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- popoli resistenti - india - 18-11-11 - n. 386
da www.notizieinternazionali.net/?pagina=news&id=1018
Situazione economica e sociale in india
di Sharit K. Bhowmik, professore, preside della Scuola di Management e Studi sul lavoro, Tata Institute of Social Sciences - Mumbai, India
15/11/2011
La società indiana è rimasta più o meno immutata per circa 3.000 anni prima del regime coloniale. Questa cosiddetta stabilità forse, in un certo senso è stata un bene, ma vuol anche dire che la disuguaglianza sociale ha messo radici profonde nel sistema e le persone hanno pensato che fosse naturale.
Charles Metcalfe, un funzionario della Compagnia delle Indie Orientali, nel 1780 mandò una nota al Parlamento sul villaggio Indiano. Diceva che era come un baluardo che resisteva al tempo. Le dinastie andavano e venivano, ma il villaggio rimaneva immutato. Questo punto bisogna averlo a mente per avere una migliore comprensione della natura delle relazioni industriali in India. Una caratteristica unica della società indiana è il sistema delle caste. La parola casta è di origine portoghese dalla parola "casta". Indica persone il cui status è determinato dalla propria nascita, non dalle proprie capacità. Quindi coloro delle caste più basse che lavoravano in attività umili e poco pulite, rimanevano socialmente in basso anche dopo aver cambiato la loro occupazione nel sistema industriale. Nonostante ci si aspettasse che la industrializzazione avrebbe portato cambiamenti nelle relazioni sociali ed economiche, la relazione padrone-cliente è continuata e non è cambiata da quella di padrone-servo a quella di datore di lavoro-dipendente.
Dopo che l'India è diventata indipendente nel 1947, ha optato per un mix di socialismo e capitalismo. Ha preso in prestito il concetto di piano quinquennale dalla Unione Sovietica. Contemporaneamente, l'economia era protetta rispetto alla concorrenza di fuori del paese. Questa forma di sviluppo pianificato e protetto non ha resistito al test della globalizzazione. Nel 1991, il ministro delle finanze (attuale primo ministro) ha portato davanti al Parlamento il 22 giugno, una dichiarazione di Nuova Politica Economica (NEP). Questa politica era in contrasto con le precedenti. Apriva l'economia alla competizione globale.
Da un lato l'economia si modernizzava, dall'altro la situazione del lavoro peggiorava.
C'è stata una corsa al ribasso per quanto riguardava il lavoro interessato. I lavoratori del settore formale cominciarono a perdere tutto ciò che avevano acquisito, a causa della crescente informalizzazione e esternalizzazione.
Nel 1991, l'8,5% della forza lavoro era nel settore formale, e questo tasso è diminuito fino al 7% nel 2001, ed è cresciuto il settore informale. I sindacati non rappresentavano i lavoratori del settore informale (e tuttora in larga misura non li rappresentano). Il settore informale non aveva la stessa tutela legale riguardo all'occupazione, alla sicurezza sociale, ecc., come il settore formale. Nei fatti la relazione feudale-preindustriale è stata rafforzata in questo settore.
Un aspetto interessante della sindacalizzazione è che sebbene la densità sindacale si sia ridotta in alcuni paesi industrializzati, in India, nei fatti, è aumentata. E infatti troviamo che c'è una notevole differenza tra la verifica degli iscritti al sindacato del 1987 e quella del 2002. La maggior parte delle federazioni sindacali centrali hanno aumentato i loro iscritti di almeno cinque volte. L'ironia della situazione è che nonostante l'aumento degli iscritti (largamente dovuto alla espansione dei sindacati nella economia informale) l'influenza dei sindacati si è in realtà ridotta.
Il notevole aumento nelle iscrizioni non ha beneficiato né i lavoratori del settore formale né quelli del settore informale, poiché la densità sindacale nel secondo era molto bassa.
Il settore informale nel 2011 ha 470 milioni di lavoratori, mentre nel settore formale ce ne sono solo 28 milioni.
La politica del 1991 attribuiva sia ai sindacati che al settore pubblico la colpa del basso tasso di crescita economica nel paese. I sindacati venivano accusati di sabotare l'economia deliberatamente attraverso i loro metodi militanti. Il settore pubblico veniva accusato di inefficienze e corruzione.
In effetti, usando un linguaggio offensivo, la politica ha fatto di tutto per diffamare le imprese pubbliche. Ed anche i media hanno contribuito.
In linea di massima hanno denunciato il settore pubblico e i sindacati e allo stesso tempo hanno predicato politiche di liberalizzazione e apertura dell'economia. Le conseguenze nei confronti dei lavoratori, in particolare nel lavoro informale, sono state raramente discusse.
Le industrie del settore formale hanno assistito ad una crescente precarizzazione dell'occupazione. Nel 1995 l'ufficio indiano del lavoro ha condotto studi in 8 delle maggiori industrie per esaminare il processo di precarizzazione, scoprendo che tra il 30 e il 50% della forza lavoro in queste industrie era lavoro precario o a termine. I loro salari erano ben inferiori a quelli dei lavoratori del settore formale e non avevano la sicurezza sociale. Bisogna qui dire che questa precarizzazione non è stata solo quasi un risultato della globalizzazione e liberalizzazione. Questi processi erano cominciati molto prima, negli anni '80, quando grandi industrie avevano cominciato a spostare la loro base nelle zone rurali. Molte di loro operavano attraverso il settore informale. La liberalizzazione ha solo intensificato l'uso del lavoro precario.
Ultimamente, vediamo che tra i lavoratori sindacalizzati c'è una nuova spinta alla lotta. Questo può vedersi più specificamente nel settore auto dell'india del nord. I lavoratori di questo settore sono in linea di massima giovani (20-30 anni) e con un più alto livello di istruzione.
Non intendono accettare i dettami della direzione aziendale. Le questioni che prevalentemente sollevano non riguardano gli aumenti salariali. Infatti si orientano molto più spesso verso altri temi fondamentali come quelli affrontati dai lavoratori precari; e il diritto a formare sindacati e farli riconoscere come legittimi soggetti di contrattazione.
I sindacati nel settore formale hanno in linea di massima ignorato il lavoro precario per i loro iscritti. Tuttavia si può vedere una nuova tendenza nel caso di Bosch a Chakan vicino Pune e alla Maruti Suzuki in Gurgaon. Nel primo caso, una delle maggiori richieste dei lavoratori in sciopero del settore formale è stata quella di pari salario per pari lavoro per i lavoratori precari. Nel caso di Maruti, lo sciopero di due settimane ha portato alla regolarizzazione di 1.200 lavoratori precari.
Questi sono rari casi in cui i sindacati del settore formale hanno contrattato per l'inclusione dei lavoratori precari. I sindacati del settore dell'auto, in questo senso, hanno mostrato un nuovo percorso nel movimento sindacale in India e si spera che questo verrà imitato da sindacati in altri settori.
Questi avvenimenti indicano che forse il movimento sindacale si riorganizzerà e troverà nuovi efficaci mezzi per proteggere i diritti del lavoro in generale.
Dossier india: Incontro del gruppo di lavoro FISM del settore automotive
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