www.resistenze.org - popoli resistenti - iraq - 16-12-02

A cura del centro culturale italo-arabo di Torino

Asse del male o asse del petrolio?


Tony Blair, il più fedele alleato di George W. Bush, ha presentato alla camera dei comuni un dossier per avvalorare la pericolosità di Saddam. Ma il primo ministro inglese non ha convinto, confermando indirettamente l'opinione di Condoleezza Rice secondo la quale non c'è bisogno di provare la colpevolezza dell'Iraq. Non si sbaglia. Per giustificare una guerra contro Saddam, è sufficiente sapere che Baghdad possiede la seconda riserva di petrolio della Terra dopo l'Arabia   Saudita. Intanto un ex ispettore dell’ Onu ha svelato che……

di Cesare Allara (centro culturale italo-arabo)

Quasi sempre si dimentica che il groviglio di tragiche contraddizioni che lacerano oggi il Medio Oriente è la conseguenza di due secoli di imperialismo francese, inglese ed americano.
Interpretare la storia e l'attualità del Medio Oriente trascurando l'esistenza del petrolio è come voler scrivere la storia di Torino dimenticando l'influenza decisiva della Fiat negli eventi della città. Come scrisse anni or sono Filippo Gaja, tutta la legalità del Medio Oriente è stata costruita con l'illegalità, la prevaricazione e la violenza. Le frontiere non sono che righe immaginarie che attraversano il deserto, tracciate dopo estenuanti mercanteggiamenti e continue cancellazioni con riga, compasso e matita, in base a imperativi arbitrari dettati da calcoli economici, totalmente estranei agli interessi dei popoli, che del resto nessuno si è mai sognato di interpellare. L'inchiostro con cui questa storia tragica è stata scritta negli ultimi cento anni è il petrolio.
 Oggi, invece, ci spiegano che l'intervento armato contro l'Iraq è necessario perché Saddam Hussein, occultando pericolose armi non convenzionali, costituisce un pericolo per il mondo intero e perché occorre finalmente portare la democrazia al popolo iracheno ed a seguire in tutto il Medio Oriente. 
Anche se le motivazioni sinora addotte per giustificare l'attacco non si discostano poi molto  da quelle che in passato i regimi liberali e fascisti usavano per legittimare le imprese coloniali, è interessante notare che questo nuovo diritto dell'Occidente all'ingerenza democratica è invocato per i paesi del Medio Oriente, proprio mentre nei paesi del Nord del mondo assistiamo ad uno straordinario attacco alle libertà ed ai diritti democratici fondamentali in nome della globalizzazione, della governabilità, dei parametri di Maastricht, del pericolo terrorista ecc.
SADDAM, BIN LADEN E LA “GUERRA INFINITA”
La guerra in Afghanistan ed il completo fallimento del dichiarato proposito di catturare vivi o morti Bin Laden ed il fantomatico mullah Omar, hanno reso ancora più evidente che l'obiettivo di tutte le operazioni militari progettate dagli USA sotto il nome di Enduring Freedom  non ha nulla a che vedere con la guerra al terrorismo internazionale.
Come il presidente Clinton con i bombardamenti sull'Iraq riusciva a sviare l'attenzione dell'opinione pubblica americana dalle sue prestazioni extra politiche e ad evitare l'impeachment (dicembre 1998), così Bush jr. agitando tempestivamente gli spauracchi di Bin Laden e di Saddam Hussein riesce a garantire enormi flussi di denaro all'industria bellica americana e tenta di far passare in secondo piano gli scandali finanziari in cui membri autorevoli della sua amministrazione sono ampiamente coinvolti.
La guerra infinita che Bush jr. ha garantito al mondo, non è però solo l'ennesimo stratagemma per coprire difficoltà di politica interna e per tentare di risollevare l'economia americana da una ormai cronica recessione.
Non è un caso che due dei tre stati canaglia nel mirino degli USA, l'Iraq e l'Iran, bollati da Bush jr. nel suo discorso del 29 gennaio u.s. sullo stato dell'Unione come asse del male, siano anche importanti paesi produttori  di  petrolio.
Si diceva una volta che chi controlla il Golfo, controlla il mondo. Oggi, il dominio delle risorse energetiche dell'Asia Centrale, che con quelle del Medio Oriente rappresentano circa i due terzi delle risorse del nostro pianeta, è un obiettivo imprescindibile per chi come gli USA vogliono che il XXI secolo, dopo il XX, sia ancora un  secolo americano.
Per un paese che aspira alla dittatura globale, l'intervento in Afghanistan era perciò necessario non solo per insediare un fedelissimo come Karzai al governo del paese, ma soprattutto per piazzare per la prima volta alcune basi militari nelle repubbliche ex-sovietiche dell'Asia Centrale che, oltre ad essere una spina nel fianco di Iran e Cina, potrebbero diventare utilissime per un attacco all'Iraq nel caso sempre più probabile di un rifiuto di paesi arabi amici di offrire le loro basi per tale operazione.
Gli eventi dell' 11 settembre 2OO1 e ciò che n' è seguito, il diritto alla legittima difesa, il diritto alla rappresaglia da tutti riconosciuti ed approvati  (persino dall'ONU con risoluzione 1368 del 12 settembre)  , sono serviti da pretesto per fornire una parvenza di legittimità ad un nuovo capitolo della vecchia e mai dismessa politica delle cannoniere.
Esemplari a tale proposito le affermazioni del consigliere per la sicurezza nazionale Condoleezza Rice:  Per l'Iraq non c'è bisogno di prove: Saddam è un individuo pericoloso.
Se per l'Iran si sta ancora battendo la via diplomatica, per l'Iraq, gli USA hanno ormai scelto quella militare.
RAFFREDDARE IL CONFLITTO PALESTINESE
Nell'editoriale del 22 aprile u.s. il Washington Post si rammaricava del fatto che gli USA non possano attaccare a loro piacimento l'Iraq senza avere alla spalle il consenso di tutti gli arabi. Certamente uno dei problemi per gli USA è come riuscire ad aggredire contemporaneamente due popoli arabi, quello palestinese e quello iracheno, senza che ciò crei tensioni irreparabili tra le masse popolari di quei paesi arabi come Egitto, Arabia Saudita e Giordania, cosiddetti moderati solo perché completamente asserviti agli interessi occidentali.
