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- popoli resistenti - india - 17-10-08 - n. 246
La sinistra in India
La rivoluzione Naxalita
di Alberto Cruz* - CEPRID
15/10/08
Nel maggio dell’anno prossimo in India si svolgeranno le elezioni generali, in un paese di un miliardo d’abitanti e che ha appena siglato un accordo nucleare con gli Stati Uniti, collocandosi in modo inequivocabile, nell’orbita dei paesi occidentali. E’ una vecchia aspirazione dell’oligarchia indiana, che negli ultimi 19 anni si è tradotta nell’imposizione delle politiche neoliberali, smantellando la sua tradizionale economia centralizzata e privatizzando i settori principali.
Oltre a ciò, nell’intento indiano di incrementare questo percorso all’occidentalismo, l’India sta siglando accordi militari con Israele (il che ha provocato un aumento dell’islamismo e di attentati in tutte le città del paese, oltre ad attacchi contro altre confessioni religiose, in particolare contro i cristiani, come nello stato di Orissa) e sta studiando di “congelare” l’accordo per la costruzione di un gasdotto con l’Iran.
Si tratta, quindi, di un anno cruciale per la sinistra indiana, molto numerosa e con responsabilità di governo in stati come Bengala Occidentale, Kerala, Minipur, Tamil Nadu e Tipura (il che significa circa 220 milioni di indiani, quasi un quarto della popolazione del paese) tutti governati dal Fronte di Sinistra egemonizzato dal Partito Comunista Indiano (marxista).
Ma in India si sta anche assistendo alla crescita, sempre più forte, dell’insurrezione naxalita (1, si invita alla lettura dell’articolo che appare nel link di questa nota per capire il processo rivoluzionario in India), guidata dal Partito Comunista Indiano (maoista) e il suo braccio armato, l’Esercito Popolare Guerrigliero del Popolo. Esiste, inoltre, un’altra organizzazione guerrigliera spinta dal partito Comunista Marxista-Leninista Guerra Popolare. Queste due organizzazioni hanno già lanciato un appello per il boicottaggio delle elezioni.
I naxaliti si stanno trasformando in un movimento politico di portata nazionale. Sono presenti in 14 (15 secondo la mappa del CADH) dei 28 stati dell’India (Chhattisgarh, Jharkhand, Uttar Pradesh, Asma, Uttaranchal, Kerala, Tamil Nadu, Bengala Occidental, Gujarat, Andhra Pradesh, Madhya Pradesh, Orissa, Maharashtra y Bihar), questo tradotto in cifre significa che in 182 distretti, per un totale di 602 secondo la divisione amministrativa del paese, sono i maoisti che controllano la situazione (2).
Si noti che nel mese di aprile si valutava che operassero in 165 distretti (170 secondo il CADH), ed ora sono attivi in altri 17, dimostrando una crescita che non riguarda solo la campagna, ma che si sta estendendo anche nelle città, specialmente nelle zone operaie e industriali di Delhi, Mumbai, Raipur, Pune e Jammu, alternando azioni propagandistiche con azioni militari. Lo stesso governo indiano, un anno fa valutava che tra il 30% e il 35% del territorio indiano è sotto il controllo dei naxaliti (3), percentuale che nell’attualità sarà ormai cresciuta.
I successi rivoluzionari in campagna sono indiscutibili; né la polizia né i funzionari statali si azzardano ad entrare a Bastr, un’estesa zona dello stato di Chhattisgarh di circa 100.000 chilometri quadrati (4), e le loro azioni contro i paramilitari di Salwa Judum (traducibile in “Cacciatori della Pace”, armati dai latifondisti e assoldati anche dallo Stato) stanno provocando la demoralizzazione e la diserzione di questi mercenari, costantemente battuti. Il giornale “Indian Express” informava con crudo realismo ciò che è accaduto dopo un attacco maoista che ha causato 55 morti ad una forza mista di poliziotti e paramilitari: la codardia, la diserzione, l’eccessiva dipendenza degli ufficiali di polizia nei confronti della Polizia Speciale Locale [i paramilitari di Salwa Judum hanno la qualifica di agenti della polizia rurale], la carenza d’addestramento adeguato e il consumo di sostanze stupefacenti hanno concorso alla perdita di 19 poliziotti e 39 PEL [Salwa Judum]”.
