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Da Rebelion - www.rebelion.org/noticia.php?id=75201
Traduzione dallo spagnolo per www.resitenze.org di FR
 
La sinistra in India verso la perdita d’identità
 
di Alberto Cruz* - CEPRID
 
31/10/2008
 
L’India è uno dei pochi paesi al mondo dove oggi il termine “marxista” è sinonimo inequivocabile di sinistra. Non “nuova sinistra”, né “socialismo del XXI secolo” e neppure uno degli eufemismi che stanno avendo successo in Europa o in America Latina, senza entrare nel merito di ciò che sta dietro quelle etichette.
 
Tutti sanno che in India i marxisti sono quelli che hanno mantenuto alta la bandiera della politica sociale, della lotta contro le multinazionali, della difesa ad oltranza del settore pubblico, della riforma agraria, dell’educazione gratuita… e lo si è fatto da ambiti opposti: quello legale, rappresentato sostanzialmente dal Partito Comunista Indiano e dal Partito Comunista Indiano (marxista), e quello armato guidato dal Partito Comunista Indiano (maoista) e dal Partito Comunista - Leninista Guerra Popolare.
 
La lotta armata è attiva in 14 dei 28 stati dell’India, con diversa intensità ma con un fenomeno che è di portata nazionale (1). Ciò è dovuto a vari fattori: la crisi economica, il deteriorarsi dell’immagine della sinistra parlamentare per la sua politica degli ultimi quattro anni e la repressione di un movimento popolare contro la Zona Economica Speciale [ZES] di Nandigram, il 14 marzo 2007. Quel giorno morirono nella repressione poliziesca 14 contadini, partecipi della protesta innescata dall’approvazione della ZES nel dicembre 2006.
 
Nandigram si trova nel Bengala Occidentale, uno stato che governa il Fronte di Sinistra egemonizzato dal partito Comunista Indiano (marxista) da 30 anni.
 
Nel suo giornale “Democrazia Popolare”, il PCI (m) ha giustificato la repressione spiegando che i contadini rifiutavano l’accordo proposto dal governo del Bengala (2) e che furono proprio i contadini ad attaccare i militanti del PCI (m), uccidendone alcuni.
 
Mesi dopo, in una manifestazione di massa, il primo ministro ha accusato i maoisti di stare dietro le mobilitazioni contadine represse in marzo, difendendo la ZES come un “imperativo dello sviluppo”, spiegando alla base che la creazione di nuove industrie non avrebbe indebolito l’agricoltura, un terreno in cui il PCI (m) è sempre stato all’avanguardia nella lotta, e che avrebbe consolidato e ingrandito (3).
 
La repressione di Nandigram sta cominciando ad essere considerata come l’inizio della fine della sinistra parlamentare, per come era stata conosciuta fino ad oggi. I dalits (gli intoccabili nel sistema di caste indù) e i contadini poveri si sono rivolti ai maoisti.
 
Ricordiamoci che in India quattro quinti della popolazione vive con meno di un euro al giorno. Come se non bastasse, un importante settore di intellettuali sta chiedendo ai maoisti la formazione di un nuovo fronte di carattere rivoluzionario, che rompa con l’inerzia di una sinistra tradizionale che si vede sempre più implicata in casi di corruzione e che sta assumendo con estrema rapidità gli atteggiamenti socialdemocratici per conservare il potere. La sinistra indiana, quella inequivocabilmente marxista, che è sopravvissuta alla scomparsa dell’URSS ed ha pure esteso la sua influenza conservando intatto il suo capitale morale e intellettuale, sta perdendo seriamente la sua credibilità.
 
Dall'avanguardia...
 
Non è stato sempre così. Il PCI (m) ha una lunga tradizione di governo in vari stati indiani, con il Bengala Occidentale come principale referente. Questo stato, di 80 milioni di abitanti, ha un governo comunista dal 1977 - il PCI (m) domina il Fronte di Sinistra che conta su 235 seggi dei 294 di cui è formata l’Assemblea del Bengala Occidentale, di quei 235 seggi 176 sono del PCI (m) - ed è considerato lo stato modello per la gestione della sinistra, una sorta di specchio in cui si deve guardare la sinistra parlamentare indiana.
 
