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- popoli resistenti - india - - n. 258
Traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova
Improvvido cammino dell’India verso Washington, passando per Tel Aviv
di Vijay Prashad - Vijay Prashad's ZSpace Page / ZSpace
Giovedì 27 novembre 2008, nel pieno degli attacchi terroristici a Mumbai, Imran Babar, uno dei terroristi, dalla Nariman House si metteva in comunicazione con India TV. Egli usava un telefono cellulare che apparteneva al Rabbino Gavriel Holtzberg, il co-direttore del Chabad-Lubavitch Center. Il giorno dopo, Babar e i suoi consoci ammazzavano il Rabbino Holtzberg e sua moglie Rivka.
La chiamata telefonica non era stata lunga. Babar aveva aperto con un commento che ai più è sembrato avere poco senso: “Voi chiamate specialisti dell’esercito di [Israele] a interessarsi del Kashmir. Chi sono costoro per venire nel J&K [Jammu e Kashmir]? Questo è un affare tra noi e gli Indù, il governo Indù. Cosa viene a fare Israele qua?”.
Fuori dei confini di Hakirya, il “campus” dell’alto comando di Israele, e del South Block, che ospita i ministeri Indiani degli Affari Esteri e della Difesa, poco si conosce rispetto agli argomenti a cui faceva riferimento Babar con il suo “ciarlare”.
In buona sostanza, Babar faceva riferimento ai legami sempre più stretti fra India ed Israele, relativi alle problematiche sulla sicurezza e di natura militare. In più, avrebbe potuto anche riferirsi agli attualmente più che solidi collegamenti fra la Destra Indù e la Destra Israeliana, e a come le opinioni di queste destre sui conflitti che si estendono da Gerusalemme a Srinagar [N.d.tr.: capitale estiva dello stato federato dello Jammu e Kashmir] siano lo specchio conforme del punto di vista dei jihadisti, come Babar.
Imran Babar e i suoi compagni terroristi hanno maturato il loro punto di vista critico a partire dai principi standard di anti-Semitismo e di anti-Americanismo, che rendono ciechi molti jihadisti e li riempiono di livore.
Piuttosto di esprimere un giudizio articolato sui motivi delle loro posizioni di contestazione, loro si rifugiano in un mondo immaginario, del tutto identico a quello che viene delineato dalla Destra Israeliana-Destra Indù, in cui Ebrei, Indù e America sono schierati contro i Musulmani.
Il fatto che i terroristi abbiano attaccato il Chabad-Lubavitch Center induce alla considerazione che le vittime del terrorismo vengano poste nello stesso mazzo, sia quelle in un ristorante di Haifa che in un treno di Mumbai, fra l’11 settembre e il 26 novembre.
In questo modo si spianano le significative differenze e si riduce la violenza ai puri atti in sé, piuttosto che al contesto sociale che ha indotto individui alle azioni terroristiche.
Mumbai provoca la Destra a fare ricorso a soluzioni di guerra e di sorveglianza, metodi che possono creare un senso momentaneo di sicurezza, prima che avversari astuti trovino nuovi mezzi tecnologici per colpire in risposta. Non esistono soluzioni tecniche comuni: meglio fucili di precisione o analizzatori dell’iride, meglio banche dati di intelligence o pungoli elettrici da bestiame?
Le armi usate per assestare il colpo di grazia ai terroristi non sono altro che le incubatrici di una nuova generazione di terroristi. Questa è una lezione elementare, però estranea a coloro che sono alla ricerca della pallottola d’argento.
Cosa viene a fare Israele qua?
Il 10 settembre 2008, un ufficiale ai vertici dell’esercito di Israele, il Generale Avi Mizrahi era arrivato a New Delhi. Egli si incontrava con ufficiali Indiani, comandanti dell’esercito, della marina e dell’aviazione, prima di recarsi per una breve visita nel Jammu e Kashmir.
Mizrahi, un ufficiale di lunga carriera nella Forza di Difesa di Israele (IDF), teneva una conferenza sul tema del contro-terrorismo ad ufficiali superiori dell’esercito Indiano nella base militare di Akhnur, nei pressi del confine Indo-Pakistano.
Più tardi, a Srinagar, Mizrahi e il suo omologo Indiano, il Comandante dell’Esercito Deepak Kapoor, firmavano un accordo congiunto per attività di contro-terrorismo, in particolare per l’addestramento da parte di commandos Israeliani di soldati Indiani nel combattimento urbano.
La visita di Mizrahi nel 2008 non costituiva un’occasione straordinaria. Era già stato in India nel febbraio 2007.
