A
cura del centro culturale italo-arabo di Torino
Reportage da un “paese del male”
HOTEL PALESTINA
Fino al 1990 l’Iraq era un paese ricco. Oggi la quasi totalità della
popolazione vive nella miseria, pur conservando una grande dignità. L’embargo
produce conseguenze devastanti. Come quando impedisce l’importazione di cloro
(che servirebbe per depurare l’acqua) o di sostanze disinfettanti.
di Luigia Storti (centro culturale italo-arabo), da Baghdad
A dodici anni dall’embargo si può volare verso Baghdad solo dalla Giordania e
dalla Siria, ma i costi sono alti e i voli solo notturni e non frequenti. Per
questo preferiamo percorrere in
macchina i 985 km di deserto che dividono Amman da Baghdad. Si viaggia di notte
per evitare il caldo e si arriva in genere al mattino, giusto il tempo di fare
una doccia, cambiarsi, disfare i bagagli ed andare a pranzo fuori, magari in
quel piccolo ristorante davanti all’albergo, frequentato in genere solo da
iracheni, ma dove ormai il proprietario ci riconosce e ci saluta. E’ strana
Baghdad. In quel ristorante, come altrove, la gente si ricorda di noi. E’ vero,
la città non ospita tanti occidentali quanto altre città arabe, ma ciò che
stupisce è “come” le persone ti
salutano: noi siamo gli amici italiani che ogni anno si rivedono. Persino
l’anno scorso, quando arrivammo a Baghdad una settimana dopo i fatti di New
York, o quest’anno in cui le minacce di una seconda Guerra del Golfo hanno
accompagnato il nostro soggiorno.
Il nostro albergo è il Falastin,
l’ex Meridien, che come tutti
gli alberghi ha ora un nome arabo: Palestina. Una volta era un cinque stelle,
15 piani di camere, bar panoramico, ristoranti e sale per riunioni e
ricevimenti. C’è ancora tutto, ma non è più un cinque stelle. Dodici anni di
embargo si vedono anche in questo: la moquette lisa, qualche specchio rotto,
molte lampadine bruciate. Eppure la direzione cerca di fare del proprio meglio,
in mancanza di pezzi di ricambio e di soldi per rinnovare gli arredi hanno
“smontato” le camere di alcuni piani per rifornire le altre. Magari vecchi e
fuori moda, in nessuna camera però mancano il televisore, il frigo e l’impianto
di aria condizionata per sopravvivere all’atroce caldo dell’estate irachena. Ci
sono alberghi più belli, più nuovi, ma noi siamo abituati al Falastin. Ci
sentiamo a casa e sappiamo, per esempio, che a settembre conviene chiedere una
camera vista strada. C’è traffico a Baghdad, ma le camere che danno sul
giardino sono più rumorose. Ogni anno, infatti, a fine settembre si tiene il Festival di Babilonia, un festival
internazionale di musica e danza folkloristica, e tutti i gruppi nazionali che
vi partecipano ripetono gli spettacoli nei giardini degli alberghi in città. Se
a ciò aggiungiamo che negli alberghi spesso si tengono i ricevimenti di nozze
del giovedì sera, giorno prefestivo islamico, il conto è presto fatto: un po’
di traffico è senza dubbio più conciliante per il sonno.
QUELLE FESTE DI MATRIMONIO
I ricevimenti di nozze a Baghdad sono uno spettacolo da non perdere. Una volta,
ci raccontano, quasi ogni iracheno era in grado di fare la luna di miele
all’estero. Ora la situazione è cambiata, guerre ed embargo hanno schiacciato
l’economia del paese, ed anche i matrimoni ne hanno risentito, sebbene non nel
numero. Per incentivare le giovani coppie a sposarsi, il governo, una volta
all’anno fa celebrare delle nozze di massa, regalando agli sposi gli abiti per
la cerimonia. ed offrendo loro la prima notte di nozze in uno dei cinque
migliori alberghi della città. Sono matrimoni poveri, ed a volte, a giudicare
dall’espressione della donna (magari a fianco di un neo marito molto più vecchio
di lei), dal futuro neanche molto felice. La sposa, in abito bianco di foggia
occidentale di dubbia qualità (ma pieno di paillettes, volants e trine), di solito arriva in albergo
accompagnata dalla sua famiglia. Le donne, vestite modestamente, molte delle
quali col capo velato, e le anziane tutte con l’abbaya, il tradizionale
lenzuolo nero che le copre dalla testa ai piedi, scortano la sposa fino in
camera stringendosile attorno. Gli uomini usano suonare pifferi e tamburi ed
accompagnare la sposa improvvisando danze popolari. L’albergo si riempie
improvvisamente di gente che sciama verso gli ascensori e che poi, alla
spicciolata se ne va per lasciare finalmente soli gli sposi.
