BAGHDAD
L’unica manifestazione collettiva di giubilo che io ho visto a Baghdad
all’annuncio dell’incondizionata accettazione degli ispettori Onu è quella nel
ciclopico palazzo dei congressi. Era in corso l’ottava sessione della
Conferenza Internazionale di Baghdad, un evento che da anni accoglie politici
ed intellettuali in solidarietà con il popolo iracheno e contro l’embargo. I
300 delegati di un centinaio di paesi sono balzati in piedi all’inatteso
annuncio fatto da Tereq Aziz. «Ritorno degli ispettori senza condizioni»
liquida tutti gli alibi dietro i quali si copriva Bush.
Nessuno di coloro che al convegno, nelle sfere istituzionali, o per strada
abbiano sondato sulle prospettive aperte dall’iniziativa irachena, s’è detto
però anche solo un po’ fiducioso in una frenata della macchina da guerra Usa.
Anche perché` nessuno, che venisse da Francia o Malaysia, da Germania o Cuba,
da Russia o Brasile, da Sudafrica o Italia, pareva nutrire dubbi sulle vere
intenzioni statunitensi. «Non di ispezioni si tratta per gli americani, malati
di irresponsabile unilateralismo», aveva sintetizzato il senatore della
Margherita Gian Guido Folloni, ministro per i rapporti col Parlamento nel primo
governo D’Alema e oggi presidente dell’Istituto Italiano per l’Asia, «ma di
modifica totale dell’assetto geostrategico dell’area». E padre Jean-Marie
Benjamin, il francescano francese di Assisi, un prete che più di tutti si è
speso nella denuncia degli orrori dell’embargo genocida, con un’espressione tra
il furibondo e il desolato aveva aggiunto: «La disintegrazione dell’Iraq è solo
l’obiettivo di Bush». Non meno pessimista Wissam Sleiman, segretario esecutivo
della potente Associazione degli Studenti non Allineati, un organismo che
riunisce giovani di tutti i continenti. «Non cambierà` niente, se non il
sostegno popolare per l’Iraq, che crescerà. Figuriamoci se il governo Bush si
fermerà, ora che la macchina da guerra è a pieni giri».
Un colpo di fortuna e un antico rapporto di interviste ci fa avvicinare a Tariq
Aziz mentre si congratula, in una pausa della conferenza, con i parlamentari
del centrosinistra Folloni e Simoni per i loro interventi a sostegno della pace
e del riconoscimento della sincerità del governo iracheno. Sarà per protocollo
diplomatico che il protagonista di tutte le vicende internazionali dell’Iraq da
almeno 25 anni non si inserisce nell’orizzonte delle fosche previsioni
tratteggiate da tutti gli altri.
«Non mi faccio molte illusioni su Washington» esordisce colui che è certamente il
consigliere più ascoltato di Saddam, «alla luce di quello che stanno combinando
in mezzo mondo e di ciò che permettono ai loro alleati israeliani. Piuttosto
penso agli europei. Sono loro che hanno più da perdere dal rullo compressore
americano e più da guadagnare da un mondo arabo ormai fortemente unito e a
fianco dell’Iraq, con poche eccezioni. Personalmente è da sempre che cerco il
dialogo con gli europei. Purtroppo in tempi recenti molte porte si erano
chiuse. Spero che la nostra, davvero generosissima iniziativa le riapra.
L’unica risposta all’aggressività` americana dovrebbe essere un blocco di pace
euro-arabo-asiatico». Chiediamo al vice primo ministro quale fosse l’obiettivo
vero dell’offerta irachena, visto che nessuno crede che possa scongiurare il
programmato sconvolgimento della regione con la guerra globale americana.
«Abbiamo smascherato definitivamente il pretesto per lanciare l’aggressione: le
armi di distruzione di massa che tutti sapevano non esistere. Gli Usa non
pensavano che potessimo adottare una decisione così coraggiosa e dichiararci
disponibili al ritorno incondizionato di ispettori che hanno menato il can per
l’aia per tanti anni e a collaborare con l’Onu e il suo segretario generale.
