da GiuliettoChiesa
http://www.giuliettochiesa.it/modules.php?name=News&file=article&sid=107
In questi giorni su tutti i giornali
sono pubblicate le rivelazioni circa la preparazione di un attacco degli Stati
Uniti all'Iran. Giulietto Chiesa con mesi di anticipo lo aveva già scritto. La
previsione diventa realtà, l'analisi puntuale della situazione ancora una volta
anticipa la notizia ufficiale . Ecco l'articolo che Giulietto Chiesa ha scritto
per l'Ernesto sul numero di novembre/dicembre 2004
Bush alla
guerra: È la volta dell’Iran?
NON TUTTO È PRONTO PER LA NUOVA AVVENTURA, MA MOLTO È GIÀ STATO FATTO PER
PREPARARLA. MANCA ANCORA IL CASUS BELLI, MA FRA CAMPAGNA MEDIATICA SUL NUCLEARE
IRANIANO, MANOVRE MILITARI E RUOLO DI ISRAELE, L’OBIETTIVO SEMBRA IDENTIFICATO
di Giulietto Chiesa
da L’Ernesto di dicembre-novembre
2004
Venerdì 27 agosto 2004 la CBS rivela l’avvio di un’inchiesta su una talpa
all’interno del Pentagono che avrebbe fornito informazioni e dati molto
sensibili ai servizi segreti israeliani...
Si dice trattarsi di un funzionario di medio livello, ma il nome non emerge.
Sarà il Washington Post, due giorni dopo, a rivelare il nome della talpa
israeliana: Larry, cioè Lawrence A. Franklin. In realtà, come scopriremo tra
poco, Larry non è affatto un funzionario di medio livello, ma uno degli
aiutanti in campo di Paul Wolfowitz, uno dei falchi dell’Amministrazione Bush,
vice-segretario alla Difesa e parte del gruppo che fa capo ad altri due potenti
neocon come Douglas J. Feith, sottosegretario alla Difesa, e Abram Shulsky,
entrambi impegnati nell’Office for Special Plans, incaricato di orientare i
media nella preparazione alla guerra.
Chi ha dato l’informazione a CBS e Washington Post non lo sapremo né presto né
tardi, ma appare subito evidente che è in corso un’operazione di smascheramento
guidata da altri ambienti del Pentagono e, probabilmente, della CIA e del
Dipartimento di Stato. Gli uni e gli altri, insieme ad ambienti legati al
Partito Democratico, avevano buone ragioni per temere sviluppi sgraditi.
Settori militari già scottati dalla preparazione e conduzione della guerra
secondo le modalità imposte da Donald Rumsfeld; alti livelli della CIA, a loro
volta costretti a pagare prezzi per errori commessi da altri: è da lì,
sicuramente, che escono le rivelazioni anonime. Ma l’odore di manovra politica
non diminuisce la gravità delle rivelazioni. L’essenziale è sapere che c’è
molto arrosto dietro quel fumo.
In realtà i due grandi organi d’informazione americani sono arrivati con grande
ritardo su una pista che già era stata individuata sul web. Il 6 giugno il
giornalista We b s t e r Griffin Tarpley aveva già individuato in Lawrence
Franklin in un articolo intitolato “Rogue Bush Backers Prepare Super 9/11 False
Flag Terror Attacks”,1 dove veniva indicato lo scopo del lavoro della talpa e
del gruppo di cui essa faceva parte: “espandere la guerra a paesi vicini, in
particolare l’Iran”.
In quel momento, nell’avvicinarsi delle elezioni presidenziali americane,
l’idea sembrava quella di una “sorpresa di ottobre”, da cucinare a uso e
consumo elettorale. Nelle intenzioni avrebbe dovuto costituire un detonatore
sufficientemente potente da innescare un’esplosione.
