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da http://www.rebelion.org/noticia.php?id=22098
1 novembre 2005


L’Iran e la “distruzione di Israele”

Abdel Bari Atwan

Al-Quds

 

Proponiamo la traduzione della versione spagnola dell’originale in arabo, curata da Ciro Gonasti per il sito “rebelion.org”.

 

Non crediamo che il presidente iraniano Ahmadinejad sia tanto ingenuo da non aver previsto i rischi delle dichiarazioni lanciate la settimana scorsa, in cui minacciava di “cancellare” dalla carta geografica lo stato di Israele, poiché è un uomo estremamente intelligente e sagace che sa ciò che dice, come è dimostrato dal fatto che non le abbia ritrattate minimamente, ma che, al contrario, abbia confermato le sue parole una per una, nonostante la furiosa reazione statunitense.

 

Da una lettura rapida di tali dichiarazioni si possono trarre numerose conclusioni, alcune delle quali possono essere riassunte nel seguente modo.

 

Primo. E’ evidente che il regime iraniano si mantiene saldo nella sua decisione di sviluppare il proprio programma di energia nucleare e di arricchimento dell’uranio. Fa i propri calcoli, e poi, su questa base, mettendo nel conto le sanzioni economiche ed anche le aggressioni militari, cerca di fissare due elementi fondamentali: la mobilitazione della popolazione iraniana intorno ad una causa islamica giusta come quella palestinese e l’appoggio di massa arabo e musulmano, nel tentativo di coprire il crescente vuoto di leadership in questa zona del mondo.

 

Secondo. L’Iran ha stabilito una salda alleanza strategica con la Siria e con alcune delle forze radicali palestinesi, come Hamas o la Jihad, cosicché tale esplicita minaccia ad Israele permette di alleggerire le pressioni degli USA sulla Siria e sugli alleati dell’Iran in Palestina, obbligando gli Stati Uniti a pensarci almeno due volte prima di scagliarsi contro la Siria e imporle un blocco economico come risposta al recente rapporto Mehlis.

 

Terzo. L’Iran intuisce che i regimi arabi stanno cominciando a cospirare con gli USA contro di essa e vede nelle recenti parole del principe Saud Al-Faysal, ministro degli esteri saudita, che ha paragonato l’Iraq all’Iran, e nella visita a Baghdad di Amr Mussa, segretario generale della Lega Araba, una conferma di questa cospirazione. Così Ahmadinejad ha deciso di rompere attraverso le sue dichiarazioni con i regimi arabi, complici nella loro maggioranza di Israele e testimoni muti dei suoi crimini contro i palestinesi a Gaza e in Cisgiordania.

 

Quarto. I dirigenti iraniani si rendono conto della loro forza nella regione, dopo che l’occupazione statunitense ha sconfitto il partito Baath e il suo presidente Saddam Hussein ed ha portato, mediante una guerra sanguinosa, gli sciiti alleati dell’Iran al vertice del potere. Allo stesso modo, la “guerra contro il terrorismo” ha espulso dal potere in Afghanistan i talebani, che erano i più acerrimi nemici dell’Iran. L’Iran ha così ottenuto tutte queste vittorie senza nemmeno sparare un colpo, approfittando al massimo grado delle difficoltà statunitensi in Iraq per sviluppare la propria potenza militare e, più concretamente, quella nucleare.

 

Quinto. Per la prima volta nella sua storia, l’Iran si scopre trasformata nella massima potenza della regione, dove l’equilibrio militare strategico si sposta a suo favore dopo la distruzione dell’Iraq mediante il blocco, l’annichilimento della sua solida struttura di governo e lo stillicidio della guerra civile. Ancora più importante è il fatto che, per la prima volta la dirigenza iraniana non ha bisogno di mandare i suoi sostenitori ad assediare l’ambasciata statunitense a Teheran, dal momento che ha 150.000 soldati statunitensi e 10.000 inglesi in Iraq come ostaggi nelle sue mani e in quelle dei suoi sostenitori. Non è stato certo un caso che siano stati uccisi cinque soldati britannici in soli tre giorni a Bassora e con bombe ad alta tecnologia che, secondo Tony Blair, primo ministro britannico, provenivano dall’Iran.