Forse non lo credeva neppure l’opinione pubblica mondiale, specie quel settore
che, influenzato dai media statunitensi, insiste a sospettarci, quando
addirittura l’agenzia atomica (Aiea) e Hans Blix, un uomo da sempre a noi
ostile e che dovrebbe guidare le nuove ispezioni, ci hanno esonerato. Abbiamo messo
un bastone tra le ruote di un mostruoso meccanismo di morte e distruzione e
penso che i popoli amanti della pace lo riconosceranno. Oggi nel mondo c’è
forse un nuovo rapporto di forze, almeno sul piano politico e etico». Provo ad
obiettare pensando alla nostra opinione pubblica. «Qualcuno potrebbe pensare a
mosse tattiche, dilatorie». «Non è nella nostra indole, né della classe
dirigente, né del nostro popolo optare per tattiche e manovre quando sono in
gioco questioni fondamentali, di principio - mi risponde secco Aziz -. Qui
stiamo perdendo le garanzie del diritto internazionale, della sovranità e,
soprattutto, della pace mondiale. Gli Usa lo sanno ed è per questo che sono
rimasti scioccati dal nostro annuncio e hanno reagito in modo furibondo, inconsulto,
controproducente. Per un minimo di credibilità ora dovrebbero venire a vedere:
da noi non c’è più da anni l’ombra di armi di distruzioni di massa, né dei loro
mezzi di produzione, né degli stabilimenti. Provino ora a trovare la scusa per
fare dell’Iraq un nuovo Afghanistan. Agli Usa interessa solo una cosa: il
petrolio, ovunque si trovi. Ma quello iracheno non lo avranno, anche se
installassero qui un regime di venduti. Si ricordino che per quasi un secolo le
rivolte contro il colonialismo inglese sono state ininterrotte, fino alla
liberazione.».
Scendendo in strada, passiamo davanti a televisori che mostrano sfilate ed
esercitazioni della milizia popolare. Avevamo visto personalmente anche qualche
movimento di reclute, davvero male in arnese per armi ed equipaggiamento.
L’Iraq minaccia militare non esiste. «Esiste» - dicono i ragazzi negli
internet-café` nel centro della città - la determinazione di ogni iracheno di
non tornare colonia. E a Baghdad sarà dura, anche per i marines». Atomica a
parte.
Baghdad. Gli USA insistono ad annunciare - ONU o non ONU
- la soluzione finale per l’Iraq già negli spasmi dell’agonia. Sharon la sta
portando a termine nei confronti di Arafat e del suo popolo, kamikaze o non
kamikaze.
Dal Marocco all’Iran popoli e governi si aspettano uno sconvolgimento epocale.
Ogni giorno che passa il rombo dell’uragano in arrivo si fa più assordante.
Tremano le vene a centinaia di milioni di uomini e donne. Fuorché, a quanto
appare, agli iracheni.