Nel giugno del 2007, il Maggior Generale Moshe Kaplinsky aveva portato una squadra di ufficiali dell’IDF a Jammu e Kashmir, per incontrare ufficiali superiori Indiani al quartier generale del 16.esimo Corpo a Nagrota nella regione dello Jammu vicino al confine Indo-Pakistano.
La squadra di Kaplinsky discuteva sul problema delle infiltrazioni, di come militanti dal Pakistan si infiltravano in India. La barriera di filo spinato lunga 720 chilometri, una eco del muro di Israele, non aveva impedito l’accesso dei militanti.
Kaplinsky invitava ad altre soluzioni per impedire l’accesso ai militanti, ad adottare mezzi ad alta tecnologia, come dispositivi per visione notturna. Di ritorno in Israele, il team di Kaplinsky si recava al Comando Navale Occidentale di stanza a Mumbai.
Nel gennaio 2008, per dare continuità a questi contatti, il comandante dell’IDF, Brigadier Generale Pinchas Buchris si recava in India ed incontrava importanti dirigenti civili ed alti ufficiali, per discutere le procedure di condivisione di intelligence rispetto alle attività terroristiche.
Una settimana dopo il ritorno di Buchris in Israele, l’Ammiraglio in Capo della Marina da Guerra Indiana Sureesh Mehta incontrava a Gerusalemme i massimi dirigenti dell’IDF, Gabi Askhenazi e lo stesso Buchris.
Fra il 2007 e l’inizio del 2008, i tre massimi responsabili della Difesa Indiana visitavano Israele. Faceva da cornice a questi incontri l’accordo del 2002 per creare un Gruppo Operativo Congiunto Indo-Israeliano sull’antiterrorismo, un tentativo di vecchia data per costruire un’intesa tra gli eserciti dell’India e di Israele, e per consolidare l’immenso commercio di armi fra i due paesi. Attualmente, l’India è l’acquirente di armi più importante per Israele.
Un maggior impulso delle relazioni deve essere fatto risalire agli anni Novanta, quando il Partito del Congresso al governo dava inizio allo smantellamento dello Stato Indiano dirigista e al ritiro dell’India dalla politica di non allineamento che durava da tanto tempo.
L’amministrazione del Congresso riteneva che era arrivato il tempo di rivedere le relazioni con gli Stati Uniti, e che la via migliore per arrivare a Washington passava attraverso Tel Aviv.
Legami più stretti con Israele potevano alleggerire la reticenza di Washington nei confronti dell’India, e portare l’India a sciogliere i suoi vincoli con il Pakistan e la Cina. L’India contava su Israele per una sua azione di mediazione nei riguardi di Washington.
(Questo è l’argomento del mio libro, Namaste Sharon: Hindutva and Sharonism Under U. S. Hegemony, New Delhi: LeftWord, 2003).
Nel gennaio 1992, il governo Indiano aveva riconosciuto lo Stato di Israele.
Il mese successivo, il Ministro della Difesa Sharad Pawar annunciava una cooperazione Indo-Israeliana per l’anti-terrorismo. Il Direttore-Generale della Polizia di Israele Ya'acov Lapidot si recava in India per un convegno delle polizie internazionali e ritornava in Israele con l’informazione che il governo Indiano desiderava la consulenza di Israele per le operazioni di anti-terrorismo.
Il portavoce del governo di Israele, Benjamin Netanyahu, riferiva ad India Abroad (29 febbraio 1992) che Israele “aveva sviluppato da parte di esperti conoscenze adeguate nel trattare problemi di terrorismo a livello operativo, politico e giuridico, anche internazionalmente, e sarebbe stata ben contenta di condividerle con l’India.”
Negli anni del Congresso, l’arena principale della cooperazione ha visto il commercio degli armamenti, e le massicce acquisizioni Indiane hanno fornito stabilità all’industria delle armi di Israele, in precedenza incostante.
Quando la Destra Indù arrivò al potere alla fine degli anni Novanta, accelerò le politiche economiche di “liberalizzazione” ( con un Ministero delle Privatizzazioni in carica) e spostò ancora di più le sue attenzioni verso Washington, DC, e Tel Aviv: un asse delle tre potenze contro quello che veniva definito come terrorismo Islamico veniva a costituire le nuove fondamenta della politica estera emergente dell’India.
La stretta relazione fra Netanyahu (allora Primo Ministro) e L. K. Advani (Ministro dell’Interno dell’India, e un brigante della Destra Radicale) configurava il percorso di una più intensa collaborazione. Advani ha ammirazione per le vicende personali di Netanyahu come membro del Sayeret Matcal (unità delle forze speciali dell’IDF); Advani non aveva maturato una medesima esperienza sul campo.
