da
http://www.atimes.com/atimes/Middle_East/FL16Ak01.html
Come l’Iran
resisterà
Di Kaveh L. Afrasiabi
TEHRAN- Come alcune organi di stampa
riportano, gli Stati Uniti e Israele starebbero prendendo in considerazione
l’ipotesi di operazioni militari contro l’Iran. L’Iran stesso, tuttavia, non
sta perdendo tempo a preparare la sua risposta ad un eventuale attacco.
Delle manovre combinate di mezzi terrestri e aerei, durate una settimana e
svoltesi in cinque province del sud e dell’ovest del paese, si sono appena
concluse. Gli osservatori stranieri, stupefatti da tali manovre, hanno
descritto come “spettacolare” il massiccio utilizzo di strumenti tecnologici,
le operazioni, tra cui il rapido posizionamento di forze basato su squadroni di
elicotteri e su ponti aerei, l’utilizzo di missili, così come l’utilizzo di
centinaia di carri armati e di decine di migliaia di ben coordinato personale
che usava munizioni non a salve. Contemporaneamente, circa 25000 volontari si
sono fino ad ora offerti ai nuovi centri per gli “attacchi suicidi” contro ogni
potenziale invasore, in quello che viene chiamato “combattimento asimmetrico”.
Oltre la strategia di un confronto contro una ipotetica invasione statunitense,
l’Iran riutilizza lo scenario iracheno di una forza sovrastante, rappresentata
particolarmente dall’aviazione Usa, che punta a una vittoria veloce contro una
forza molto più debole. Facendo tesoro dell’esperienza sia dell’Iraq nel 2003
sia della guerra Iran-Iraq del 1980-88 e del confronto con le forze Usa nel Golfo
Persico nel 1987-88, gli iraniani si sono concentrati sui vantaggi di una
strategia difensiva fluida e complessa, che cerca di trarre vantaggio da alcune
debolezze della superpotenza militare Usa, e allo stesso tempo di massimizzare
le preziose e ristrette aree in cui possono avere un vantaggio, tra cui, per
esempio, la superiorità militare delle forze di terra, le tattiche di
guerriglia, il terreno etc.
Secondo un rinomato articolo sull’Iran war game, apparso sulla rivista
statunitense Atlantic Monthly, i costi previsti di un attacco all’Iran
sarebbero almeno di qualche decina di milioni di dollari. La previsione è
basata su “interventi mirati”, che combinano attacchi missilistici,
bombardamenti, e operazioni coperte, e non tiene conto della strategia iraniana,
che punta ad “estendere il teatro delle operazioni” per aumentare
esponenzialmente i costi del nemico; si prevedono anche attacchi alle strutture
di comando statunitensi nel Golfo Persico.
Dopo questa versione iraniana degli sviluppi della guerra, l’intenzione Usa di
usare dei combattimenti locali per indebolire il sistema di comando iraniano,
quale preludio per un sistematico attacco agli obiettivi militari chiave,
sarebbe eliminata dalla strategia di “portare la guerra tra loro”, per usare
l’espressione di uno stratega militare iraniano, che enfatizza la debole
struttura di comando statunitense all’estremo meridione del Golfo Persico.
(Negli ultimi mesi, gli aerei da guerra Usa hanno ripetutamente violato la
spazio aereo iraniano nella provincia di Khuzestan, per testare il sistema di
difesa aerea iraniano, riportano gli ufficiali militari iraniani).
Lo sviluppo in Iran di sistemi missilistici altamente sofisticati e mobili
gioca un ruolo centrale nella sua strategia, riposando ancora una volta sulle
lezioni delle guerre irachene del 1991 e del 2003: all’inizio della guerra
contro il Kuwait, i missili iracheni giocarono un importante ruolo
nell’estendere i combattimenti ad Israele, tenendo conto anche del fallimento
dei missili Patriot statunitensi nell’abbattere i missili che dall’Iraq
piovevano su Israele e, in misura minore, sul centro del comando Usa in Arabia
Saudita. Inoltre, per ammissione del comandante Usa del conflitto kuwaitiano,
generale Norman Scharzkopf, la caccia ai missili Scud iracheni rappresentò la
parte più importante della strategia aerea della coalizione ed era difficile
quanto “cercare un ago in un pagliaio”.
Oggi, con l’evoluzione della strategia militare iraniana, il paese fa
affidamento su missili a lunga gittata sempre più precisi, per esempio gli
Shahab-3 e i Fateh-110, che possono “colpire obiettivi a Tel Aviv”, per
riprendere il Ministro degli Esteri Kemal Kharrazi.