Gli USA, pur non avendo nulla da offrire se non il temporaneo ritiro dei tanks israeliani dai territori palestinesi, tentano di attirare e trattenere Arafat ad un fittizio tavolo della pace giusto il tempo occorrente per una guerra che porti ad un cambiamento di regime in Iraq. Una volta neutralizzato l' Iraq, gli USA delegheranno nuovamente a Sharon,  Netanyahu o Peres  la soluzione finale del problema palestinese.
La ricerca di alleati interni ed esterni all'Iraq, la scelta all'interno dell'inconsistente e litigiosa opposizione irachena di una testa di legno che garantisca in futuro gli interessi americani, la risistemazione territoriale del Medio Oriente ed il consenso dell'opinione pubblica americana e mondiale a questa nuova operazione di polizia coloniale, sono tutte questioni che gli Usa debbono definire prima dell'intervento armato.
Per mascherare una divisione del paese in tre piccoli stati più controllabili e più deboli economicamente e militarmente, per il dopo-Saddam si prospetta una soluzione federalista, per permettere alle etnie sciite, sunnite e curde di vivere insieme senza la prevaricazione di una di esse evitando però che l'autonomia si trasformi in indipendenza, il che nel caso dei curdi potrebbe compromettere un aiuto militare turco come spiega l'ex segretario di stato Henry Kissinger.
In realtà si vuole evitare che in futuro l'Iraq possa tornare ad essere una potenza regionale concorrenziale ed ostile ad Israele e perciò tra gli aspiranti alla guida del futuro Iraq federale troviamo tale Al-Sharif Ali Bin Al-Hussein, parente del re di Giordania esponente di quella monarchia hascemita che governò l'Iraq con una politica completamente subalterna agli interessi britannici sino al 14 luglio 1958 quando tutto il popolo iracheno insorse, fucilò la famiglia reale, linciò il ministro Nuri Said considerato più inglese degli inglesi e proclamò la repubblica.
LA “CROCIATA” MASS-MEDIATICA
L'amministrazione Bush è divisa al suo interno fra coloro che intendono attaccare infischiandosene dell'opinione degli alleati e quanti invece ritengono che si debba ricercare il consenso più ampio, soprattutto fra i governi europei. Questi però, consapevoli della contrarietà alla guerra della maggioranza dell' opinione pubblica, si nascondono dietro una risoluzione dell'ONU che avalli l'intervento armato contro l'Iraq.
 Non esistendo al momento la  prova del coinvolgimento iracheno negli eventi dell'11 settembre, né tanto meno un collegamento con Al Qaeda, per convincere l'opinione pubblica dell'urgente necessità della guerra santa contro l'Iraq, è iniziata una martellante crociata massmediatica consistente nella quotidiana scoperta di fabbriche e depositi di sostanze chimiche, batteriologiche e nucleari pronte per essere usate contro tutto l'Occidente.
Il copione che si sta realizzando è quasi simile a quello che portò all'intervento della Nato in Jugoslavia: il 15 gennaio 1999 venne confezionato dall'Uck  l'eccidio di Racak che provocò la generale indignazione dell'opinione pubblica che diventò favorevole all'intervento armato. Il 6 febbraio si mise in scena la farsa dei colloqui di pace di Rambouillet con condizioni talmente vessatorie ed inaccettabili per la Serbia, che in pratica equivalsero ad una dichiarazione di guerra.
ALLA RICERCA DI UN "CASUS BELLI"
Per l'Iraq si sta costruendo il casus belli. La richiesta di ispezioni incondizionate corrisponde già alla farsa di Rambouillet.
E' opportuno ricordare che verso la fine dell'ottobre  1997, il governo iracheno bloccò alcune ispezioni dei commissari dell'Unscom ( United Nations Special Commission ) ai palazzi presidenziali ed alla sede dei servizi segreti peraltro già perquisiti più volte, avendo il sospetto che l'obiettivo delle visite non rispecchiasse gli scopi della risoluzione 687, ma che invece fosse quello di scoprire il sistema di sicurezza a protezione del presidente dell'Iraq. Il governo di Baghdad, nel riconfermare l'intenzione di continuare a collaborare con l'ONU, richiese però l'allontanamento degli ispettori di nazionalità americana.
Nei mesi successivi gli USA fecero pressioni sui loro alleati per trovare consenso e collaborazione per risolvere militarmente la controversia, ma quando ormai la guerra sembrava inevitabile, il segretario dell'ONU Kofi Annan su pressione di molti governi, il 22 febbraio 1998 volò a Baghdad e strappò in extremis un accordo. Alcune richieste irachene, come quella di iniziare a discutere di una data certa della fine dell'embargo, vennero prese in considerazione e si stabilì la continuazione delle ispezioni dell'Unscom accompagnate  però da diplomatici di varie nazionalità nominati direttamente da Kofi Annan.
Due mesi dopo, gli ispettori più sensibili alle esigenze degli USA accusarono i diplomatici nominati dal segretario dell'ONU di intralciare le ispezioni ed in taluni casi di sostenere  addirittura il punto di vista delle autorità irachene.
Nell'agosto 1998, l'Iraq sospese nuovamente la collaborazione con gli ispettori nell' attesa di una discussione per stabilire una data certa per la fine dell'embargo. A fine mese le tensioni all'interno dell'Unscom sfociarono nelle dimissioni del più discusso fra gli ispettori: il colonnello dei marines William Scott Ritter. Nel corso di una trasmissione televisiva, Ritter rivelò che gran parte della commissione, compreso il capo degli ispettori, l'australiano Richard Butler lavoravano per la Cia ed Israele. Paradossalmente l'Iraq, cui competevano le spese delle ispezioni, pagava per essere spiato.
Nel dicembre 1998 gli ispettori di Butler lasciarono definitivamente Baghdad, sostituiti dai bombardieri anglo-americani e la questione delle ispezioni è rimasta a tutt'oggi nella medesima situazione di allora. L'Iraq che chiede di affrontare non solo il problema delle armi, ma anche quello della durata dell'embargo, del ripristino della sovranità su tutto il paese e dell'eliminazione delle no fly zone; gli USA che puntano solo all'intervento militare per ripristinare quel dominio sul  petrolio arabo che le nazionalizzazioni dei primi anni Settanta gli avevano tolto. Prossima fermata Teheran.
 Torino, 11 settembre 2002