Nel 1995, allora in Israele, Advani riceveva con grande piacere il nuovo libro di Netanyahu, “Combattere il Terrorismo: come le Democrazie possono sconfiggere il terrorismo interno ed internazionale.”
Quindi, Advani faceva sua la pratica di citare da questo libro, in modo particolare il punto di vista che “una libera società deve conoscere ciò che deve contrastare”, vale a dire “l’ondata montante del terrorismo Islamico”.
Questo era tutto miele per le orecchie di Advani, che estrapolava i concetti basilari della sua politica contro il terrorismo dai suoi amici presenti nel governo Israeliano: un muro ai confini, minacce di “inseguimento a caldo” attraverso questo; boicottaggio della politica di negoziazione, escalation della retorica; limitazioni delle libertà civili al sorgere di solo sospetto di attività terroristiche.
Di proposito Netanyahu si rifiutava di fare distinzioni tra Iran e Siria, Hezbollah ed Hamas, l’OLP e i Fratelli Musulmani.
Allora, anche Advani ha iniziato a far crollare le distinzioni fra i gruppi separatisti del Kashmir e le formazioni dei combattenti nella guerra in Afghanistan con basi in Pakistan, fra Musulmani Indiani pieni di rancore e forze contigue ai Pakistani.
Quindi, con molta astuzia Netanyahu e Advani hanno creato lo scenario per dare esecuzione ad uno scontro senza fine fra Democrazia e Terrorismo, in cui la parte dei Democratici è recitata dagli Stati Uniti, Israele e India e il ruolo dei Terroristi è assunto dall’Islam. Tutto questo è semplice e pericoloso.
Durante la sua visita in Israele nel giugno 2000, durante una lettura all’Ambasciata Indiana, Advani sottolineava come avesse adottato la struttura concettuale di Netanyahu.
Egli affermava: “ In anni recenti abbiamo dovuto affrontare il problema della sicurezza interna sempre più crescente. Noi siamo preoccupati per il terrorismo scatenato attraverso i confini da forze che agiscono per procura del Pakistan. Noi condividiamo con Israele la percezione che il terrorismo costituisce una minaccia comune, ancor più quando si accompagna con il fondamentalismo religioso. La nostra mutua determinazione a combattere il terrorismo costituisce la base per i colloqui con Israele, la cui reputazione nel trattare queste problematiche è di pieno successo.”
Advani invitava una formazione di esperti Israeliani dell’anti-terrorismo a visitare il Jammu e Kashmir nel settembre 2000.
Guidato da Eli Katzir, un consigliere del Primo Ministro Ehud Barak, il gruppo conduceva uno studio di fattibilità delle necessità per la sicurezza militare Indiana e offriva consigli operativi di assistenza da parte di Israele.
Tre anni dopo, Israele ed India sottoscrivevano un accordo militare sugli armamenti che prevedeva a riguardo anche una specifica missione di addestramento. Le forze Israeliane avrebbero dovuto addestrare quattro nuovi battaglioni di Forze Speciali dell’Esercito Indiano; altri battaglioni avrebbero acquisito la pratica di uno “stato di guerra irregolare” ed operare con il Comando del Nord nel Kashmir.
Quando la Destra Indù ha perso le elezioni nel 2004, vinte da una compagine guidata dal Partito del Congresso, il ritmo dei contatti rallentava. Con Advani e Netanyahu entrambi alla finestra, l’alleanza perdeva i suoi principali campioni.
Il governo del Congresso poteva riscontrare quanto tossica sarebbe stata questa alleanza, che avrebbe infiammato senza necessità le relazioni oggettivamente difficili con il Pakistan.
Per di più, questo veniva verificato anche all’interno di Israele.
Efraim Inbar, direttore del Centro di Studi Strategici Begin-Sadat di Israele, che è attivamente coinvolto nei contatti Indo-Israeliani, ammette il problema politico; egli dichiarava a Newsweek: “Questo genere di cooperazione, se è possibile, necessita di segretezza!”
Gli scambi di armamenti e militari tra India ed Israele sono continuati, anche se ora vengono considerati come eventi secondari. L’India resta il maggior importatore di armamenti Israeliani. Quello che rimane nell’ombra è il lavoro di Israele nel Kashmir. Di questo, poco viene ufficialmente reso pubblico, e quando trapela qualcosa, si va nella direzione di una estensione dei contatti.
Tecnocrati del Terrorismo
Ami Pedazhur, uno scienziato della politica dell’Università di Austin-Texas, si aggiunge al coro sulla pagina di apertura del New York Times (“Da Monaco a Mumbai”, 20 dicembre) con suggerimenti per il governo Indiano dopo Mumbai.