Dal punto di vista cronologico, l’Iran produsse nel 1985 missili d’artiglieria
Oghab, capaci di un raggio di 50 kilometri, e nel 1986-87 e 1988 sviluppò,
rispettivamente, i missili d’artiglieria Mushak con un raggio di 120 e 160
chilometri. L’Iran cominciò ad assemblare Scud-Bs nel 1988, e consiglieri
tecnici nordcoreani convertirono nel 1991 una struttura di mantenimento missili
in una fabbrica di missili. Tuttavia, non sembra che l’Iran abbia cominciato a
produrre Scud. Al contrario, l’Iran ha cercato di costruire Shahb-3 e Shahab-4,
con un raggio di 1300 chilometri e 750 chilogrammi circa di peso, e 200 chilometri
e 100 chilogrammi rispettivamente; il Shahab-3 è stato testato nel luglio del
1998 e potrebbe presto essere migliorato sino a raggiungere un raggio di 2000
chilometri, capace quindi di raggiungere il centro dell’Europa.
Grazie ai ricavati della vendita del petrolio, che rappresentano l’80% del
bilancio annuale del governo, l’Iran non sta vivendo le difficoltà di bilancio
conosciute nella prima metà degli anni novanta, quando la sua spesa militare
era poco più di un decimo dei suoi vicini del Golfo Persico, che sono membri
del Gulf
Cooperation Council; quasi tutti gli stati arabi possiedono un
sistema avanzato di missili, per esempio l’Arabia Saudita i CSS-2/DF, lo Yemen
gli SS-21 e lo Scud-B, l’Iraq i Frog-7.
Per quanto riguarda l’Iran, vi sono notevoli vantaggi riguardo all’arsenale
balistico: primo, è relativamente economico e prodotto all’interno del paese,
senza una dipendenza esterna e la collegata pressione Usa per un “controllo
dell’esportazione dei missili”. Secondo, i missili sono mobili e possono essere
nascosti al nemico e, terzo, ci sono vantaggi legati agli aerei di guerra che
necessitano delle basi di appoggio. Quarto, i missili sono presumibilmente
delle armi effettive che possono essere lanciate senza un grande preavviso per
gli obiettivi prescelti, particolarmente per il missile a “combustione solida”
Fatah-110, che necessita solo di qualche minuto di installazione prima di
essere lanciato. Quinto, i missili sono armi di confusione e di una capacità di
attacco che può distruggere il nemico; ricordiamo che l’attacco dei missili
iracheni nel marzo 2003 alle forze Usa riunite al confine Iraq-Kuwait costrinse
gli Usa ad un cambiamento di piano, eliminando in questo modo il piano iniziale
di sostenuti attacchi aerei prima dell’utilizzo di forze di terra, come nel
caso della guerra in Kuwait, dove queste ultime entrarono in azione dopo circa
21 giorni di pesanti attacchi aerei sull’Iraq e sullo stesso Kuwait.
Conseguentemente, ogni attacco Usa contro l’Iran incontrerà probabilmente
innanzitutto una risposta missilistica contro i paesi del sud del Golfo Persico
che ospitano le forze Usa, così come ogni altro paese, per esempio Azerbaijan,
Iraq o Turchia, che permettono l’utilizzo del loro spazio aereo da parte delle
forze Usa. La ragione di questa strategia è precisamente di avvertire i vicini
dell’Iran delle pesanti conseguenze che li aspettano, con degli impatti
debilitanti sulla loro economie per un lungo periodo, nel caso dovessero
divenire complici dell’invasione dell’Iran.
Un altro elemento chiave della strategia dell’Iran è di “aumentare l’arco della
crisi” in paesi quali l’Afghanistan e l’Iraq, dove ha una considerevole
influenza, per minare i punti di appoggio Usa nella regione, sperando così di
creare un effetto domino, per cui invece che guadagnare terreno all’interno
dell’Iran, gli Usa perderebbero territorio come risultato dell’assottigliarsi
delle proprie forze e dell’aumento dei compiti militari.
Ancora, un’altra componente della strategia dell’Iran è la guerra psicologica,
un’area di considerevole attenzione per i pianificatori militari nazionali in
questo periodo, i quali si concentrano sulle “lezioni dall’Iraq” e su come la
guerra psicologica degli Usa sia riuscita a causare delle divisioni all’interno
dei più alti livelli dell’esercito baathista così come tra il regime e la
popolazione. La guerra psicologica degli Usa aveva anche una dimensione
politica, nel cercare di convincere i membri del Consiglio di Sicurezza delle
Nazioni Unite e altri stati a sostenere le misure anti-Iraq, nella forma di
contrastare le armi di distruzioni di massa di Saddam Hussein.