Come se niente fosse, incomincia il Festival di Babilonia e Baghdad assume la
sua aria più festosa e cosmopolita, quella che della città fondata dagli
Abasidi nel 762, governata poi dal mitico Harun el Rashid per la gloria del
califfato, nel X secolo fu del mondo la metropoli più illustre per scienze,
arti, studi, mercati, convivenza civile. Da anni il Festival di Babilonia cerca
di evocare i fulgori di quei tempi con quello che molti considerano il più
grande evento artistico del Medio Oriente. Oggi gruppi arabi, europei ( anche gli
italiani dell’Accademia Nazionale di Danza), asiatici, latinoamericani,
africani, che macchiettano di colori e suoni la città, danno una mano alla
disperata ricerca di normalità di un popolo sull’orlo dell’abisso. E’ giorno di
festa. Borgatari di Saddam City, poveri, o del tutto miserabili, la risacca
dell’embargo, si riprendono le grandi arterie del centro. Arrivano con
scarcassoni a 4 o 2 ruote, carretti, carrelli, fagottoni in spalla e lastricano
di cianfrusaglie i marciapiedi del lato a 40 gradi (quello opposto, al sole,
vibra di 50). Incrociano le gambe all’ ombra delle grandi architetture
pubbliche in cui una scuola rinomata nel mondo ha fuso stilemi da mille e una
notte con la modernità. Architetture sontuose che stridono con i rottami e
rifiuti tornati a essere merce, esposti ai loro piedi. Una fiera dei più
fantasiosi tentativi di sopravvivenza, espressi da una storia che vanta 6000
anni di civiltà, la madre di tutte le scritture, leggi, musiche, matematiche,
organizzazioni sociali, agricolture, giardini. E’ un esercito di straccioni
che, con la sua forza di vivere, sfotte le più potenti armate di tutti i tempi,
queste sì chimiche, biologiche e nucleari. Nessuno qui si fa illusioni , né su
un ripensamento del « pazzo criminale » Bush e bancarottieri bombaroli
associati, né su un intervento alternativo dell’ONU. Ma nessuno lo da ad
intendere.
Si vive come se nulla fosse successo e nulla dovesse succedere. Sui fogli di
giornale stesi sul selciato un papà accoccolato, con due bimbetti denutriti ma
pulitissimi ronzanti attorno, offre una bambola senza testa, una testa di
bambola senza occhi, un telefono crepato, un paio di prese, un mazzo di fiori
di plastica, due fazzoletti, mezza dozzina di biro, qualche posata: frammenti
di una vicenda famigliare in rovina.
Lo Stato assicura a tutti 2300 calorie al giorno, con un sistema distributivo
che la FAO ha giudicato tra i più efficienti e onesti del mondo (Jutta
Burckhardt, 13 agosto 2000). Ma la giacca nuova? La riparazione del televisore
? Le tegole per il tetto sfondato? Il pranzo del giorno di festa ? Il viaggio
dai nipoti al Sud ? Lo zainetto scolastico ? Eppure, da quando 18 mesi fa venni
con Ramsey Clark, il cambiamento è visibile e forte. Ai bus scassati, residuati
pre-guerra con l’Iran e con l’alleanza occidentale, si affiancano lucidissimi
mezzi pubblici giapponesi (il trasporto pubblico costa 5 vecchie lire, la
benzina 20, sanità e istruzione, pur falcidiate dall’embargo, restano pubbliche
e gratuite).
Si smanetta in massa nei nuovi centri internet, nuove piazze con nuove palme,
nuove fontane e nuovi Saddam occhieggiano agli incroci, i negozi sono pieni di
merce, i tabelloni dello stadio, già a pennarello,. sono tornati elettronici e
guardano su decine di migliaia di tifosi. Perfino l’immenso mercato di Saddam
City, borgata di 2 milioni di poveri - molti i profughi sciiti dal Sud
bombardato e uranizzato - trabocca di frutta, verdura, polli, spezie. Ci sono
più mendicanti tra la Stazione Termini e Ponte Sisto che in tutta Baghdad. Poco
tempo fa, uscendo dall’albergo, potevi trovarti attorniato da ragazzini con una
dozzina di chewing gum. Oggi no. È che non c’è più soltanto il canale del
contrabbando curdo dalla Turchia, pesantemente taglieggiato dai boss del Nord,
che faceva sgocciolare qualcosa anche verso il resto del paese, dando un po di
lavoro in uno Stato che vanta l’80 per cento di disoccupazione e lavori di
giornata nel settore privato e il 58% in quello pubblico, gonfiando le tasche
di borsaneristi e offrendo qualche consumo a pochi privilegiati.