 

Sesto. L’alleanza di alcuni alleati dell’Iran con le forze di occupazione statunitense in Iraq, come le milizie di Badr e il partito Dawa, o il Consiglio Supremo della Rivoluzione Islamica e Ali Al-Sistani, la più alta autorità sciita, ha dato una pessima reputazione alla corrente sciita, fino al punto di essere accusata di alto tradimento in alcuni organi di informazione musulmani e in tutto il mondo. Forse il presidente Ahmadinejad ha voluto smentire questa accusa, ridando alla corrente sciita il suo volto nazionalista, tornando ai tempi della resistenza di Hizbullah all’aggressione israeliana in Libano, della decisione dell’Ayatollah Khomeini di espellere i diplomatici israeliani, di chiudere la loro ambasciata a Teheran e di affidarla in seguito all’OLP.

 

Forse alcuni obietteranno che il presidente Ahmadinejad ha commesso lo stesso errore del presidente iracheno Saddam Hussein quando minacciò di distruggere metà di Israele, facendo allusione all’armamento nucleare in uno dei suoi esibizionistici discorsi, ma c’è una differenza di fondo: sull’Iran pende la minaccia di blocco e sanzioni economiche, ed anche di attacco militare, tanto da parte statunitense come israeliana, e fare o no dichiarazioni di questo tipo non cambia questa realtà, dal momento che gli Stati Uniti non intendono permettere all’Iran di sviluppare armi nucleari che minaccino l’egemonia strategica di Israele o il controllo statunitense sulle risorse petrolifere del Golfo.

 

Iran e Israele non hanno bisogno di dichiarazioni radicali come questa come pretesto per attaccare l’Iran e le sue installazioni nucleari. Occorre ricordare che l’invasione dell’Iraq si produsse con il pretesto di armi di distruzione di massa che non esistevano.

 

Il presidente Ahmadinejad ha messo i bastoni tra le ruote a tutti gli equilibri della zona, ha ridato al suo paese la leadership nel mondo islamico e ha creato problemi ai dirigenti arabi che si preparano ad allearsi nuovamente agli Stati Uniti per scatenare una guerra contro l’Iran, alleggerendo il loro intervento nelle questioni dell’Iraq, e ciò a beneficio di Israele.

 

L’esausta amministrazione statunitense, con la sua crisi interna, è attualmente impantanata in due guerre perse, in Afghanistan e in Iraq, e non può aprire un terzo fronte contro la più potente forza regionale, in tal caso l’Iran. Ha speso, fino a questo momento, 300.000 milioni di dollari, ha perso più di duemila soldati, e ha visto precipitare la sua popolarità del 50%, senza contare le conseguenze che per il vicepresidente Cheney e per lo stesso Bush può avere lo scandalo della rivelazione del nome dell’agente della CIA.

 

Se la guerra in Iraq ha portato il prezzo del petrolio fino a 70 dollari il barile, quale situazione si profilerebbe se questa guerra si estendesse all’Iran e con quali conseguenze per l’economia mondiale?

 

L’Iran ha resistito sette anni alla guerra con l’Iraq, nonostante l’iniziativa irachena fosse appoggiata dalla maggior parte degli arabi, dagli USA e dall’Europa. Possiamo immaginare la situazione del mondo e le dimensioni del terrorismo nel caso che l’Iran si trasformasse in uno “Stato distrutto” come l’Iraq e l’orrore del caos si estendesse dall’Iran, attraverso l’Iraq e la Siria, fino alle spiagge del Mediterraneo?

 

I neoconservatori hanno scoperto il “caos costruttivo” come parola d’ordine per giustificare le loro guerre in Iraq e in Afghanistan. Esso potrebbe trasformarsi in caos distruttivo se si aprisse un fronte di guerra in Iran e in Siria, un caos tale da far provare all’Occidente nostalgia per Al-Qaeda.

 

Traduzione dallo spagnolo a cura del

Centro di Cultura e Documentazione Popolare