Per minimizzare un po’ l’effetto della disfatta, l’articolo diceva che quell’attacco era stato portato da forze di “per lo meno 400 naxaliti” (5). Anche se le cose sono andate così, fino ad ora, il maggior numero di caduti si contano fra poliziotti e paramilitari, compresi i commandos d’élite di Andhra Pradesh, chiamati “Galgos”. Questi, nello scorso mese di giugno hanno avuto 38 morti per un attacco all’imbarcazione con cui si stavano spostando per condurre un’operazione militare contro un accampamento maoista (6).
I naxaliti sono passati dall’attività guerrigliera a quella di movimento, con una maggior accumulazione di forze seguendo lo schema classico maoista di “dieci contro uno, uno contro dieci”, cioè, obbligare le forze statali, dell’esercito o della polizia, ad assumere una posizione tattica difensiva - che è facilmente attaccabile sulla base della superiorità di forze - per obbligarli ad assumere una posizione difensiva strategica, cioè alla immobilità ed alla concentrazione delle forze in un solo punto per difendere una città o un territorio.
Si può dire che la guerriglia naxalita opera in brigate che contano fino a 300 combattenti. Se diamo retta alla stampa indiana, gli attacchi contro le stazioni di polizia, quelle dei paramilitari, di aziende minerarie, ferrovie, stazioni di telecomunicazioni, centrali elettriche e assalti alle carceri (nel dicembre del 2007 hanno attaccato il carcere di Raipur, la capitale di Chhattisgarth, riuscendo a far fuggire 299 detenuti, 100 dei quali erano guerriglieri) avvengono con squadre tra i 40 e i 150 combattenti, anche se in certe occasioni sono arrivati fino a 400. Ciononostante, non significa che i naxaliti mantengano grandi formazioni guerrigliere permanenti, ma solo che si costituiscono in funzione della strategia.
I dati spiegano meglio: nel 2007 i naxaliti hanno compiuto 8.466 attacchi a strutture poliziesche in 91 distretti di 11 stati, secondo quanto ha reso noto il Ministro degli Interni, Sriprakash Jaiswal, di fronte al Parlamento indiano (Lok Shaba, Camera del Popolo) (7). E la guerriglia sta cominciando a cercare la complicità dei poliziotti, a cui si rivolge con appelli perché passino dalla loro parte.
Dal giugno 2007, ogni volta che si verifica un attacco dei guerriglieri contro obiettivi polizieschi, i combattenti lasciano sul poso lunghi volantini in cui si può leggere: “Stai lottando per impedire la sollevazione popolare, la tua vita è in gioco perché il popolo, quello che tu ammazzi, è la tua stessa classe. Ribellati al sistema.“ (8) Merita ricordare che l’Esercito vero e proprio non è coinvolto nella lotta, anche se qualche unità d’élite ha già partecipato ad operazioni contro i dirigenti naxaliti.
La situazione è così grave che il governo, che già qualche anno fa aveva stimato che la ribellione maoista è il problema principale dell’India, ha deciso di attivare un piano per contenere la crescita della guerriglia con un programma di sviluppo delle zone più povere dell’India, modernizzando la polizia, creando infrastrutture di trasporto che servano tanto alle popolazioni locali quanto allo spostamento rapido dei poliziotti, e la creazione di sei scuole di guerra, cioè la formazione di unità antiguerrigliere per poter attaccare e distruggere le basi naxaliti nella giungla. L’idea del governo è di creare dei battaglioni specifici per la lotta alla guerriglia composti in tutto da 14.000 agenti, e nei piani si parla di due o tre anni per la essa a punto di tali unità.(9).