E’ in questo stato che è stata realizzata (per la prima volta in India) la riforma agraria, con redistribuzione della terra incolta e vi è la maggior protezione della proprietà terriera contadina.
 
E’ sempre nel Bengala che è stata concessa la cittadinanza ai migranti illegali del Bangladesh, e si è incrementata la partecipazione popolare attraverso delle istituzioni note come “panchayats”, la cui missione, tra l’altro, è gestire i problemi agricoli. In questo stato è stata fornita più rappresentanza ai lavoratori, rurali e urbani, alle donne e agli emarginati dalits che in qualunque altro stato dell’India, sperimentando una crescita economica in cui i piccoli produttori hanno avuto un ruolo importante, per non dire il più importante. Il Bengala ha pure avuto i suoi problemi: il rallentamento nell’alfabetizzazione e nell’educazione, l’aumento della disuguaglianza nell’accesso all’educazione in base al genere (uomo o donna), l’appartenenza di classe (anche se dovremmo parlare di casta) o la zona d’origine. Nonostante l’appoggio elettorale al Fronte della Sinistra non abbia smesso di crescere fino al 2006, questi problemi hanno fatto sì che i settori più politicizzati della popolazione abbiano cominciato a vedere nella guerriglia naxalita i referenti inequivocabilmente rivoluzionari.
 
Il Fronte della Sinistra, oltre al Bengala, governa altri quattro stati: Kerala, Tripura, Tamil Nadu e Manipur. Nei primi due il PCI (m) è la forza egemone, mentre negli altri due sono in minoranza.
 
In Kerala (32 milioni di abitanti) è stato dove per la prima volta i comunisti indiani hanno formato un governo nel 1957, e da allora hanno governato in modo intermittente fino al 1996, quando sono tornati a vincere le elezioni. Vittoria che hanno ripetuto fino all’attualità, momento in cui dispongono di 61 seggi dei 140 complessivi del Fronte della Sinistra, che governa con la maggioranza assoluta. Il successo migliore di questo governo è l’educazione; i parametri educativi raggiunti hanno fatto del Kerala l’avanguardia in India. Questo successo insieme alla minore percentuale di mortalità infantile, fanno del questo stato una sorta di isola in India. L’industria è poco sviluppata, perché i capitalisti se ne sono andati per sfuggire al progresso sindacale, facendo del Kerala il paradigma dell’egualitarismo sociale: un salario minimo decoroso, un sistema di distribuzione molto efficiente che fornisce merci a prezzi calmierati e una riforma agraria che ha distribuito ad oltre un milione e mezzo di contadini le proprietà dei latifondisti.
 
In questo momento in Kerala si discute delle Zone Economiche Speciali (ZES) che il governo centrale vuole collocare in tutta l’India. Il governo del Kerala intende accettare “un certo grado d’industrializzazione”, anche se non è ancora chiaro di che tipo sarà e se sarà all’interno di una ZES oppure no. Inoltre, attraverso un programma pilota aziende già presenti nello stato (critiche contro l’”eccessiva” lotta sindacale e le permanenti rivendicazioni dei lavoratori) sperimentano l'importazione di mano d’opera da altri stati per liberarsi dei disturbi sindacali.
 
In questo stato il PCI (m) sta svolgendo una importante lotta interna fra chi vuole una politica economia più “aperta e liberale”, come il segretario generale Pinarayi Vijayan, e chi vuole mantenere la linea tradizionale di appoggio agli agricoltori, ai settori popolari, e in modo speciale, agli adivasis (indigeni), essendo coloro che saranno più colpiti dall’industrializzazione.
 
L’altro stato che il Fronte della Sinistra governa con maggioranza assoluta è il Tripura (3,5 milioni di abitanti). Il PCI (m) qui ha 46 dei 60 seggi della coalizione. Partecipa, in minoranza, al governo del Fronte della Sinistra negli stati di Tamil Nadu (65 milioni di abitanti), dove ha 9 deputati sui 264 complessivi della coalizione, e nel Manipur (2,5 milioni di abitanti), anche se qui non ha rappresentanza parlamentare.
 
