri in particolare, come sappiamo.
Da queste differenze tra il
modello nazionale indiano e quello della Cina Comunista derivano le visibili
differenze nei loro risultati. A quei tempi, la percentuale di crescita della
produzione industriale ed agricola in India non andava male, era
significativamente più alta di quanto lo fosse ai tempi del colonialismo e al
di sopra della media mondiale del capitalismo postbellico ma sulle intere
percentuali di crescita rimaneva a livelli notevolmente più bassi di quelli
della Cina. Inoltre, mentre la crescita in Cina fu accompagnata da un marcato
miglioramento nello standard di vita delle classi popolari, questo non avvenne
in India, dove dalla crescita trassero profitto esclusivamente le nuove
borghesie (che erano una minoranza, anche se nel periodo degli anni ‘30
salirono dal 5 al 15% della popolazione complessiva del paese). La povertà
delle più diffuse classi popolari rimase immutata, peggiorando anche
leggermente.
Le argomentazioni liberali
non tengono conto di queste realtà fondamentali. Ed ecco perché non sono da
sottoscrivere le conclusioni ottimistiche, disegnate da molti futurologi, che
l’India sia sul punto di godere di una crescita accelerata che la eleverà allo
status di una grande potenza moderna, seguendo l'esempio della Cina. In quanto
la Cina ha il vantaggio del lascito della sua rivoluzione integrale mentre
l’India è handicappata dal lascito non superato della colonizzazione. Questo
è il motivo per cui la crescita
economica della Cina, sostenuta da sistemi di investimento che sono più
favorevoli allo sviluppo del complessivo sistema di produzione, continua a
prevalere in confronto alla crescita in India. Resta il fatto che, se la Cina
divenisse troppo liberale e se l’India continuasse sulla via
dell’ultra-liberismo degli ultimi quindici anni, noi vedremmo affievolirsi la
crescita. E’ mia opinione che la questione agraria stia al cuore della sfida
che i due paesi stanno affrontando attualmente, e penso che questa dipenda
dalla fondamentale richiesta di accesso alla terra e alla produzione di tutta
la ruralità - accesso che i contadini oggi hanno ancora in Cina (per quanto
tempo?) ma che è da sempre stato rifiutato in India.
I successi politici
dell'India indipendente sono certamente significativi. L’India è di molto più
eterogenea della Cina. Fu precisamente solo giocando sulla diversità dei suoi
popoli (e stati) che la colonizzazione britannica riuscì ad imporre il proprio
potere in India. Va dato atto al movimento di liberazione nazionale per i suoi
successi nel sostenere l'unità della nazione federale indiana. La ragione di
questo successo è il laicismo dello stato indiano che neanche la
tendenza del culturalismo
indù non è riuscita nel minare. La differenza nel comportamento di governi
indiani e maggioranza della società indiana verso la sua minoranza musulmana ed
il comportamento di governi e società a direzione Musulmana e verso le loro
minoranze cristiane, per esempio, dimostra il valore del laicismo. Questo
progresso democratico non è reperibile in altre regioni del mondo (nel mondo
arabo e musulmano in particolare). Certo, questa affermazione ha bisogno di
essere verificata. Vi sono diverse prove (inclusi i Sikh da un lato e le lotte
nazionali dei popoli del Nord-Est dall'altro) delle limitate capacità del
regime di trattare correttamente le questioni nazionali.
L'esperienza dell’India del
giorno d’oggi dimostra la superiorità incontestabile della democrazia e la
futilità di argomenti in appoggio di una gestione autocratica, la cui maggior
effettività viene spesso evocata. Ciò resta vero nonostante i limiti evidenti e
il contenuto di classe della democrazia borghese in generale, e il peso di ciò
nell’esperienza indiana. A onore del movimento di liberazione nazionale
(Congresso e comunisti), questa scelta probabilmente è stata il solo modo
possibile di gestire i vari interessi sociali e regionali (anche se
limitatamente a quelli delle classi privilegiate). Ed anche l'unico modo di
conquistare l’appoggio popolare per il piano della minoranza di costituire un
blocco egemonico.
Sulla scena internazionale,
l’India indipendente lavorò per formare il fronte Sud del tempo, il Movimento
dei Non Allineati, le cui origini posano nella Conferenza afro-asiatica
tenutasi in Bandung (1955). Neppure la collisione frontale dell’India con la
Cina, mise apertamente in questione questa la strategia antimperialista.