Come minimo elettorale. L’ipotesi di Tarpley era che una rete di funzionari
direttamente legati ai neocon stesse predisponendo le pre-condizioni per far
scattare una provocazione che avrebbe potuto, a sua volta, invischiare gli
Stati Uniti in una guerra con l’Iran.
Come? Con un attacco preventivo dall’aria sugl’impianti nucleari iraniani.
Compiuto da chi? L’ipotesi di lavoro è nelle cose. Larry Franklin lavorava per
Israele. Naturalmente la questione (come è sempre, senza eccezione, in questi
casi) richiedeva un casus belli per motivare l’offensiva.
E qui il gruppo Wo l f o w i t z - Feith-Shulsky era proprio il centro
operativo necessario, anche se non sufficiente. Era questo lo stadio in cui
Franklin viene colto con le mani nel sacco: la preparazione dell’o ccasione e
la sua copertura mediatica.
Il contorno dei fatti mediatici conferma del resto con assoluta puntualità
questa ipotesi di lavoro. Tutti i media conservatori americani legati al
Partito Repubblicano stavano infatti battendo da oltre un anno la grancassa
iraniana; i toni si erano venuti accentuando con la ripresa delle ostilità sul
territorio iracheno e mesi dopo la dichiarazione di vittoria, di “missione
compiuta”, dispiegata dal presidente in persona a bordo di una portaerei
americana nel Golfo Persico. Chi lavora al nuovo progetto bellico si propone di
rovesciare le sorti mediatiche, riportando l’Amministrazione all’offensiva. Chi
rivela il retroscena vuo- le mettere in difficoltà il progetto, bloccarlo e
costringere sulla difensiva Rumsfeld e Wolfowitz, Bolton e Condoleeza.
In effetti è probabile che nulla sia accaduto di più grave, prima delle
elezioni, e che George Bush & Company abbiano dovuto accontentarsi della
molto tempestiva apparizione in extremis di Osama bin Laden per racimolare i
tre punti percentuali necessari per vincere, proprio perchè ad agosto scoppiò
il caso di Franklin e costrinse i manovratori a schiacciare il pedale del
freno.
Ma l’analisi dei dati dice che il progetto non è stato accantonato, e indica
che le intenzioni del gruppo di cospiratori sono assai precise e hanno una
evidente valenza strategica. Se ciò che progettavano si fosse realizzato prima
del voto di novembre, il risultato elettorale di Bush sarebbe stato assicurato.
Ma non si mette in moto una macchina del tipo che descriveremo tra poco solo
per vincere una campagna elettorale. Così come si può essere certi che chi
organizzò l’11 settembre non stava concependo soltanto un atto colossale di
terrorismo, ma stava organizzando un cambio di marcia per l’intero pianeta.
Allarme esagerato? Ai fresconi di turno – assai numerosi nella categoria
giornalistica – che a questo punto si affanneranno a denunciare la dietrologia,
suggeriamo di pazientare un attimo e di leggere con attenzione fino in fondo. I
primi a non prendere sottogamba queste informazioni sono infatti proprio i
dirigenti iraniani. Il 18 agosto, una settimana prima delle rivelazioni della
CBS e del Washington Post, il ministro della difesa iraniano, Ali Shamkani,
dice ad Al Jazeera: “Noi non staremo ad aspettare ciò che altri si preparano a
farci”. E precisa: “Alcuni comandanti militari in Iran sono convinti che le
operazioni preventive, di cui gli americani parlano, non sono un loro
monopolio”2. Cioè comunica, sebbene ellitticamente, e attribuendolo a comandanti
militari nervosi: state attenti, perchè se ci accorgiamo che state per
attaccare, allora potremmo essere noi ad attaccarvi per primi.
A chi si rivolge Shamkani?