Una notte al Falastin è tutto quello che molti iracheni possono permettersi. Una
notte per dimenticare che l’indomani ricomincia la solita vita, la solita lotta
per sopravvivere all’embargo.
A volte ci sono matrimoni di sposi più abbienti. In quel caso i veli lasciano
spazio ad acconciature importanti ed a trucchi pesanti, le abbaye ad abiti con gonne al
ginocchio e spalle scoperte, la musica popolare a serate passate a ballare nel
giardino dell’albergo col sottofondo di musica americana. Oggi però questi
matrimoni sono un’esigua minoranza.
DIGNITA’ ED ORGOGLIO
Fino al 1990 l’Iraq era un paese ricco, la cui popolazione apparteneva in gran
parte alla classe media abbiente, ora questa classe sociale è sparita ed il
paese si divide tra pochissimi ricchi ed una maggioranza di poverissimi. Questo
stravolgimento sociale è una delle conseguenze dell’embargo: chi è già ricco
difficilmente perde i suoi privilegi, molti fanno fortuna con il mercato nero,
ma la maggior parte degli altri sprofonda nella povertà.
Questo contrasto non è immediatamente evidente. Si deve aver voglia di vederlo,
di cercarlo. Il popolo iracheno è dignitoso, qualcuno dice addirittura superbo.
Se paragonata ad altre città del mondo, per esempio, è più difficile trovare a
Baghdad bambini che chiedono l’elemosina, e quei pochi che lo fanno non sono
quasi mai insistenti, conservando la dignità e l’orgoglio di chi questua non
già per abitudine, ma per vera necessità della quale in fondo si vergogna. Un
giorno, in Rashid Street, la via principale di quella che era la Baghdad
coloniale, eravamo andati a trovare un amico nel suo negozio di scarpe quando
davanti alla vetrina si fermò una donna coperta dall’abbaya, ma con il viso
completamente nascosto da un velo nero, un burka nero praticamente. Fummo
sorpresi, sebbene negli ultimi anni il numero delle donne che indossano il velo
a coprire i capelli sia notevolmente aumentato, mai ci era capitato di vedere
un viso coperto; la donna inoltre non faceva cenno di muoversi, era lì fuori,
immobile. Il nostro amico si alzò, ed aperta la porta del negozio le diede dei
soldi. I movimenti furono così rapidi che quasi non ci accorgemmo di niente,
era come se entrambi, avessero voluto tenere la cosa nascosta, solo un lieve
cenno del capo della donna. Chiedemmo spiegazioni al nostro amico: chi era
quella donna, perché portava un burka, lui ci rispose che era una vecchia
signora del quartiere, vedova e molto povera, e che se velava il suo viso era
perché si vergognava a dover chiedere l’elemosina.
Se in alcuni quartieri di Baghdad la povertà è celata da questa estrema
dignità, in altri invece è tangibile. Ti colpisce in quei sensi che per primi
la percepiscono, la vista e l’odorato. E’ la povertà di quartieri antichi come
Baghdad Vecchia e di quartieri nuovi come Saddam City. Vicoli e strade invasi dai liquami in cui giocano
bambini seminudi ormai più abituati alla fame che alla sazietà, alla mancanza
di tutto ciò che altrove nel mondo è considerato necessario, all’odore
nauseabondo delle fogne a cielo aperto. Le condutture e gli impianti fognari e
di depurazione furono tra i primi obiettivi civili “intelligentemente” colpiti
dalla coalizione anti-irachena, in aperta violazione delle convenzioni che li
vorrebbero risparmiati dalla guerra perché indispensabili alla popolazione
civile. Anche il ripararli fu ed è difficile. Di molti pezzi e materiali
necessari, (il cloro per esempio) l’importazione è vietata perché potrebbero
essere utilizzati per fabbricare armi di distruzioni di massa. Senza tener
conto però che lo stesso negare ad un paese, per di più arido, l’acqua
potabile, altro non vuol dire che fare
un uso legale di un’analoga arma di distruzione di massa!