I liberali e la svolta culturalista
L'erosione del piano nazionale populista, era inevitabile in India, come lo è
stato altrove, a causa delle sue limitazioni e contraddizioni. Queste e la
delegittimazione del potere che ne è conseguita, fecero salire un’offensiva di
forze oscurantiste, sostenute dalla classe dominante compradora e da gran parte
della classe media (la cui espansione stava diminuendo, assalita in modo
crescente dalle difficoltà) e motivate dalle istigazioni e dalle manovre
dell’imperialismo degli Stati Uniti. La svolta verso il liberalismo del 1991
iniziò all’interno della leadership del Partito del Congresso, ma i suoi
beneficiari politici, come altrove, sono stati intellettuali che hanno trovato
un pubblico pronto per le loro illusioni irrazionali nelle tensioni sociali e
nel disagio che sempre accompagnano le riforme liberali.
In India, queste illusioni
oscurantiste hanno un nome: Hindutva. Questo termine designa l'affermazione
della priorità dell'aderenza alla religione indù, definita come il “la vera
identità” del popolo del paese, come opposto al concetto di “Bharatva”, che si
riferisce alla nazione. Chiaramente, questa affermazione indù non sfida
particolarmente il lascito coloniale riguardo alla proprietà terriera o il
rispetto per il sistema gerarchico di casta. A questo proposito, come i
comunisti indiani non hanno cessato di indicare, le illusioni oscurantiste
servono perfettamente gli interessi del potere imperialista. Il “le
specificità” con cui i loro discorsi pseudo-nazionali e fintamente
antimperialisti sono riempiti, sono assolutamente indegne. Essi alimentano di
nuovo il separatismo della comunità (in questo caso, in senso anti-musulmano),
che il potere coloniale aveva usato ai suoi tempi, per contrastare le nascenti
aspirazioni ad una laica, democratica, moderna, liberazione nazionale.
Nulla differenzia questa
regressione da quella che affligge le altre società periferiche che sono
vittime della stessa erosione del piano populista nazionale, le società arabe e
musulmane in particolare. Il parallelo con l’Islam politico è chiaro.
Nondimeno, questa deriva
contraria non sembra essere così marcata in India come nei paesi arabi e
musulmani. La ragione di ciò sta nel fatto che i partiti Comunisti indiani
hanno mantenuto la loro distanza dal piano del Partito del Congresso per
l'India indipendente, mentre quelli dei paesi arabi e musulmani si sono
allineati quasi incondizionatamente a piani similari dei populisti. Di
conseguenza, i Comunisti in India hanno mantenuto (o anche espanso) un grado di
popolarità che protegge la società dalla regressione, nel tempo in cui quasi
tutti i movimenti Comunisti stavano entrando una fase di declino.
Il declino qui si è quindi
unito ad una rinnovata radicalizzazione di lotte sociali. Una prova di questo
può essere vista nell’offensiva Naxalite che, nonostante errori tattici di
valutazione, ha ridestato una consapevolezza rivoluzionaria fra la ruralità di
aree enormi, di circa 1/3 dell'India. Un’ulteriore prova può essere vista
nell'entrata decisa dei Dalit nella lotta politica e sociale (senza dubbio un
risultato della radicalizzazione della ruralità) e nel radicato attaccamento
delle classe media alla democrazia.
Questo spiega perché il
crollo della legittimazione del Partito del Congresso, che ne era depositario
quasi esclusivo, non abbia prodotto una vittoria definitiva della destra. Il
primo governo di destra fu rovesciato da un’alleanza elettorale di sinistra
condotta da V. P. Singh, che offrì la più grande influenza ai Comunisti nella
vita politica del paese. Quest’alleanza, ancora fragile, non fu capace di prevenire
la rimonta elettorale della destra ma, a sua volta, un secondo esperimento di
governo induista-consumista, che sottoscrisse completamente i dettami
dell’offensiva imperialista accelerando la liberalizzazione economica, fallì,
nelle elezioni del 2004 le tesi del culturalismo indù ed il liberalismo
promossi dalla borghesia compradora e dai suoi padroni imperialisti, furono
considerati dalla maggioranza dell'elettorato indiano congiuntamente
responsabili per la catastrofe sociale. Questa situazione non è avvenuta
altrove, specialmente non nei mondi arabi e musulmani.
Ma la battaglia è lontana
dall'essere vinta dalla sinistra indiana. I problemi organizzativi che affronta
il movimento comunista indiano, diviso, sono scoraggianti. Una cooperazione
effettiva nella lotta richiederà un sforzo massiccio per superare gli ostacoli
storici, non ultimo tra i quali, le forme antidemocratiche dell’organizzazione.