L’embargo, anche se chiamato ora "intelligente", lo impongono ancora
gli angloamericani - da cui la catastrofica carenza di farmaci e parti per le
infrastrutture di ogni tipo, tutte di origine occidentale - molto meno russi e
asiatici, per niente i paesi vicini. Accordi bilaterali e linee di volo civile
sono stati realizzati con la Giordania, ma anche con avversari storici come
Siria e Iran che, insieme all’Arabia Saudita, sentono l’alito di fiele
dell’aggressore americano, « questo sanguinario colonialismo di ritorno », come
dice Tariq Aziz, « che ha in Sharon il suo nevrotico tamburino ». Si ritrovano
accomunati dunque all’Iraq per la comune sopravvivenza e se gli scambi danno
forza alle rispettive economie, ciò dovrebbe - si calcola - ricostruire un’
interlocuzione interessante per un’Europa ansiosa di rientrare nel gioco
mediorientale da cui l’egemonismo statunitense l’ha estromessa fin dalla Guerra
del Golfo.
Il disegno opposto essendo quello della destra israelo-americana centrato sulla
mezzaluna neocoloniale dal Marocco, attraverso la Turchia, alle repubbliche
asiatiche, che Sharon dichiarava essere suo obiettivo fin dagli anni ‘80 e che
il noto Edward Luttwack, consigliere dinamitardo della Casa Bianca, ha
recentemente rilanciato. Così sull’Iraq si abbatte il nuovo medioevo
dell’assedio per fame, sete e peste. Inglesi e americani nel Comitato Sanzioni
dell’ONU usano sistematicamente il veto per annullare o ritardare l’attuazione
di contratti conclusi con paesi fornitori nell’ambito dell’accordo-capestro "petrolio
per cibo". La scusa è spesso il dual use, uso duplice, per cui si afferma
che un vaccino bovino, o un pesticida può servire a fabbricare armi chimiche e
una chiave inglese può anche avvitare un detonatore nucleare. In questo modo
sono stati bloccati o sospesi al 19 maggio 2002 ben 2.512 contratti per 7
miliardi e 848 milioni di dollari. Nel solo settore sanitario l’Iraq ha potuto
acquistare beni per appena 1 miliardo e 300 milioni sui 4 miliardi che gli
spettavano dalle vendite di petrolio.
Ancora peggio per l’ agricoltura : 721 milioni spesi su 2 miliardi e 946
milioni spendibili. Con il risultato che la produzione agricola è calata del
65% rispetto al 1990. E qui hanno inciso anche la negazione dei pezzi di
ricambio per i mezzi meccanici e la, sicuramente non innocente, costruzione in
Turchia di una serie di dighe sui due fiumi mesopotamici che ne hanno ridotto
la portata di quasi un terzo, strappando alla coltivazione alcune centinaia di
migliaia di ettari. Il quartiere di Al Mustanseria è il più antico di Baghdad.
È sdraiato sulle due rive di un Tigri le cui banchine sono sempre più alte e il
cui corso è ostacolato da nuovi isolotti che sorgono dalle acque. L’entusiasmo
innovatore e costruttore del governo non pare riservare spazi alla salvaguardia
di questo tesoro.
L’Unesco potrebbe dichiararlo "patrimonio dell’umanità" e finanziarne
il restauro, come fa all’Avana. Sarà perché queste case a due piani che
stringono vicoletti fognati a cielo aperto, con i loro balconi sporgenti e
vestiti di grate a legni intrecciati, sopra portali a ogiva con bassorilievi
dei tempi crociati, ricordano troppe dominazioni straniere, oggi tornate a
incombere. È un peccato, anche perché gli abitanti, poveri ma consapevoli, si
rifiutano di andare a vivere nei nuovi palazzoni, pur dignitosi, che si
allineano subito a ridosso del quartiere antico, in una specie di metafisica
scenografia moresco- dechirichiana.
Frugoletti, saltellanti tra mattoni millenari per raggiungere l’altezza
dell’obiettivo e far sapere da qualche parte che esistono anche loro, anziani
austeri, ma sorridenti fino all’affettuosità, in jallabia bianca o velo nero
scita, ci accompagnano nel trapasso da pozze di liquami a cortiletti colonnati.