Bisogna andare a visitare gli ospedali per rendersi conto di ciò, bisogna
parlare con i medici, leggere nei loro occhi la rassegnazione dell’impotente.
LO SCANDALO DEI MEDICINALI PROIBITI
Prima della guerra l’Iraq aveva il miglior sistema sanitario del Medio Oriente
arabo. Gli ospedali abbondavano, le attrezzature erano ciò che di meglio
l’industria mondiale del settore produceva, i medici avevano specializzazioni
conseguite all’estero ed il rapporto numerico posti letto-pazienti era buono.
Dal 1990 la situazione ha cominciato a deteriorarsi, sia per i divieti di
importazione di medicinali, attrezzature e pezzi di ricambio, sia per l’enorme
aumento non solo del numero dei malati e delle patologie. Molte di queste (per
esempio, quelle legate proprio alla mancanza di acqua potabile) sono curabili
altrove, ma qui, unite ad una malnutrizione diffusa, diventano letali per la
mancanza di medicine.
La situazione è migliorata dal 1997, ma è ancora lontana dall’essere conforme
agli standards del periodo ante-guerra. Quell’anno, visitando i reparti
dell’Ospedale Pediatrico Saddam Hussein di Baghdad vedemmo attrezzature a pezzi, armadi di medicinali sconsolatamente
vuoti e sporcizia. Sentimmo l’intenso odore di petrolio, usato per lavare i
pavimenti ed anche i ferri chirurgici, dato che anche i disinfettanti (generici e specifici)
ricadevano nelle sostanze pericolose di cui era vietata l'importazione. Ora le
cose vanno un po’ meglio. Le medicine, grazie agli introiti che il governo
ricava dal piano oil-for-food, (petrolio in cambio di cibo) cominciano ad
arrivare agli ospedali, anche se con molte limitazioni. E’ vietata, per
esempio, l’importazione di molti farmaci che, pur ricadendo nella categoria dei
salva-vita, potrebbero essere usati dall’industria militare biologica e
chimica. Di altri farmaci permessi, poi, l’importazione è discontinua,
dipendendo dall’approvazione dell’apposito comitato delle Nazioni Unite, e
mette quindi a rischio gli ammalati cronici.
Ciò che non cambia mai negli ospedali è lo sguardo rassegnato delle madri che,
accoccolate sui letti, assistono i figli cercando di consolarli e di tener
lontane le mosche. Noi siamo occidentali, noi dovremmo rappresentare ai loro
occhi quel mondo «civile» che ha scaricato sull’Iraq tonnellate di bombe anche
radioattive, e che lo ha condannato all’embargo comunemente riconosciuto come
il più duro della storia. Eppure in quegli sguardi non c’è rancore, non c’è
odio, c’è qualcosa di diverso, forse peggiore: la mancanza di speranza.
Mai in questi anni gli iracheni ci hanno fatto pesare il nostro essere
occidentali. Ovunque: nelle case, nei locali, per strada, nei mercati, siamo
stati ben accolti da un popolo che con parole o sguardi, ha dimostrato di apprezzare
il nostro essere lì. Per gli italiani poi ci è sembrato di riconoscere una
simpatia particolare. Sarà perché tutti conoscono la pizza, che in Iraq diventa
“bizza”, perché frequentemente italiano viene associato a Baggio o perché molti
iracheni per studio o per lavoro hanno soggiornato nel nostro paese. E’ il caso
di quell’autista di taxi abusivo che un giorno ci raccolse, sfiniti dal caldo,
davanti al mercato di Bab Ash-Shargi,
e che chiestoci in perfetto inglese di dove fossimo, alla risposta “Italia”
volle sapere di dove esattamente. “Torino” rispondemmo, venendo così a sapere
che una volta laureatosi in ingegneria a Baghdad si era specializzato proprio
al Politecnico della nostra città.
Quell’ingegnere-autista rappresenta benissimo la situazione attuale dell’Iraq.