… alla perdita di identità
 
La sinistra indiana ha vissuto sulla cresta dell’onda per molto tempo. Tanto che è diventata indispensabile, quando nelle elezioni del 2004 ha ottenuto il suo miglior risultato di sempre, con 60 seggi nella Lok Sabha (Camera del Popolo). Di quei seggi, 44 furono ottenuti dal PCI (m) e 10 dal PCI. Risultato che servì per negoziare con l’Alleanza Progressista Unita, formata da tre partiti centristi guidati dal Congresso Nazionale Indiano (ha 145 seggi sui 182 ottenuti dalla coalizione), un programma minimo che ha permesso alla UPA di formare un governo avendo l’appoggio esterno, cioè senza alcuna rappresentanza nel governo, del Fronte della Sinistra.
 
Quel programma minimo non era rivoluzionario ma stabilì un’ampia agenda socialdemocratica: aumento delle spese pubbliche in servizi per la popolazione rurale povera, potenziamento del ruolo della donna, approvazione di una legge a protezione dei boschi, abolizione del lavoro infantile, derogazione della legge antiterrorista ed elaborazione di un’altra più garantista, ecc. Appoggiando il governo dall’esterno, il Fronte della Sinistra poté bloccare, per esempio, la privatizzazione delle aziende più redditizie del settore pubblico come telecomunicazioni, aviazione civile e l’ingresso del capitale finanziario speculativo nei piani pensionistici.
 
In politica estera il Fronte della Sinistra accettò la posizione della UPA che voleva migliorare le relazioni con gli USA “sempre che si mantenga l’indipendenza dell’India nelle questioni regionali e mondiali”, il che permise all’India di non mandare truppe in Iraq nel 2003, come chiesero gli USA, e che venisse accordata la costruzione di un oleodotto con l’Iran attraverso il Pakistan.
 
Certo il governo centrale ha saputo approfittare dell’episodio di Nandigram per speculare sulla perdita di credibilità della sinistra parlamentare, con l’obiettivo di smarcarsi dal programma minimo e lanciare un’offensiva neoliberale.
 
Ma quello che è successo a Nandigram è solo l’ultimo episodio di una storia più vecchia: la creazione di 339 Zone Economiche Speciali (ZES), che grazie agli sgravi fiscali ed economici alle aziende, ne favoriscono la produttività e permettono loro di eludere la normale legislazione in materia di lavoro, sindacato e ambiente, tutto per attrarre gli investimenti locali e stranieri. Ora in India ci sono 40 ZES in funzione e la sinistra parlamentare su questo terreno è chiaramente sulla difensiva, o come nel caso del Bengala Occidentale, parla di “imperativo dello sviluppo”.
 
Ma già nel 2005 il governo centrale aveva firmato un Accordo di Difesa con gli Stati Uniti in virtù del quale i due paesi diventavano alleati strategici, affrontando la Cina e facendo manovre militari congiunte, specie navali, nei pressi delle vie marittime usate dai cinesi. Anche se il Fronte della Sinistra si era opposto a quell’accordo non venne mai presa in considerazione l’idea di far cadere il governo, di appena un anno di vita, ma semplicemente si lasciò fare..
 
Da qui si è poi arrivati all’approvazione dell’accordo nucleare con gli USA, voluto dal governo della UPA, che ha approfittato dello scontento in ampi settori della sinistra, in seguito a Nandigram.
 
Quindi, non è strano che il PCI (m) negli ultimi tempi dedichi gran parte della sua produzione teorica a criticare gli intellettuali che a loro volta hanno criticato il partito su Nandigram.
 
“Il fenomeno di vari intellettuali che fino a ieri stavano con la sinistra contro il fascismo ed ora sono contro il partito, richiede una seria analisi”, dice il principale giornale dei comunisti bengalesi. (4). E lo fa con un argomento che in occidente è famigliare: accusa “la maggioranza” di quegli intellettuali di costituire un’anti-sinistra organizzata, soprattutto “anticomunista e anti PCI (m)”, e di fare parte delle “fila dei simpatizzanti naxaliti”, d’essere “populisti” e altre cose.
 