Sicuramente, in primo luogo ad Israele. E in secondo luogo agli Stati Uniti. I
missili iraniani non possono raggiungere gli Stati Uniti, ma possono colpire
Israele. E possono colpire anche, come vedremo, le forze aeronavali americane
impegnate nel Golfo, e che lo sarebbero su scala di gran lunga maggiore in caso
di guerra con l’Iran. Vedremo tra poco che l’Iran non è armato dei vecchi e
imprecisi Scud di derivazione sovietica: ne ha molti e molto più moderni; non
più sovietici ma russi. Il che, tra le altre cose, dovrebbe indurre a un
maggiore scetticismo tutti gli entusiasti che interpretano in modo univocamente
amichevole i sorrisi di Vladimir Putin mentre incontra George Bush.
Ma tornando ad Ali Shamkani, sarà utile ricordare che il ministro della Difesa
iraniano parlava ad Al Jazeera il giorno dopo il discorso tenuto da John Bolton
(sottosegretario di Stato per il controllo degli armamenti e la sicurezza
internazionale) nelle aule dell’Hudson Institute di Washington. Il nocciolo del
discorso di Bolton è contenuto in questa frase, con la richiesta imperiosa di
portare il dossier del nucleare iraniano di fronte al Consiglio di Sicurezza
dell’ONU: “Noi non possiamo permettere che l’Iran, uno sponsor tra i principali
del terrorismo internazionale, si procuri armi nucleari e i mezzi per farle
arrivare sull’Europa, sua gran parte del Medio Oriente e dell’Asia Centrale, o
addirittura oltre”.
Di nuovo non viene nominato Israele, e anzi si parla in modo da distribuire la
paura su un vasto numero di potenziali alleati, ma è chiaro che Israele è
incluso tra coloro che devono avere paura.
Condoleeza Rice – che ora, a totale scorno degli ottimisti che si aspettano una
svolta multilateralista della seconda Amministrazione Bush, va a guidare il
Dipartimento di Stato al posto di Colin Powell – aveva ripetutamente sollevato
il problema, con toni perfino più accalorati di quelli di John Bolton, nelle
ultime riunione del Consiglio per la Sicurezza nazionale da lei allora guidato.
E a Teheran certo non potevano non avere notato l’articolo che Charles
Krauthammer aveva pubblicato sul Washington Post 3: “La rivoluzione (in Iran,
ndr) che noi attendiamo da lungo tempo non sta avvenendo. E ciò rende sempre
più urgente la questione di un attacco preventivo. Se nulla sarà fatto, allora
un regime fanatico e terrorista, che non fa mistero di voler distruggere il
Grande Satana, disporrà sia di armi nucleari che di vettori per portarle sugli
obiettivi. La scelta che noi abbiamo di fronte è questa: o una rivoluzione o un
attacco preventivo”. Poichè tutti sanno che Krauthammer va a cena tutte le sere
con i Repubblicani e con alti funzionari del Pentagono, il segnale non poteva
essere più esplicito.
Torniamo allora alla t a l p a L a r ry Franklin. Che aveva fatto di tanto
grave? Aveva “passato” ai servizi segreti israeliani, per i quali lavorava,
oltre a collaborare con Paul Wolfowitz, una serie di importanti, anzi cruciali
documenti riservati. Vi erano connessi diversi “affari” poco puliti, come
quello di Va l e r i e Plame, quello Chalabi, quello dell’uranio che Saddam
avrebbe tentato di comprare nel Niger. La talpa – secondo un ex agente della
CIA intervistato dalla CNN – aveva potuto scavare direttamente negli uffici
della Sicurezza nazionale, del Pentagono e della CIA. Con una certa dose di
probabilità era stato proprio Larry Franklin a far sapere a un giornalista che Valerie
Plame era un’agente della CIA. Un funzionario del Pentagono che rivela un
segreto del genere non è cosa così frequente. Tanto più se la spia che viene
così smascherata è anche la moglie di un ambasciatore. Si trattava di una
vendetta, infatti, scatenata contro Joseph Wilson, ambasciatore americano che
si era rifiutato di avallare (dopo aver verifi- cato, per incarico ufficiale
dell’Amministrazione USA) la notizia, falsa, che l’Irak di Saddam Hussein aveva
cercato di acquistare una partita di ossido di uranio (yellowcake uranium)
nello stato africano del Niger. Serviva per sostenere la tesi che Saddam aveva,
o stava per avere, l’arma nucleare.