Dove magari ci accoglie un café nascosto, sotto stuoie lacerate da venti
secolari, con panche impagliate in passati immemorabili e tavolacci di legno
nero su cui si abbattono le carte di baffuti giocatori a una specie di scala
quaranta. No, il ciai, il tè, ve lo offriamo noi, guai ! Sempre e ovunque così.
E, fuori, il pane che fotografiamo mentre lo sfornano da un antro in fiamme ci
ustiona le dita, ma non può assolutamente essere pagato. In tutto il quartiere
un campo elettromagnetico di cordialità.
Cordialità per noi, di un paese che ha contribuito a bombardarli, affamarli,
diffamarli. Raje ha dieci anni e parlicchia inglese come tutti qui. Serio e
silenzioso, sorridente, ci indica una direzione, ma poi ci accompagna lasciando
giochi e compagni. Ci guida per vicoli e slarghi, lontano, fino alla Posta, per
i francobolli. A titolo di grazie gli offriamo qualcosa, che so, per un gelato.
Risoluto rifiuta, con la mano sul cuore. Va via, si volta e ci saluta da
lontano con le dita a V. Nel mio video avrà un posto d’onore.
Da lì alla centrale via del commercio, Shara Sadoon, saranno un paio di
chilometri e almeno dodici ritratti del Rais : in piedi, seduto, in divisa, in
doppiopetto, con il fucile, con dei fiori, solenne, gioviale, spesso con alle
spalle simboli sumerici e assirobabilonesi. Da sempre questo gruppo dirigente
indirizza la memoria del popolo al passato remoto, pagano, oltre quello
islamico. Probabilmente una strategica spinta alla laicità. Ma di laicità parla
anche questo mercato della festa araba. Accanto a tortore, pesci, tartarughine,
galli o conigli, sono esposti per la prima volta cagnetti. Non da guardia o
attacco, da amicizia e affetto. Cani che, per anacronistici retaggi
religioso-igienisti, in tutto il mondo islamico sono considerati impuri. Non si
prega nella casa dove c’è un cane. Un tempo i cani arrivavano a Baghdad di
notte, dal deserto, randagi, a rovistare tra i rifiuti. Anche la scoperta di un
nuovo compagno di vita e di amore, diverso, molto diverso, è un segno di
laicità. Migliore dell’altro.
Baghdad. Il giovedì qui è la baraonda. È il giorno in cui la gente preferisce
sposarsi e lo Stato regala a tutte le coppie la notte di nozze gratis in un
bell’albergo. Così, negli alberghi di Baghdad, è tutto un cozzo di mondi:
algerine in fuseau e corpetto, qui per esibirsi in danze e canti a Babilonia,
che si mescolano ai bianco-neri di spose e sposi, nonchè a fruscianti
donne-tenda in nero di passaggio dall’Iran per pellegrinare verso le città
sante scite, Najaf e Kerbala, quelle di Ali, genero di Maometto e rinnegato per
i sunniti. E, di notte, nei giardini e sulle piste da ballo ad attirare i sensi
dei maschi locali sono piuttosto le piroette ventrali di ragazzine armene assai
scostumate (nel senso di costumi ridotti a quattro laccetti sulla schiena e
jeans verniciati sulla pelle), piuttosto che i tamburi e le trombe che
accompagnano il solenne incedere delle spose allestite come ballerine da
carillon.
90 km più a sud, il Festival di Babilonia che si svolge sul filo del rasoio
costituito dal limite della zona proclamata dagli anglo-americani di non volo,
ma che ormai è quotidianamente violata, anche se a rischio di gran begli
schianti, i bombaroli provenienti dal Kuwait fanno da campanella
dell’intervallo. I raid, a partire dal primo giorno del Festival, sono tornati
a essere quotidiani e prediligono l’ora del tramonto, quando tra i merli delle
mura babilonesi partono le luci degli spettacoli. Attimi di sospensione, poi
tutto riprende come se nulla fosse. Le bombe, di solito, cadono più lontane,
tra Najaf e Bassora, a punire gli "amici" sciti che ancora non si accingono
a rovesciare il regime (succede lo stesso con gli "amici" curdi al
nord).