La guerra psicologica di risposta dell’Iran, dall’altra parte, cerca di
avvantaggiarsi della “paura di morire” dei soldati americani, che tipicamente
mancano di motivazioni per combattere guerre che non sono necessariamente in
difesa della madrepatria. Una guerra con l’Iran necessiterebbe inevitabilmente
del ripristino della coscrizione obbligatoria negli Usa, senza la quale sarebbe
impossibile difendere l’Afghanistan e l’Iraq; l’imposizione della coscrizione
obbligatoria significherebbe l’arruolamento di molti giovani e insoddisfatti
soldati, i quali potrebbero facilmente essere influenzati da una guerra
psicologica iraniana che si concentri sulla mancanza di motivazione e sulla
“dissonanza cognitiva” dei soldati mal indottrinati della “dottrina preventiva”
del Presidente George W Bush, per non menzionare una guerra delegata per la
salvezza di Israele.
Da parte loro gli iraniani già oggi si considerano soggetti a manipolazioni
tipiche della guerra psicologica, per cui, per esempio, gli Usa
intelligentemente cercano di trarre vantaggio della rabbia della gioventù
(disoccupata), come si può capire da una recente intervista del Segretario di
Stato Colin Powell. La disinformazione sistematica gioca tipicamente un ruolo
chiave nella guerra psicologica, e gli Usa hanno triplicato i programmi radio
destinati all’Iran e, secondo recenti rapporti del Congresso Usa, hanno
sostanzialmente aumentato anche il supporto finanziario a varie TV anti-regime
e a vari programmi Internet, e allo stesso tempo esaltando il ruolo della
“intelligenza umana” in un futuro scenario di conflitto con l’Iran basato sulle
operazioni coperte.
Conseguentemente, vi è un senso di assedio nazionale in Iran in questi giorni,
, alla luce della cintura di sicurezza di cui beneficiano gli Usa, grazie alle
basi militari di cui dispongono in Iraq, Turchia, Azerbaijan, Uzbekistan,
Tajikistan, Kyrgyzistan, ma anche Kuwait, Arabia Saudita, Qatar, Bahrein, Oman
e l’isola Diego Garcia, ormai trasformata in un’isola-guarnigione. Dal punto di
vista dell’Iran, gli Usa, avendo vinto la guerra fredda, si sono trasformati in
un “leviatano impazzito” capace di manipolare e sovvertire le leggi del diritto
internazionale e delle Nazioni Unite con impunità, e quindi necessitando da
parte iraniana una strategia delle deterrenza che, secondo alcuni esperti
iraniani, includerebbe anche l’uso delle armi nucleari.
Ma tali voci sono, in definitiva, una minoranza nell’Iran attuale, e in larga misura
vi è un consenso di elite contro la produzione di armi nucleari, in parte per
la convinzione che, lungi dal creare una “capacità d’attacco in seconda
battuta”, non ci sarebbe nessuna deterrenza contro una forza nucleare
statunitense sovrastante, che possiede migliaia di “armi tattiche nucleari”.
Tuttavia, osservando l’asimmetria nucleare tra India e Pakistan, la capacità di
quest’ultimo di un attacco nucleare in prima battuta si è rivelata una
deterrenza contro la più potente, dal punto di vista nucleare, India. Tale
lezione non è andata persa in Iran.
Conseguentemente, mentre l’Iran ha completamente aperto il suo programma
nucleare alle ispezioni internazionali ed ha sospeso il suo programma di
arricchimento dell’uranio grazie a un accordo Unione Europea-Iran firmato a
Parigi in novembre, vi è una preoccupazione ricorrente che l’Iran potrebbe
avere sottostimato la propria strategia della deterrenza contro gli Usa, che
non hanno appoggiato l’accordo di Parigi, riservandosi il diritto di
indirizzare il problema nucleare iraniano al Consiglio di Sicurezza e nel
frattempo di compiere occasionali azioni militari contro Teheran.
Allo stesso tempo, senza perdere di vista una campagna d’opinione negli Usa,
particolarmente da parte del New York Times attraverso articoli con
titoli provocativi come “gli Usa contro l’Iran nucleare”, gli Usa continuano la
propria potente pre-campagna contro l’Iran senza diminuirne l’intensità,
aumentando conseguentemente le preoccupazioni riguardo la sicurezza nazionale
di quei gruppi di iraniani che identificano nella “deterrenza nucleare” un
strategia di sopravvivenza nazionale.