In realtà l’intera faccenda era risultata – come Wilson aveva potuto accertare
andando di persona a Niamey, la capitale del Niger – una grossolana
falsificazione. Ma, mentre Wilson comincia a rendere nota la bugia dell’ossido
di uranio del Niger, ecco che qualcuno, dall’interno del Pentagono – per
metterlo in difficoltà, spiattella la notizia della moglie spiona.
Lo scandalo fa da detonatore. Da qui scatta l’inchiesta indipendente, in cui
incappa Larry Franklin e un altro personaggio noto al pubblico italiano per le
sue apparizioni in alcuni talk-show durante la guerra irachena. Si tratta del
prof.Michael Ledeen. Uomo ben noto in Italia, non solo al pubblico televisivo,
Ledeen è ufficialmente un ricercatore e uno studioso di cose medio-orientali,
ma ha avuto parte intensa nell’affare Iran-Contras, ai tempi di George H.W.Bush
(padre), insieme al generale Pointdexter, a Oliver North e altri.
Nell’ambito dell’inchiesta su Larry Franklin la talpa, anche Michael Ledeen è
indagato, e la ragione e duplice. In primo luogo: dove appaiono per la prima
volta i falsi documenti sull’uranio del Niger?
Guarda caso, proprio in Italia, consegnati ai servizi di sicurezza italiani e
fatti per venire alla CIA. Ma emerge anche che Ledeen è stato molto attivo, nel
dicembre 2001, per rimettere in piedi la “connessione iraniana”. Come? È stato
accertato che in quel mese, appunto, Ledeen organizza, a Roma, un incontro
lungo tre giorni tra due funzionari civili del Pentagono, di area neocon, e
Manucher Ghorbanifar, un commerciante d’armi iraniano ben noto alla CIA per
servizi resi in precedenza all’agenzia. All’incontro romano presero parte anche
due funzionari (la cui identità non è stata rintracciata) del governo iraniano.
Ma i nomi dei due funzionari civili del Pentagono sono noti: Harold Rhode e
(guarda chi si rivede!) Larry Franklin.
Harold Rhode non è personaggio di poco conto. Lo ritroviamo come inviato a
Baghdad dell’Ufficio per i Piani Speciali del Pentagono e uomo di contatto con
Chalabi, allora ancora molto amico degli Stati Uniti d’America, subito dopo la
“vittoria” sull’Irak.
Da un’intervista rilasciata a News week4, il mercante d’armi Ghorbanifar rivela
di avere avuto contatti molto intensi con Rhode e Franklin, al ritmo di “cinque
o sei volte la settimana”, nel giugno 2003, e di aver incontrato in seguito
Rhode a Parigi. Cosa avevano da dirsi di tanto importante i tre personaggi?
L’inchiesta è ancora in corso. Ma stiamo attenti alle date, e qualche cosa
capiremo. Ghorbanifar e i due americani del Pentagono s’incontrano
spasmodicamente a giugno. Poco più d’un mese prima, il 21 aprile, George Bush
aveva pronunciato due discorsi che segnalavano una evidente escalation verbale
e psicologica, tendente ad accrescere la quantità adrenalinica di paura nel
grande pubblico.
Nel pomeriggio, di fronte alla Newspaper Association of America, aveva
minacciato l’Iran con la sua usuale terminologia: o la smettono di produrre
uranio arricchito oppure “gliela faremo vedere noi”. La sera parlò in una
riunione riservata alla Casa Bianca, che il Washington P o s t5 riferì con
queste parole: “Martedì sera Bush ha detto ai leader repubblicani del Congresso
che (....) vi era la certezza che i terroristi avrebbero tentato un grande
attacco contro gli Stati Uniti prima delle elezioni”. Uno dei suoi consiglieri,
rimasto anonimo, riferì che “i leader furono colpiti dalla gravità delle
affermazioni di Bush e dalla loro precisione”.