Nandigram è uno spartiacque per la sinistra parlamentare indiana. Niente sarà più come prima. Da un lato, perché la base tradizionale dei comunisti indiani guarda con sempre maggiore simpatia i naxaliti, dall’altro lato perché gli intellettuali indiani chiedono apertamente la creazione di un nuovo fronte di sinistra rivoluzionaria che sia guidato dai naxaliti. E se prendiamo sul serio i sondaggi, per la sinistra parlamentare indiana il prossimo anno sarà pessimo: dei 60 seggi attuali ne rimarranno da 39 a 43.
 
Forse per questa ragione, il Fronte della Sinistra sta impegnandosi in una maggiore presenza pubblica annunciando una serie di mobilitazioni contro la presenza delle navi statunitensi in acque indiane (sopraggiunte per fare altre manovre congiunte) ed appoggiando le rivendicazioni (i governi che controlla in Bengala Tripura e Kerala hanno annunciato uno sciopero generale il 20 agosto in solidarietà ai lavoratori) principalmente dei lavoratori del settore pubblico, che sono in sciopero contro le politiche neoliberali del governo e contro l’aumento dei prezzi.
 
Ma anche criticando duramente il governo centrale per il suo disprezzo del parlamento (la Lok Sabha fino ad ora si è riunita solo 35 giorni) che nega la convocazione della camera per discutere una mozione di fiducia, dopo l’approvazione dell’accordo nucleare con gli USA dello scorso luglio.
 
Contemporaneamente, il Fronte della Sinistra sarà aperto alla discussione con altre formazioni per creare una “terza forza politica” capace di competere con il potere della UPA e con la destra del Bharatiya Janata (138 seggi), il che se non gli permettesse di formare un governo, almeno consentirebbe di negoziare da pari a pari con i vincitori delle prossime elezioni.
 
Il Comitato Centrale del PCI (m), riunito lo scorso 12 ottobre a Kolkata (ex Calcutta, capitale del Bengala Occidentale) ha deciso di adottare una piattaforma elettorale “ampia”, con l’obiettivo di battere la UPA per la sua “alleanza strategica con gli USA e l’approvazione di politiche economiche impopolari”. Pertanto, è disposto ad allargare il Fronte della Sinistra con altri partiti regionalisti ed etnici (5). Il Fronte pensa ad un avvicinamento al Partito della Società Maggioritaria, una formazione che ha cominciato come partito dei dalits, e che in seguito non ha avuto scrupoli ad allearsi con la UPA o con il BJ quando gli è convenuto.
 
“La storia non si muove al ritmo della giustizia”, dicono coloro che vogliono questa strategia per rispondere a chi la ritiene foriera di un abbassamento dei principi programmatici della sinistra, e aggiungono che si tratta di trovare una nuova forma di lavoro con questi partiti per creare “una società unita” attorno alla piattaforma di principi, perché, in caso contrario, “sarebbe suicida mantenere una posizione settaria” in quelle zone dell’India in cui le organizzazioni di sinistra sono deboli.
 
Le elezioni di maggio 2009 metteranno a prova l’efficacia di questa “terza forza”, costituendo una verifica se davvero queste manovre servono per creare in India una nuova dinamica politica, a margine, o a fronte dei partiti tradizionali.
 
I naxaliti avranno beneficio in ogni caso, tanto del successo di quella formula quanto del suo fallimento.
 
Note: 
1. Cruz, “La sinistra in India (I): la rivoluzione naxalita - http://www.nodo50.org/ceprid/spip.php?article278 
2. del ministro municipale, Buddhadeb Bhattacharya, all’Assemblea del Bengala Occidentale il 15 marzo 2007. 
3. Democrazia Popolare, 30 diciembre 2007. 
4. Ganashakti, 17 ottobre 2008. 
5. Risoluzioni del Comitato Centrale del PCI (m), 14 ottobre 2008. 
 
* Alberto Cruz è giornalista, politologo e scrittore specializzato in rapporti internazionali. albercruz@eresmas.com