Invece di vedere qualcosa di nuovo negli attacchi di Mumbai, Pedazhur li collega con una vicenda mai interrotta, che viene da lontano, almeno dagli attacchi terroristici di Monaco del 1972.
Quello che collega Monaco a Mumbai non è né l’identità di coloro che uccidono né di coloro che sono stati ammazzati, ma le modalità con cui avvengono le uccisioni.
Analisti del terrorismo, come Pedazhur, sono tecnocrati delle azioni di antiterrorismo. Costoro studiano come operano i terroristi, e quindi quali forze militari e di sicurezza possano efficacemente contrastarli. Le politiche pubbliche che scaturiscono da questa specie di analisi tecnocratica del terrorismo hanno un fine, quello di tenere sotto controllo e reprimere il terrorismo con più checkpoints di sicurezza, con più inseguimenti “a caldo”.
Perché il governo Indiano prende consigli da un governo i cui servizi di sicurezza possiedono il record negativo di prevenzione degli attacchi terroristici e le cui forze armate non sono riuscite a creare stabilità ai suoi confini? I sistemi d’arma di Israele operano di fino!
Invece l’abilità di Israele dell’antiterrorismo è del tutto discutibile. Pedazhur glorifica le politiche di antiterrorismo di Israele.
Che gloria possa esserci in un regime che mantiene la propria sicurezza mediante una spietata strategia militare è anche discutibile.
Il governo di Israele, indifferentemente dalla parte politica al potere, si fa ben notare per come sta trattando i Palestinesi, ma anche, in modo significativo, per il suo fallimento nel creare una società sicura per i suoi stessi cittadini.
Risulta abbastanza facile individuare i Palestinesi come gli autori delle difficoltà, ma si ignora naturalmente l’intransigenza della dirigenza politica di Israele nel produrre una composizione dei conflitti. Visto che non si può arrivare ad una pace politicamente, le autorità Israeliane hanno messo a punto diversi mezzi tecnologici per minimizzare le conseguenze dei loro fallimenti.
Questo è quello che si desidera esportare in India.
Per l’India, le conseguenze segnalano la resa dei suoi dirigenti all’attuale imbroglio: le regioni colpite si dibattono nella paura e nell’odio.
I costi dell’asse Tel Aviv-New Delhi-Washington sono troppo pesanti da sopportare, almeno per l’India. L’India non può permettersi di imitare le politiche fallimentari di Israele con i paesi vicini, e nemmeno può seguire l’esempio degli Stati Uniti che cercano di risolvere i loro problemi con i bombardamenti aerei.
Il Sud Asiatico ha bisogno di una soluzione regionale a quello che è senza dubbio un problema regionale, quello che si è radicato nella jihad Afghana degli anni Ottanta tanto quanto nell’irrisolta questione del Kashmir.
Con quasi un milione di soldati nello stato dello Jammu e Kashmir, il governo Indiano gestisce ciò che equivale ad una occupazione, procurando ai residenti dello Stato tutto il contrario della sicurezza.
Quando la guerra civile in Afghanistan si concluse con una pace inadeguata nei primi anni del Novecento, i vari combattenti stranieri tornarono nei loro paesi, pieni di entusiasmo data la convinzione di avere combattuto vittoriosamente: quindi andarono a lottare in Cecenia, nelle Filippine, in Egitto, in Arabia Saudita e nel Kashmir. Il Pakistan e l’India sono parimenti vittime di questi veterani della jihad, ed entrambi hanno un interesse costituito nella loro smobilitazione.
Ma più di questo esiste un altro pericolo, che quando gli Stati Uniti amplificassero la loro guerra in Afghanistan e minacciassero il Pakistan senza tanti riguardi, i jihadisti tireranno fuori la loro collera con lo stesso tipo di ferocia dimostrata a Mumbai.
Più che il rischio di una fallimentare strategia militare contro i jihadisti, è giunto il tempo per una conferenza regionale sulla sicurezza umana, cosa che comprende una migliore cooperazione fra gli Stati ed un programma di aiuti per l’esistenza di coloro che sono relegati nei recinti dell’odio a causa delle molte, molte ingiustizie che sono costretti a patire.
Vijay Prashad è Presidente della Fondazione “George e Martha Kellner” per gli Studi Storici del Sud Asiatico e Direttore di Studi Internazionali al Trinity College, Hartford, CT . Ha pubblicato di recente Le nazioni più nere: una Storia dei popoli del Terzo Mondo, New York: The New Press, 2007.
Prashad può essere contattato a: vijay.prashad@trincoll.edu