Adesso, passate e vinte (da Bush) le elezioni presidenziali, sappiamo che
nessun attacco terroristico, nucleare, chimico, batteriologico, o di altro
tipo, è stato effettuato contro gli Stati Uniti. Però abbiamo molte ragioni per
pensare non solo che qualcuno stava preparando “qualcosa”. Sappiamo che gli
Stati Uniti erano impegnati a progettare una grande guerra, su scala
incomparabilmente più vasta di quella irachena, tuttora in corso. Cioè sappiamo
che non di un generico attacco terroristico si stava (e si sta) parlando, ma di
una nuova guerra tra Stati, le cui dimensioni era previsto che avrebbero potuto
essere assai vaste. Questa guerra concerne in primo luogo l’Iran. I conti
tornano. Vediamo di capire perchè e sulla base di quali dati. A luglio 2004 si
tiene l’operazione Summer Pulse.
Ufficialmente, stando ai comunicati della Marina Militare, si tratta della
prima esercitazione aeronavale per verificare l’efficienza del nuovo FRP,
ovvero Fleet Response Plan (ovvero Piano di risposta della Flotta). Niente di
anomalo, in apparenza. Si voleva soltanto dimostrare al presidente che la
Marina era in grado di muovere la sua potenza di fuoco e di azione in ogni e
qualunque punto del globo? In realtà gli Stati Uniti, mentre sono impegnati in
una guerra su larga scala in Irak, organizzano la più vasta esercitazione
aeronavale della loro storia in tempo di pace. Vi partecipano sette gruppi di
combattimento, ciascuno dei quali composto da una portaerei classe Nimitz,
accompagnata da una squadra navale al completo, di sette otto navi di
complemento, e da circa 70-80 velivoli di varia qualità. Per misurare la
vastità dell’operazione basti dire che mai in precedenza tanta forza era stata
dispiegata simultaneamente.
Nella Guerra del Golfo del 1991, o nell’assalto all’Irak del 2003, al massimo
si era arrivati a sei gruppi di combattimento.
Sorge inevitabile la domanda: perchè un tale dispiegamento di forze, gran parte
del quale, ma non tutto, si muove al largo delle coste cinesi, mentre l’esercitazione
coinvolge anche la marina di Taiwan? Qual’è la crisi che si pensa di dover
fronteggiare e alla quale ci si sta preparando? Gli osservatori informati
videro, in quella manifestazione di forza, un avvertimento pesante lanciato in
direzione di Pechino. Forse, anche, ma non è questa, probabilmente, la vera
ragione della mossa di Washington. Il messaggio di forza veniva sì lanciato, ma
in diverse direzioni.
E rappresentava la conseguenza di una valutazione degli effetti di un attacco
contro l’Iran, fosse esso effettuato da Israele o dall’aviazione statunitense.
Il fatto è che la Russia ha prodotto un missile anti-nave di tipo completamente
nuovo e lo ha venduto sia ai cinesi che all’Iran, Si chiama 3M- 82 Moskit (la
denominazione Nato è SS-N-22 Sunburn) ed è una variante estremamente
sofisticata dei famosi, all’epoca, Exocet francesi che permisero all’Argentina
di affondare la Sheffield e un’altra nave da guerra britannica durante la
guerra delle Falkland. Si tenga conto che l’Argentina aveva in tutto cinque
missili Exocet e, con quelli, affondò due navi. Ne avesse avuto cinquanta, la
signora Thatcher avrebbe avuto qualche problema a uscire vittoriosa da quella
piccola guerra.
Ma gli Exocet erano subsonici, erano piccoli e avevano un raggio d’azione di
circa 50 miglia. Bastò perchè due di quelli, durante la prima guerra del Golfo,
riuscissero a colpire la USS Stark, tagliandola in due e uccidendo 37 marinai.