Ora la Forza Centrale di Riserva della Polizia, insieme ai paramilitari di Salwa Judum, stanno portando il peso della lotta contro i maoisti; si tratta di 201 battaglioni, di cui 32 sono dislocati nelle zone operative dove sono attivi i naxaliti (10, ) ma si sono dimostrati completamente inefficaci, subendo ad ogni scontro pesanti perdite. Perciò è stata decisa la creazione dei battaglino speciali sul modello del tristemente celebre Battaglione Atlacalt di El Salvador, che ha compiuto innumerevoli massacri in zone rurali del paese centramericano.
Il salto di qualità
Fino ad ora la guerriglia stava lasciando da parte le città concentrarsi nel controllo totale della campagna, seguendo la vecchia strategia di accerchiamento delle città partendo dalla campagna. La strategia consiste nel penetrare nelle aree rurali e consolidarsi, ed una volta che le basi di appoggio siano considerate sicure, procedere stabilendo coordinamenti efficaci tra le varie cellule in altri Stati. Questo ha funzionato a meraviglia in Nepal. Come i loro compagni nepalesi, i maoisti indiani rispettano le autorità locali (inclusa la polizia) se il popolo li considera onesti e non implicati in casi di corruzione o repressione. Rispettano anche le aziende che si trovano nelle loro zone di influenza, ma per finanziare la lotta impongono una “imposta rivoluzionaria” che oscilla tra il 15 e il 20% dei profitti. Al contrario, i naxaliti sono implacabili nella lotta contro le Zone Economiche Speciali (ZEE) che il governo centrale sta avviando con l’appoggio dei governi degli Stati, per stabilire industrie metallurgiche e minerarie e che stanno provocando lo sfollamento di decine di migliaia di abitanti rurali, che in tal modo perdono i loro mezzi di sostentamento.La stragrande maggioranza degli sfollati sono braccianti senza terra, artigiani e piccoli commercianti provenienti dalle comunità più sfavorite dei dalit e adivasi e di minoranze religiose (11).
Il lavoro politico con i dalit (gli “intoccabili” secondo il sistema delle caste e dei paria in India) è al centro dell’attività della guerriglia naxalita, e figura anche nelle conclusioni del IX Congresso del gennaio 2007. Questa è la vera ragione dell’espansione del movimento in tutta l’India.
Nel Congresso è stata pure decisa l’estensione della guerra popolare in tutto il paese; “l’appoggio alle lotte nazionali contro, l’espansionismo indiano in Cachemir e Jammu, l’espansione del movimento alle città per contare fra le masse urbane impoverite e la classe media con la finalità di ottenere un movimento di massa contro le politiche neoliberali” e di conseguenza, la lotta contro le Zone Economiche Speciali che sono state create negli ultimi anni in India e che, a loro volta, hanno provocato “la scomparsa delle piccole industrie e dei commercianti, spinti alla bancarotta dall’offensiva dalle imperialiste compagnie transnazionali e dai compratori-burocrati-tecnocrati” e che sono definite “enclavi neocoloniali” (12).
L’ingresso nelle città è il salto di qualità dei maoisti indiani. Ci sono cellule naxalite nelle zone operaie e industriali di Delhi, Mumbai, Raipur, Pune e Jammu. Anche se per il momento la principale attività è quella propagandistica, in alcune zone dove il movimento naxalita è forte, si stanno già verificando azioni militari. Nel caso di Nayararh, una delle città più importanti dello stato di Orissa, dove un comando naxalita ha realizzato uno dei suoi attacchi più audaci fino a questo momento; il 16 febbraio di quest’anno vi è stato l’assalto a un commissariato di polizia e la requisizione di 1.069 armi immagazzinate sul posto. Il governo indiano ha fornito solo la cifra, senza precisare il tipo di armi, il che significa che ora la guerriglia possiede armi più sofisticate. Il fatto si intuisce facilmente dalle ultime operazioni in cui vi sono stati dei bombardamenti di stazioni di polizia con mortai da 80 millimetri, e sono stati usati dei lanciagranate per attaccare convogli di paramilitari.