Ora l’Iraq ha chiesto al Consiglio di Sicurezza, non solo di respingere la
risoluzione voluta dai teppisti di Washington, che intenderebbe affiancare agli
ispettori brigate corazzate a stelle e striscie, ma anche di porre un freno a
queste incursioni del tutto illegali. Intanto al nuovo dossier-burletta
(definizione di Ivanov) di Blair, qui si è reagito imbarcando tutti i
giornalisti britannici, compreso un portoghese italiano, e facendogli fare il
giro dei siti incriminati. Il più minaccioso è risultato uno stabilimento dove
si fabbricano propellenti per pistole o cannoni. Altrove abbiamo visto
detersivi e farmaci. Ovviamente nulla vieta che li si facciano fuori, come nel
1998 a Khartum la famosa fabbrica di "armi chimiche", andata in fumo
con tutti i suoi farmaci anti-Aids e antibiotici e con una trentina di addetti
ai lavori.
In ogni caso, a dispetto della gran solidarietà che l’Iraq va raccogliendo in
tutto il mondo e che ne ha fatto l’"Anti-USA" per eccellenza, tutti
sentono avvicinarsi l’uragano. Ne è convinto anche Shamel al Hadithy, direttore
generale del Ministero degli esteri, che ci ha detto:"Gli USA
attaccheranno, non c’è dubbio. E presto, per impedire un’ulteriore crescita del
fronte di pace. Sono pronti in Kuwait e negli Emirati. Sarà un attacco di
sorpresa. Non aspetteranno novembre o gennaio. Hanno bisogno di mettere tutti
davanti al fatto compiuto. Ora provano solo di far passare quella loro
risoluzione che vorrebbe offrire agli ispettori i pretesti per dire che creiamo
intralci, magari perchè ci opponiamo che mettano il naso sotto il letto del
presidente, o perché "troveranno" una bustina piena del loro antrace.
Noi comunque vogliamo che vengano e subito. Li aspettiamo per metà ottobre e li
lasceremo andare dove vogliono, anche se gli staremo addosso per controllare
che non facciano come l’altra volta, prima che fossero ritirati su ordine USA
per i bombardamenti del dicembre ‘98, quando spiavano e seminavano nei campi
coltivati larve di locuste".
C’è una specie di orgogliosa rassegnazione tra gli iracheni di ogni tipo e
livello. Sentono che il loro sacrificio attuale e l’eventuale catastrofe futura
gli farà adempiere al ruolo storico di cartina di tornasole della ferocia
colonialista americana, a vantaggio di una definitive presa di coscienza
planetaria. Come quei bambini di Andesen che incrinarono tutte le monarchie
gridando "il re è nudo".
Mi dice Maruan, operaio della raffineria di Baghdad (nata nel 1954, quasi archeologia
industriale, colpita 12 volte, riparata con lo sputo, carburante per un terzo
dell’Iraq, pane per 1800 operai), sul suo ruolo di bersaglio perenne:"Non
ci pensiamo. Non pensiamo neanche al giorno dopo. Viviamo come se fossimo
invulnerabili e tutto fosse normale. Sennò, forse, usciremo matti. E siamo
anche contenti di sfidare con la nostra tranquillità la ferocia degli
americani". Non male come antidoto al panico.