La lunga e difficile marcia di globalizzazione alternativa
Le dominanti argomentazioni liberali, non solo non considerano l’esistenza di
alcuna alternativa al liberalismo economico e alla forma di globalizzazione che
l’accompagna ma pretendono anche che chi sostiene questa scelta sia da
considerarsi progressista e che debbano prevalere tutte le persone dotate di
uno spirito intraprendente. Riconoscere che questo sia assurdo, che sia stato
confutato dai fatti e che non possa reggere a nessuna seria riflessione
teoretica, non è abbastanza. Costruire un’alternativa sociale e progressiva che
dia luogo ad una diversa integrazione globale- completamente diversa da
politiche, economie e ideologie del mondo neoliberale (vera
alter-globalizzazione) è ancora difficile e la marcia in questa direzione sarà
lunga.
Per quanto concerne l’India,
la creazione di tale alternativa comporta che vengano necessariamente trovate
risposte adatte a soddisfare le seguenti quattro sfide principali:
1)Trovare una soluzione
integrale alla questione rurale indiana, basata sul riconoscimento del diritto
di accesso alla terra per tutti i contadini, nelle condizioni più egualitarie
possibile. Questo, a sua volta, significa l'abolizione del sistema di casta e
l'ideologia che lo legittima. In altre parole l’India deve avanzare verso una
rivoluzione radicale come quella della Cina.
2) Creare un fronte unito di
lavoratori, che integri i segmenti delle classi operaie relativamente
stabilizzati con quelli che non lo sono. Questa sfida è comune a tutti i paesi
del mondo moderno e particolarmente a tutti quelli della periferia del sistema
che sono caratterizzati dagli effetti enormemente distruttivi della nuova
povertà (disoccupazione massiccia, mancanza della sicurezza di lavoro e
l’emergere delle condizioni infelici nel lavoro nero). È dovere dei
sindacalisti, dei Comunisti, e degli attivisti dei movimenti popolari, di
inventare nuove forme di lotta per proporre la democrazia partecipativa e
riuscire a definire insieme gli scenari di una strategia comune di lungo
termine.
3) Mantenere l'unità del
subcontinente indiano, definendo un autogoverno democratico locale e rinnovando
le forme di associazione dei vari popoli che costituiscono la nazione indiana
su basi democratiche rafforzate. Sconfiggere le strategie (e le scelte
tattiche) che l’imperialismo persegue, nel suo costante obiettivo di esautorare
i grandi stati, dal momento che questi sono più capaci dei micro-stati di
resistere gli assalti dell’imperialismo.
4) Concentrare le scelte
politiche internazionali sul problema centrale di ricostruire un fronte del
popoli del Sud (principalmente la solidarietà del popoli dell’Asia e
dell’Africa) in circostanze che, chiaramente, non sono più quelle che hanno
accolto la formazione del Movimento dei Non Allineati ai tempi di Bandung
(1955–1975). Dare la massima priorità all'obiettivo di far deragliare il
progetto degli Stati Uniti per il controllo militare del pianeta e contrastare
la manovra politica di Washington, il cui scopo è prevenire ogni serio
riavvicinamento tra India, Cina e Russia.
Le forze politiche e sociali
che impediscono all’India di muoversi nelle direzioni summenzionate sono
considerevoli. Esse costituiscono un blocco egemonico che incide per 1/5 della
popolazione, oltre la grande borghesia industriale, commerciale e finanziaria,
i grandi possidenti, i contadini benestanti, le classi medie, l’alta burocrazia
e tecnocrazia. Questi 200 milioni di indiani sono i beneficiari esclusivi del
piano nazionale perfezionato finora. Non c’è dubbio, nell’attuale momento di
grande trionfo liberale, che questo blocco stia crollando, sotto l'effetto, tra
l’altro, della fine della mobilità sociale verso l'alto delle classi medie più
basse, che sono minacciate dalla perdita della sicurezza di lavoro, di
impoverimento se non di completa povertà. Questa situazione fornisce alla
sinistra l'opportunità di sviluppare tattiche, se ci riesce, per indebolire la
coesione di queste forze reazionarie in generale ed in particolare il loro
approccio consumista, che è la cintura di sicurezza per la dominazione
imperialista globalizzata. Comunque, offre anche opportunità alla destra indù,
nel caso che la sinistra fallisca.
