www.resistenze.org - popoli resistenti - iraq - 12-12-02

A cura del centro culturale italo-arabo di Torino

La strega Saddam e l'Inquisizione di Bush

di Giulietto Chiesa

La guerra contro l’Irak ci sarà, anche se  molti fanno finta di credere che la risoluzione del Consiglio di sicurezza l’abbia in qualche recondito modo scongiurata. Al contrario: la risoluzione è esattamente ciò di cui l’Amministrazione di Washington aveva bisogno per poter scatenare l’attacco.
Ciascuno dei 15 votanti l’ha approvata con le proprie riserve mentali, con le proprie giustificazioni, con i propri atteggiamenti da sepolcro imbiancato. C’è chi lo ha fatto per paura, come la Siria; chi lo ha fatto perché ricattato, come il Messico; chi lo ha fatto per calcolo economico, come la Francia, o la Russia; chi lo ha fatto – probabilmente - perché ritiene che gli Stati Uniti andranno incontro a un disastro politico e diplomatico (e intende spingerveli attivamente), come la Cina. C’è naturalmente chi lo ha fatto per puro servilismo da vassallo, e mi riferisco alla Gran Bretagna, che ormai non ha più nemmeno orgoglio.
Se l’Italia si fosse trovata nel Consiglio di sicurezza avrebbe probabilmente votato anch’essa quella risoluzione assassina per quello «spirito da affittacamere» (espressione dell’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga) che ha spesso caratterizzato in passato la sua politica estera, quando erano in gioco gl’interessi degli Stati Uniti d’America.
Di fatto Saddam Hussein non ha più via d’uscita. Se non accetta una  risoluzione che gli chiede perentoriamente di accettare ispezioni che nessun paese sovrano può ritenere accettabili, perché nella forma in cui sono state richieste significa di fatto accettare che gl’ispettori entrino (accompagnati da soldati stranieri armati) anche nella camera da letto del capo dello Stato e di tutti i membri del governo, allora l’attacco è certo.
Ma è altrettanto certo anche se Saddam Hussein, eventualmente, accetterà le ispezioni come gli sono state richieste. Perché si danno allora due ipotesi: gli ispettori  scoveranno le armi. Quante non importa. E allora Saddam dovrà essere punito perché non le ha a suo tempo dichiarate. «Dovrà essere punito» anche nel caso che accettasse di disfarsene seduta stante, perché allora Washington potrà sempre dubitare che altre armi siano nascoste da qualche altra parte.
Oppure, seconda variante, gl’ispettori non troveranno niente. In tal caso, il bombardamento sarà ugualmente assicurato perché non ci si può fidare di un regime che nasconde le armi agl’ispettori. Come ha detto molto autorevolmente la signora Condoleezza Rice, segretario alla Sicurezza Nazionale, «ormai l’onere della prova spetta a Saddam Hussein». E, se lui non confessa, allora bisognerà punirlo comunque.
Ma - potrebbe obiettare qualcuno – come si può escludere l’ipotesi che le armi non ci siano davvero, o che gli stabilimenti che servivano a fabbricarle (che sicuramente ci sono stati) non siano più in condizioni di  produrle?
La domanda è pertinente, ma solo in un universo astratto, che non è più in ogni caso confrontabile con quello in cui viviamo, nel quale le regole della normale giurisprudenza sono state da tempo abolite insieme a quelle della logica più elementare. A nessuno viene in mente che la «logica» della signora Condoleezza Rice è quella con cui si mandavano al rogo le streghe ai tempi dell’Inquisizione: o confessi (e allora andrai al rogo perché rea confessa), oppure non confessi, e allora andrai al rogo come peccatrice e per giunta bugiarda.

A leggere giornali e ad ascoltare quello che resta dei telegiornali (dopo la cronaca nera, le sfilate di moda, la pubblicità nascosta, le sciocchezze sulle case regnanti nostrane ed estere, l’ultimo film di moda, o l’ultimo disco) si ricava l’impressione costante, generale, diffusa, come un rumore di fondo assordante e uniforme, che la guerra contro l’Irak sia non solo inevitabile, ma anche giusta, inesorabile come il destino, o come la Provvidenza. Ormai molti commentatori non si preoccupano più nemmeno di stare ai fatti più semplici, perfino a quelli già accertati. Per esempio si dà per scontato che l’Irak avrà la bomba atomica: è questione, se non di mesi, addirittura di giorni. A nulla valgono le dichiarazioni degli esperti, dei fisici. Niente da fare. L’uranio arricchito arriverà. Come se non fosse pressochè impossibile nasconderlo.
Per esempio si è già scordato che nemmeno la Cia ha osato affermare che Saddam Hussein ha avuto legami con Al Qaeda. Eppure da tutti i media principali, senza eccezione alcuna, trasuda certezza che, in un futuro molto ravvicinato, sarà l’Irak a rifornire di armi di distruzione di massa l’intera galassia delle organizzazione terroristiche internazionali.
E il tutto si fonda su un’opinione pubblica occidentale ormai talmente terrorizzata da conferire i pieni poteri ai suoi governanti, purché la proteggano contro insidie oscure di morte e di distruzione. È cominciato il secolo del terrore. Ci terranno tutti sotto questa spada di Damocle per almeno due generazioni di donne e di uomini  e vecchi e bambini.
 
La «lotta contro il terrorismo internazionale», divenuta la priorità assoluta rispetto a ogni altro tema, ci ha già fatto dimenticare che il terrorismo, invece di diminuire, guerra dopo guerra, aumenta. E a nessuno viene il sospetto che una lotta che, invece di indebolire l’avversario, lo rende più forte, più agguerrito, più feroce, è una lotta sbagliata.
Il terrorismo, ogni giorno che passa, diventa sempre più aggressivo multilaterale, pervasivo. E coloro che lo hanno additato come il pericolo pubblico numero uno, invece di dimettersi per incompetenza nel fronteggiarlo, alzano la posta e diventano sempre più tracotanti e aggressivi.

da M.C., - Dossier Iraq / Dicembre 2002)