I Moskit (o Sunburn) russi sono invece due volte più veloci del suono (2,1
Mach), sono decisamente più grossi, hanno un raggio d’azione di 100 miglia, e
possono portare una testata convenzionale di oltre 250 chilogrammi, o una
testata nucleare di 200 kiloton.
Anche senza testata nucleare, combinando la massa e la velocità, i Sunburbn
sviluppano un’energia cinetica devastante, in grado di affondare anche navi di
grande tonnellaggio.
Il loro sistema di guida variabile, che consente manovre violente e bruschi
cambi di direzione, la loro capacità di volo a pelo dell’acqua, ne fanno
un’arma praticamente imparabile. I sistemi radar americani Aegis non potrebbero
avvertire in tempo gli obiettivi, e il sistema di difesa a tiro rapido Phalanx
(che spara 3000 proiettili al minuto) funziona solo se viene preavvertito in
tempo.
Quanti sono i M o s k i t che i russi hanno venduto all’Iran? Non è cifra nota.
Forse lo è soltanto ai servizi segreti americani e israeliani. Ma una nave
qualsiasi che pattuglia il Golfo Persico, o una squadra navale che vi entrasse
a supporto di un’offensiva militare in grande stile, come quella contro l’Irak,
sarebbero un bersaglio tremendamente vulnerabile a lanci di Moskit piazzati
sulle coste iraniane del Golfo, facilmente mimetizzabili, difficilmente
liquidabili in anticipo (perchè sicuramente molti).
Ecco perchè gli Stati uniti hanno fatto l’esercitazione Summer Pulse.
Perchè probabilmente sanno bene che non potrebbero entrare nel Golfo Persico
con le loro navi e dovrebbero affrontare una guerra da grande distanza. Quello
che è certo, è che i Sunburn sono già là (probabilmente la Russia ha già
venduto a Teheran – secondo la rivista Jane’s Defense We e k l y – anche
l’ultima generazione di missili anti-nave, gli SSNX- 26 Yakhonts, velocità Mach
2,9, raggio d’azione 180 miglia) e, in caso Israele decidesse di colpire
preventivamente gl’impianti nucleari iraniani, la risposta colpirebbe non solo
Israele ma tutte le navi americane nell’area. E, in ogni caso, quei missili
possono chiudere completamente per settimane, forse mesi, la navigazione delle
petroliere nel Golfo, provocando effetti catastrofici sull’economia mondiale.
Forse è pensando a questa concatenazione di effetti che, per il momento, ci si
limita alle esercitazioni. Ma la confraternita dei Ledeen, dei Franklin, dei
Rhode, dei Ghorbanifar e dei loro committenti Wolfowitz, Feith, Bolton e Rice,
non è stata con le mani in mano. E Israele non ha ricevuto in dono per
distrazione la nuova flotta di 25 F-15s, che hanno un raggio d’azione
sufficiente per raggiungere gli impianti iraniani portandosi sotto il ventre
una cinquantina delle nuove bombe capaci di perforare i bunker a grande
profondità di cui hanno recentemente ricevuto (a spese dei contribuenti
americani) una partita di 5000 pezzi. Non tutto è pronto per la nuova
avventura, questo è certo. Ma molto è già stato fatto per prepararla. Si è
giocata solo una parte di una tripla o quadrupla partita mortale, che ha
evidenti risvolti strategici. Manca la certezza della vittoria, questo è
evidente e, per il momento, manca anche il casus belli, l’occasione.
Probabilmente la talpa israeliana e i suoi amici stanno lavorando a costruirla.