Intanto, con ieri, siamo arrivati a 15.889 incursioni aeree dal 17 dicembre `98
La pensano così anche i giovani americani di "Voices in the
Wilderness", arrivati qui con il loro "Peace Team", con 40.000
dollari in medicine e la promessa che presto, "prima e durante l’attacco
ne arriveranno ancora mille e molti altri da tutto il mondo", a fare da
scudi umani. È quello che ci inventammo noi, col "Ponte per..." nel
febbraio del 1998, quando solo un andarivieni di Kofi Annan sventò l’attacco,
anzi, lo rinviò a dicembre. E avemmo la solidarietà di Denis Halliday,
rappresentante ONU, poi dimessosi nel clamore delle sue denunce contro
l’embargo genocida. C’eravamo anche noi all’ospedale pediatrico Al Mansur e
c’era Kenneth Kaunda, il padre della patria dello Zambia, uno dei grandi della
liberazione africana, in procinto di partire per un giro africano a mobilitare
governi e genti contro la guerra: "Una guerra", dice, "che, dopo
i palestinesi, intende mettere in ginocchio tutte le forze che si oppongono ai
progetti strategici USA di controllo dei territori, delle vie di comunicazione,
delle risorse petrolifere. I popoli hanno conosciuto il colonialismo e se ne
sono liberati. Ci riusciranno di nuovo".
Il Festival di Babilonia è invece ciò di cui tutti parlano e s’inorgogliscono.
Finisce il 2 ottobre e ospita rappresentanze di 46 paesi, un record. Grande
evento culturale del mondo arabo da 12 anni a questa parte, non è stato sospeso
nemmeno nell’anno della guerra e neppure per la spaventosa devastazione delle
sanzioni, quando l’Iraq, prima dell’autarchica e parzialissima, ma
significativa ripresa di questi due anni, era stato ridotto, come pronosticato
dal segretario di Stato Baker, "all’epoca preindustriale". È
inesorabile, pare, la marcia della più terribile macchina da guerra conosciuta
da questa regione. Con tanto di armi nucleari minacciate e chimico-biologiche
detenute dal nemico.
Ma con questo Festival, come con tutte le sue manifestazioni di vita e di
lavoro, questo popolo afferma cocciutamente il suo diritto alla normalità. La
sua volontà di coraggio. Coraggio che non è certo sostenuto dai mitra arrugginiti
con i calci scorticati che spuntano tra guardie del corpo che fanno finta di
proteggere il tuffo nella folla del vicepresidente Taha Yassin Ramadan, a due
metri da me e da chiunque volesse tirargli una coltellata, mentre arriva per
aprire il Festival.
Una grande palla di fuoco era la luna piena sugli spalti delle millenarie mura
di Babilonia. Tutto parte dalla Porta di Ishtar - dea della vittoria - rifatta
dagli archeologi sui resti della metropoli neobabilonese del primo millennio
a.C., celebrata da Strabone e altri storici greci e amata da Alessandro Magno
per le sue meraviglie ingenieristiche, dai giardini pendenti alle irrigazioni e
fontane al decimo piano di palazzi mastodontici. Da qui partono per il grande
anfiteatro i vari gruppi nazionali lungo la strada delle processioni, già
lastricata con un asfalto che dovette poi attendere qualche millennio per
essere reinventato. Ma prima, all’ombra di quella porta- simbolo di una civiltà
che al mondo regalò ruota, diritto, scrittura, note musicali, la città, una
danza di guerrieri sumeri aveva congiunto storia remotissima e embargo attuale.
Lance e archi, un gonnellino azzurro, vasti occhi neri addosso a cento corpi
magri, più minuti del dovuto (l’altezza dei neonati iracheni è diminuita di 2,5
centimetri, il peso di 400 grammi). Sono figli di contadini, ragazzi delle
superiori di Hilla, come si chiama oggi il paesone agricolo in cui si è
ristretta Babilonia. Sono tutti indistintamente denutriti da embargo i nipoti
di Hammurabi, il primo legislatore, di Nabuccodonosor, il conquistatore, di
Harun el Rashid, il califfo delle bellezze e dei piaceri. Ti sorridono quando
li inquadri nella telecamera, strizzano l’occhio. Ma le loro ossa in vista, i
loro occhi grandi fanno rabbrividire.