Noi spesso sentiamo dire che
questa “nazione di 200 milioni di persone,” che costituisce un grande mercato,
comparabile da solo a quello di molti grandi paesi europei, è il futuro
dell'India; mentre la maggioranza, che conta 800 milioni di indiani molto
poveri, non è nulla se non una palla al piede cui il paese è incatenato. Oltre
ad essere detestabile, questa opinione reazionaria è inattesamente stupida. La
minoranza è privilegiata solo perché sfrutta le risorse del paese e dei
lavoratori che sono la maggioranza.
La minoranza che costituisce
questo blocco, perciò, è in una situazione che esclude in India la riproduzione
del compromesso storico capitale-lavoro, sulla quale si fondò la democrazia
sociale dell'occidente sviluppato. La dissertazione che compara il fordismo
periferico al fordismo delle regioni sviluppate è basata sull’enorme mancanza
di comprensione dell'impatto di ognuno di queste due formule: il fordismo
occidentale spartì i benefici dell’espansione capitalista con la maggioranza delle classi operaie, mentre
il fordismo periferico opera a solo beneficio delle borghesie. L’India non è
l'unico esempio di ciò; Brasile e Cina oggi sono in situazioni simili.
La gestione di questo blocco
egemonico attraverso una democrazia politica, come è l’India, non riduce la
portata della sua classe reazionaria. Al contrario, è il modo più efficace di
rafforzarla.
Questo blocco egemonico che
domina la società indiana è ben integrato nella base razionale della
globalizzazione capitalista dominante e finora non è stata sfidata da nessuna delle varie forze politiche
contrarie. Il progetto nazionale indiano rimane ancora fragile, incapace per
sua stessa natura di estendere all'intera società, anche in forma limitata, un
capitalismo “razionalizzato”.
Questa vulnerabilità risulta
nel comportamento frequentemente opportunistico della classe politica indiana,
giustificata molto spesso da argomenti politici a corto-termine. Di fronte al
piano degli Stati Uniti per il supremo controllo (militare) del pianeta e
l'allineamento imperialista collettivo della triade (US, Europa, e Giappone),
la classe politica indiana è stata finora incapace di produrre e perfezionare
le necessarie misure contrarie. Che comporterebbero la creazione di un fronte
unito di India, Russia e Cina, tutti minacciati in ugual misura dal consumismo
derivante dalla nuova espansione imperialista. Che comporterebbero
probabilmente anche una ricerca più sistematica di riavvicinamento con
l'Europa, nel caso questa intendesse tenere la sua distanza dal piano egemonico
di Washington. I dirigenti dell'India non valutano davvero questa prospettiva,
incluse quelle associazioni con formule di governo più determinate a minare la
destra indù-consumista. Al contrario, queste continuano a dare priorità ai loro
conflitti con la Cina, percepita come un potenziale avversario militare ed un
pericoloso concorrente finanziario nei mercati del capitalismo globalizzato. E
credono anche di riuscire in un possibile riavvicinamento con gli Stati Uniti,
per diventare il loro principale alleato in Asia. Ci sono altri nel terzo mondo
che hanno adottato un simile ragionamento frustrato: Brasile, Sud Africa ed
anche Cina.
Le misure richieste a
contrastare lo spiegamento di un nuovo imperialismo globale, richiedono la
ricostruzione di un fronte dei popoli del Sud. E qui, di nuovo, il compito è
tutt’altro che facile. I conflitti tra i paesi del Sud, in particolare
nell’area tra India e Pakistan, sono stati prodotti in gran parte dalla
deviazione culturalista-compradora (che è considerevolmente responsabile
dell’Islam politico), dando la precedenza e si consolidando i calcoli tattici a
corto termine della classe politica indiana.
Questo opportunismo non solo
distruggerà le condizioni necessarie per la costruzione nel lungo termine sia
di un'alternativa nazionale progressista, sia una globalizzazione alternativa
per sostenerla, ma acceca i suoi difensori al punto da far perdere loro di
vista la vulnerabilità dell’unità indiana e le manovre dell’imperialismo che
cerca di distruggerla. Non c’è da avere alcuna illusione in quest’area. Anche
se oggi la diplomazia di Washington sceglie di “sostenere l’India e la sua
unità” per ragioni tattiche, il suo piano a lungo termine è di togliere la
capacità a questo grande paese di divenire una grande potenza. Sottomettendosi
al progetto di espansione del capitalismo globale, si rinforzano le tendenze
centrifughe; questa sottomissione accentua le ineguaglianze regionali di
sviluppo. La visione dell'India, come grande potenza, è incoerente con i
requisiti aspri di un capitalismo globale sotto l'egemonia degli Stati Uniti.
traduzione
dall'inglese di BF