Summer Pulse serviva a valutarne le varianti tecnico-militari. Alla superficie
si muovono le pedine diplomatiche e politiche e si armano le corazzate
dell’informazione, già quasi pronte a lanciare i loro fuochi di sbarramento per
giustificare preventivamente la guerra. L’accusa – dopo l’Irak meno credibile,
ma che con il passar del tempo, degli articoli che verranno scritti a migliaia,
dei reportages televisivi che dovranno convincere i pubblici d’Occidente – è di
preparare armi di distruzione di massa, l’arma atomica. Lo schema si ripete. Da
quattro anni a questa parte sui media statunitensi è in atto una grande
tenzone, in cui i moderati (oggi diremmo i seguaci di Kerry, ma sappiamo che
sono stati sconfitti) hanno cercato di disinnescare i preparativi dell’attacco.
“Washington non andrà lontano minacciando Teheran”, scriveva Dilip Hiro su I n
t e rnational Herald Tribune6. Il 21-22 agosto, sullo stesso giornale, Martin
van Creveld, professore di storia dell’Università Ebraica di Gerusalemme
scriveva – sotto il titolo “Israele si sta preparando ad attaccare l’Iran?” –
che “tutto dipende da Ariel Sharon, un vecchio cavallo da guerra che, nel
lontano 1982, condusse Israele nella disastrosa invasione del Libano. Oggi
possiamo solo sperare che in questo frangente ci penserà due volte”. Ma quel
frangente è già stato superato.
La vittoria di Bush potrebbe consigliarlo a pensarci solo mezza volta.
Sull’altro fronte, quello di coloro che ci pensano con angoscia, si è attestato
il direttore generale della IAEA (Agenzia Internazionale per l’Energia
Atomica), Mohamed El Baradei, che in una conversazione con Al Jazeera7 ha
fatto, lo scorso 3 ottobre 2004, la più chiara dichiarazione possibile circa lo
stato di preparazione all’atomica dell’Iran. “L’Iran – ha detto – non ha un
programma per costruire armi nucleari”. Poi, per non lasciare equivoci, ha
aggiunto: “Io non ho visto alcun programma per armi nucleari in Iran. Ciò che
ho visto è che l’Iran sta cercando di avere accesso alla tecnologia per
l’arricchimento nucleare, ma per il momento non c’è un pericolo proveniente
dall’Iran. Perciò noi dovremmo fare uso di mezzi politici e diplomatici prima
di pensare di ricorrere ad altre alternative”.
Ma difficilmente basterà, come non bastò la testarda determinazione
dell’ispetto capo delle nazioni Unite Hans Blix per impedire che Bush
attaccasse l’Irak. Gli ayatollah ne sono consapevoli. Mentre gli Stati Uniti
colpivano Saddam e l’Irak, se ne sono stati buoni e silenziosi, ma non è
bastata la loro non belligeranza. Adesso – sono le ultime notizie dal fronte
virtuale che si sta combattendo – il governo di Teheran ha annunciato, domenica
14 novembre, “di avere inviato una lettera all’agenzia atomica delle Nazioni
Unite in cui dichiara che sospenderà le attività di arricchimento dell’uranio
come parte di un accordo con l’Unione Europea per evitare possibili sanzioni da
parte del Consiglio di Sicurezza”8 . Con tutta evidenza ciò che temono, sia
l’Iran sia l’Unione Europea, è precisamente ciò che abbiamo raccontato nelle
righe che precedono.
note:
1)http://www.911review.org/Wiki/Behind TheIsraeliMole.shmtl
2) Agosto 19, 2004, UPI, Martin Sieff: “Una guerra su larga scala tra Stati
Uniti e Iran potrebbe essere molto più vicina di quanto il pubblico americano
possa immaginare”.
3) Washington
Post, 23 luglio 2004.
4) Newsweek, 22 dicembre 2003
5) Washington Post, 22 aprile 2004
6) International Herald Tribune, 17 agosto 2004.
7) h t t p : / / w w w . a l j a z e e r a . c o m / c g i -
bin/news_service/middle_east_ful_story.as p?service_id=5051
8) International Herald Tribune, 15 novembre 2004