P.S.- Un amico a cui ho fatto leggere in anteprima  queste riflessioni mi ha fatto notare che manca un giudizio sul comportamento di Saddam Hussein e del governo iracheno.
Abitualmente succede che colui il quale vuole biasimare l'operato degli USA, per non passare per un vetero-comunista antiamericano e filo Saddam, deve precedentemente  elencare tutte le malefatte del dittatore iracheno.
Per fortuna, nella mia vita ho quasi sempre potuto esprimere il mio pensiero senza che ciò implicasse la perdita del posto di lavoro o ritorsioni e quindi posso tranquillamente  affermare che nessuna nefandezza al mondo è paragonabile o può giustificare il crimine di genocidio del popolo iracheno perpetrato deliberatamente dagli USA attraverso l'embargo che  dal 1990 ad oggi ha procurato un milione e mezzo di vittime. Tutto ciò, con la servile complicità degli altri governi occidentali, di centro-destra e di centro-sinistra, e con l'avallo dell'ONU.
Credo allora sia opportuno ricordare quel precetto del Vangelo secondo Matteo (Mt 7,3-5) che recita: perché osservi la pagliuzza nell'occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio? Come potrai dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell'occhio tuo c'è la trave? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall'occhio del tuo fratello.

Ce.A.

BIBLIOGRAFIA

Filippo Gaja - "Le frontiere maledette del Medio Oriente" - 1991, Maquis Editore
William Rivers Pitt - " Guerra all'Iraq" - 2002, Fazi Editore


pubblicato anche da M.C. - Dossier Iraq / Dicembre 2002)