Gli stipendi statali sono insufficienti a vivere, anche se integrati dalla
distribuzione da parte del governo di cibo a prezzi calmierati. Così chiunque
può svolge un secondo lavoro, autista, cameriere, fattorino, qualsiasi cosa.
Gli iracheni, come tutti noi, hanno sicuramente dei difetti, ma non la
pigrizia. Tutti cercano di darsi da fare, non aspettano la manna dal cielo, non
si abbandonano all’inazione. Forse anche per questo li si conosceva come “gli
svizzeri del Medio Oriente.”
L’ALTRA BAGHDAD
Così non è strano trovare un medico che, lasciato il camice, indossi la divisa
di cameriere di uno dei tanti ristoranti della città. Una volta il massimo del
lusso era mangiare in Abu Nawas,
il lungo fiume. Da un paio d’anni a questa parte la nuova zona di moda per
ristoranti e gelaterie è in A’rasat
al-Indìa, dove è più facile vedere gli ultimi modelli di Mercedes e di Land Rover che le macchine dai vetri rotti ed i sedili sfondati
tipici di altre zone della città. Qui i locali abbondano, c’è quello illuminato
solo da candele e frequentato anche da ragazzi e ragazze che, a dispetto delle
regole islamiche, cercano nella penombra un po’ di intimità; c’è la gelateria
di tre piani dove campeggia una macchina italiana per fare il gelato; c’è il Castello, in italiano, una specie di
castelletto medievale le cui torrette ed i cui merli sono evidenziate da file
di lucine colorate.
Questa è la Baghdad che ha meno problemi, la città della minoranza che può
spendere in una sera ciò che la maggior parte delle persone guadagna in un
mese; la città delle ragazze con i capelli al vento ed i jeans stretti, e dei ragazzi con il walk.man alle orecchie; la città
permissiva in passato frequentata dai ricchi sceicchi del Golfo,
rispettosissimi delle regole islamiche in patria, ma pronti a dimenticarle
all’estero.
A ben guardare di quella Baghdad c’è ancora tutto, anche se in modo meno
evidente. Ci sono i teatri; i cinema dove proiettano, sebbene tagliati a
rispetto delle regole dell’Islam, anche film di produzione americana; c’è la
musica nei tanti negozi che vendono copie di CD degli ultimi successi arabi ed
internazionali e strumenti musicali; c’è persino l’alcool che, seppure bandito
dai locali pubblici in osservanza della “Campagna di Fede” lanciata dal governo
alcuni anni fa, viene venduto in appositi negozi gestiti dai cristiani.
CONVIVENZA
L’Iraq è anche un paese che, sebbene a netta maggioranza musulmana, vede vivere
fianco a fianco cristiani e musulmani. A Baghdad, ma specialmente a Mosul, nel
nord del paese, non è difficile scorgere tra le case la croce di una chiesa.
Per la maggior parte dei cristiani dei musulmani la religione è un fatto
personale e non impedisce lo stabilire di
buoni rapporti. Se la migliore amica di Samira, una dottoressa di 25
anni di fede musulmana è cristiana, una signora di mezz’età ci ha confessato
ridendo che ogni tanto, dopo essere stata in moschea il venerdi, entra in una
chiesa ed accende una candela. Quando le abbiamo chiesto perché la sua risposta
è stata: “Dio è uno, che differenza fa pregarlo in moschea o in chiesa?”
E’ un bellissimo paese l’Iraq. Un paese fatto di gente che sconta sulla sua
pelle guerre ed embargo, ma che non ha perso la dignità e l’orgoglio di vivere
tra il Tigri e l’Eufrate, nella “culla della civiltà.” Per questo motivo sono
nati dei progetti di aiuto, e per questo motivo ogni anno torniamo a Baghdad.
Molta gente non capisce il nostro accanimento, molti ci chiedono “Perché
l’Iraq?” La nostra risposta è: “Perché no?” Forse che nascere ora in Iraq, a 12
anni dall’invasione del Kuwait, sia di per sé un peccato da scontare? Quanto e
come i bambini iracheni dovranno pagare per le decisioni del loro governo e dei
governi stranieri che ne condizionano la vita?
QUOTIDIANO
A cinque anni dal nostro primo viaggio in Iraq quando arriviamo a Baghdad ci
sentiamo ormai a casa.