Riguardo questi ultimi, vi è una crescente convinzione in Iran che, non importa
quanto si sia compiacenti alle domande dell’Agenzia Internazionale dell’Energia
Atomica della Nazioni Unite, come fu l’Iraq nel 2002-03, gli Usa, che hanno
incluso l’Iran nel loro autoproclamato “asse del diavolo”, stanno
intelligentemente piantando i semi della loro prossima guerra del Medio
Oriente, in parte ripresentando vecchie accuse di terrorismo e di complicità
iraniana al bombardamento di Ghobar nel 1996 in Arabia Saudita, non tenendo
conto del rifiuto ufficiale saudita di tali ricostruzioni, assolutamente
dimenticate in un recente libro di Kenneth M Pollack sull’Iran, The Persian
Puzzle.
Vi è quindi una emergente “deterrenza proto-nucleare” secondo la quale la
capacità iraniana di utilizzare il ciclo di combustione nucleare renderebbe “le
armi nucleari disponibili” in un periodo di tempo relativamente breve, una
sostanziale “capacità di soglia” di produzione delle armi che deve essere presa
in considerazione dai nemici dell’Iran attraverso degli attacchi alle sue
installazioni nucleari. Tali attacchi incontrerebbero una decisa resistenza,
data dallo storico senso nazionali e patriottismo dell’Iran, così come dalla
corsa agli armamenti basati sulla tecnologia nucleare che ne seguirebbe.
Perciò, più a lungo gli Usa e Israele mantengono tale minaccia militare, più
potente e attrattiva la richiesta di una “deterrenza proto-nucleare” acquisirà
consenso nel paese.
Infatti, la minaccia militare contro l’Iran si è dimostrata negativa per
l’economia iraniana, facendo fuggire gli investimenti stranieri e causando una
considerevole fuga di capitali, una situazione intollerabile che ha portato
alcuni economisti addirittura a chiedere che vengano citati gli Usa in
tribunali internazionali per ottenere dei rimborsi finanziari. Ciò è difficile
da credere, indubbiamente, e gli iraniani dovrebbero presentare un precedente
legale per vincere la loro causa. L’Iran non può permettere che i bassi livelli
di investimenti causati dalle minacce militari continuino a lungo, e rispondere
con una estesa strategia militare della deterrenza che aumenta il valore dei
rischi per gli alleati Usa potrebbe servire ad eliminare tale difficile
situazione.
Ironicamente, per aprire una parentesi, alcuni amici di Israele negli Stati
Uniti, tra cui il professore di leggi di Harvard Alan Derhowitz, un avido
sostenitore della necessità di “torturare i terroristi”, ha recentemente
pubblicato su un sito pro-Israele un editoriale in cui si chiede una revisione
del diritto internazionale che permetta un attacco militare israeliano e
americano militare contro l’Iran. Dershowitz ha chiaramente oltrepassato i
principi dello stato di diritto, facendosi beffe di quella istituzione che è
considerata come un faro negli Usa; la stessa Ivy League University
è la casa dell’odioso discorso sullo “scontro di civiltà”, un altro ornamento
per la sua cara teoria. Anche il direttore della Harvard’s Kennedy School,
Joseph Nyde, una (relativa) colomba, ha replicato alla ossessione Usa dell’uso
della forza producendo libri e articoli sul “soft power” che rende ogni
aspetto della vita americana, inclusa la sua cultura e l’industria del divertimento,
una appendice o un “complemento” dell’”hard power” statunitense, così che
l’avverarsi di ciò che Jurgen Habermas chiama “mondo vitale” (Lebenswelt)
è la condition
sine qua non della Pax Americana.
L’inganno del potere, tuttavia, è che spesso non si rende conto
dell’opposizione che genera, come è stato il caso della cinquantennale
resistenza del popolo cubano contro un duro embargo economico, o la lotta
nazionalista algerina conto il colonialismo francese durante gli anni cinquanta
e sessanta, e, attualmente, il popolo iraniano si trova nella non voluta
situazione di cercare di sopravvivere contro il prossimo attacco del potere
Usa, guidato completamente da falchi vestiti di multilateralismo riguardo al
programma nucleare iraniano. Ancora, pochi in Iran credono, in realtà, che
questo sia poco più che pseudo-multilateralismo volto a soddisfare il
militarismo unilateralista statunitense lungo il proprio cammino. Si spera che
il cammino non venga percorso nel futuro prossimo, ma, nel caso, il “Terzo Mondo”
iraniano sta facendo ciò che può per prepararsi a tale scenario da incubo.
Tutta la situazione richiede una attenta gestione della crisi e una maggiore
confidenza reciproca su ciò che riguarda i problemi della sicurezza da parte di
entrambe le parti. Si spera, infine, che l’odiosa esperienza delle ripetute
guerre nei paesi ricchi di petrolio possa essa stessa funzionare come
deterrente.
Kaveh L Afrasiab, ricercatore in scienza politica all’Università di Tehran.
Traduzione dall’inglese di Enrico Lobina