All’ospedale pediatrico di Al Mansur un loro fratellino muore. Il terzo di quel
giorno. Sono sei in media nelle 24 ore, grazie all’incrocio tra mal - e
denutrizione e contaminazione da uranio. Taher ha due mesi, la mamma accanto
che singhiozza piano, poi altri letti, altri pianti, qualche papà muto. È
affetto da glicogenosi: il fegato assorbe catene di zuccheri, ma non sa più
romperle ed espellerle. Il glicogene si accumula e uccide. Da noi un trapianto
facile, qui figurarsi, l’embargo nega perfino le bende: "dual use". A
nord di Baghdad si sta mettendo in piedi una fabbrica per non essere proprio
del tutto dipendenti dai farmaci che in Commissione sanzioni gli angloamericani
negano. Arriverà troppo tardi per Taher. Il medico con cui parliamo scatta via
sul richiamo di un’infermiera, si butta sul bambino, gli fa un messaggio
cardiaco, poi gli mette la maschera d’ossigeno, un collega corre per una fiala,
torna dopo interminabili minuti, la fiala non c’è. Il bambino se ne va, ci
lascia solo il suo corpo bianco. Sono sette anni che vedo queste scene.
Nel 1987 la fertilità media era di 6,2 nascite per donna, nel 1999 era scesa a
4,5. L’uranio rende sterili, l’embargo scoraggia. 1990-1999: il tasso di
mortalità delle partorienti sale da 106 a 295 per mille, quella infantile da
26,2 a 115,9 su mille. Quella dei bambini sotto i 5 anni da 30,7 a 159,6.
L’embargo uccide l’istruzione: l’analfabetismo femminile (ovviamente le donne
sono le più penalizzate dall’embargo, arrivano al triplo lavoro) è risalito dal
12% del 1990 al 34,7% del 1997. Quello che l’ONU definisce, considerando tutti
i parametri, l’Indice di Sviluppo Umano (HDI) aveva collocato l’Iraq - crescita
del PIL dell’8% negli anni 80 - tra i paesi sviluppati, al 70. posto su 160
paesi. Dopo la guerra del 1991 era sceso al 91. e nel 1999 si trovava al 143.
posto.
Dalla Porta di Ishtar la processione babilonese avanza tra algerini inneggianti
a se stessi e che non differiscono da una scolaresca romana, beduini giordani
in candida jallabia e bandoliere incrociate, olandesi con le cioce, svedesi
oppressi da costumi di lana cotta e con cuffiette alla monaca, italiani con
bandierone tricolore e due gruppi: quello acclamatissimo pugliese di
"TerrAnima", 7 musicisti e 3 danzatori di worldmusic innestata sulle
radici etniche della tarantella, e le 2 ballerine con 4 musicisti
dell’Accademia Nazionale di Danza, capeggiati da Enrica Palmieri e che si
esibiscono in un raffinato spettacolo dedicato alla Palestina e a tutti i
popoli cui si negano giustizia e pace. Sono i più recenti di una fila illustre:
Battiato, Mau-Mau, Africa Unite, Avion Travel, tanti altri. Se ne fregano anche
loro delle bombe e delle minacce dei dementi di Washington.
Trionfale l’excursus storico del più importante gruppo iracheno: un casino di
folla sulle gradinate percosse dal laser (proibito ma contrabbandato dal Libano
sempre più amico), attorno a mezza dozzina di impettiti vertici dello Stato in
divisa, segue a bocca aperta e con occasionali boati di approvazione la storia
delle glorie della Mesopotamia, nei costumi, nelle musiche, nella danze, nei
mimi, dai sumeri ai tempi della "madre di tutte le battaglie".
Significativa l’assenza di qualsiasi riferimento a temi religiosi, pur
nell’incalzare di una religiosità di ritorno che fa apparire gli anni ‘60 e ‘70
come una selvaggia emancipazione laica dei costumi. Tutti euforici alla fine, i
2000 che hanno festivaleggiato all’ombra degli F16. Un tempo, quando ci
individuavano come italiani, ci salutavano esclamando "Felice Riva!",
poi venne "Paolo Rossi!", più in qua "Roberto Baggio!" .
Oggi gridano a qualsiasi forestiero "Schroeder! Schroeder!" e ridono
contenti.
FULVIO GRIMALDI