La presenza naxalita nelle città e centri industriali è un salto di qualità della guerra popolare prolungata. Dalla metà del 2007 i naxaliti stanno operando di preferenza nelle Zone Economiche Speciali (SEZ) della zona che comprende le città di Bhilai-Ranchi-Dhanbad-Calcutta, da un lato, e di Mumbai-Pune-Surat-Ahmadabad dall’altro, mettendo in atto degli assedi di varia entità, più forti come nel caso degli Stati di Jharkhand, Orissa, Chhattisgarh e Bengala Occidentale, meno forti come in Haryana e Punjab. In Bengala Occidentale, uno stato governato dalla sinistra, la ZEE prevista ha dovuto essere sospesa dopo una rivolta popolare contadina che ha avuto l’appoggio maoista, ma che è stata soffocata nel sangue. Questo fatto ha procurato un enorme discredito della sinistra tradizionale, di cui ora sta beneficiando l’insurrezione naxalita che sta accogliendo i contadini in massa. Di ciò parleremo più avanti.
In India oggi esistono 40 SEZ operative, e il governo centrale calcola che quest’anno il volume di commercio sarà superiore ai 27 milioni di dollari. In totale, il governo indiano ha previsto l’approvazione di 339 SEZ per un impiego diretto di 800.000 persone. Le SEZ sono aree che grazie agli sgravi fiscali consentono alle aziende di non pagare tasse, inoltre, favorendone la produttività eludendo la normale legislazione del paese in materia lavorativa, sindacale e ambientale con l’obiettivo di attrarre gli investitori locali e stranieri.
Il successo politico e militare
I successi militari dei rivoluzionari indiani sono accompagnati da un successo politico dimostrabile nelle zone sotto il loro controllo, dove è stato raggiunto un miglioramento del livello di vita della popolazione, sostanzialmente rurale, e sono in grado di offrire un’alternativa alla sinistra tradizionale e riformista. Questo fa sì che un certo settore di intellettuali indiani stia guardando alla guerriglia con simpatia, come nel caso di Arundhati Roy, che rifiuta di definire la loro lotta immorale o terroristica. O come il noto musicista Ravi Shankar, che pubblicamente ha dichiarato che i maoisti sono “ammirevoli”.
Da quando i naxaliti hanno cominciato a fare lavoro politico nelle città, tra i poveri urbani, gli abitanti dei quartieri marginali e della classe operaia organizzata, specialmente dopo il massacro di contadini ordinato dal governo del Bengala Occidentale (governato dal Fronte di Sinistra egemonizzato dal Partito Comunista Indiano - marxista - nel marzo 2007, quando era scoppiata la ribellione contro la prevista SEZ a Nandigram), si stanno alzando voci sempre più forti che chiedono che i maoisti si pongano a capo di un altro fronte di sinistra indiano, quest’ultimo però di carattere inequivocabilmente rivoluzionario. Chiedono “una nuova dinamica nella propaganda”, una maggiore attenzione verso “i non iniziati ala politica” e “una maggior attenzione alle classi medie”.
I maoisti ci stanno provando, coscienti che il progresso di una guerra popolare prolungata dipende dalla creazione di una piattaforma culturale e politica diversa da quella esistita fino ad ora in India (in particolare riguardo alla separazione delle caste, l’oppressione feudale famigliare e i costumi), e soprattutto lontana dai corridoi del potere che piacciono tanto alla sinistra tradizionale.
Note:
1- Alberto Cruz, “India, tra l’euforia nucleare e l’insurrezione naxalita” http://www.nodo50.org/ceprid/spip.php?article267
2 - The Hindu, 23 agosto 2008.
3 - The Tribune, 7 agosto 2007.
4 - The Pioneer, 19 agosto 2008.
5 - Indian Express, 1 settembre 2007.
6 - Asian Age, 29 giugno 2008.
7 - Indian Times, 3 dicembre 2007.
8 - The Hindu, 13 febbraio 2008.
9 - Asian Age, 17 luglio 2008.
10 - Prensa Latina, 4 febbraio 2008.
11 - I dalit sono gli intoccabili del sistema delle caste, gli adivsasi sono popoli indigeni e le minoranze religiose sono fondamentalmente islamici
12 - Partito Comunista Indiano (maoísta), febbraio 2007.
*Alberto Cruz è giornalista, politologo e scrittore specializzato in Relazioni Internazionali
albercruz@eresmas.com