A dodici anni dall’embargo si può volare verso Baghdad solo dalla Giordania e
dalla Siria, ma i costi sono alti ed i voli solo notturni e non frequenti, per
questo preferiamo ancora percorrere in macchina i 985 km di deserto che
dividono Amman da Baghdad. Si viaggia di notte per evitare il caldo e si arriva
in genere al mattino, giusto il tempo di fare una doccia, cambiarsi, disfare i
bagagli ed andare a pranzo fuori, magari in quel piccolo ristorante davanti
all’albergo, frequentato in genere solo da iracheni, ma dove ormai il
proprietario ci riconosce e ci saluta. E’ strana Baghdad. In quel ristorante,
come altrove, la gente si ricorda di noi. E’ vero, la città non ospita tanti
occidentali quanto altre città arabe, ma ciò che stupisce è “come” le persone ti salutano: nei loro atteggiamenti,
nelle loro parole non c’è la sorpresa di vederci di nuovo lì dopo un anno,
quanto piuttosto la normalità della cosa: noi siamo gli amici italiani che ogni
anno si rivedono. e che, chissà perché, ogni anno sembrano sorpresi di esserci.
Persino l’anno scorso, quando arrivammo a Baghdad una settimana dopo i fatti di
New York, un periodo in cui non si volava neanche da Torino a Roma.
Il nostro albergo è il Falastin, l’ex Meridien, che come tutti gli alberghi ha
ora un nome arabo: Palestina. Una volta era un cinque stelle, 15 piani di
camere, bar panoramico, ristoranti e sale per riunioni e ricevimenti. C’è
ancora tutto, ma non è più un cinque stelle. 12 anni di embargo si vedono anche
in questo: la moquette lisa, qualche specchio rotto, molte lampadine non
funzionanti. Eppure la direzione cerca di fare del proprio meglio, in mancanza
di pezzi di ricambio e di soldi per rinnovare gli arredi hanno “cannibalizzato”
le camere di alcuni piani per rifornire le altre, magari vecchi e fuori moda,
in nessuna camera però mancano il televisore, il frigo e l’impianto di aria
condizionata per sopravvivere all’atroce caldo dell’estate irachena. Ci sono
alberghi più belli, più nuovi, ma noi siamo abituati al Falastin, ci sentiamo a
casa e sappiamo, per esempio, che a settembre conviene chiedere una camera vista
strada. C’è traffico a Baghdad, ma le camere che danno sul giardino sono più
rumorose. Ogni anno, infatti, a fine settembre si tiene il Festival di
Babilonia, un festival internazionale di musica e danza folkloristica, e tutti
i gruppi nazionali che vi partecipano ripetono gli spettacoli nei giardini
degli alberghi in città. Se a ciò aggiungiamo che negli alberghi spesso si
tengono i ricevimenti di nozze del giovedì sera, giorno prefestivo islamico, il
conto è presto fatto: un po’ di traffico è senza dubbio più conciliante per il
sonno.
I ricevimenti di nozze a Baghdad sono uno spettacolo da non perdere. Una volta,
ci raccontano, quasi ogni iracheno era in grado di fare la luna di miele
all’estero, ora la situazione è cambiata, guerre ed embargo hanno schiacciato
l’economia del paese, ed anche i matrimoni ne hanno risentito, sebbene non nel
numero. Per incentivare le giovani coppie a sposarsi, il governo iracheno, una
volta all’anno fa celebrare delle nozze di massa, regala agli sposi gli abiti
per la cerimonia. ed offre loro la prima notte di nozze in uno dei cinque
migliori alberghi della città. Sono matrimoni poveri, ed a volte, a giudicare
dall’espressione della sposa magari a fianco di un neo marito molto più vecchio
di lei, dal futuro neanche molto felice. La sposa, rigorosamente abbigliata con
abito bianco di foggia occidentale di dubbia qualità, ma pieno di paillettes,
volants e trine, di solito arriva in albergo accompagnata dalla sua famiglia.
Le donne, vestite modestamente, molte delle quali col capo velato, e le anziane
tutte con l’abbaya, il tradizionale lenzuolo nero che le copre dalla testa ai
piedi, accompagnano la sposa fino in camera stringendosile attorno. Gli uomini
usano suonare pifferi e tamburi ed accompagnare la sposa improvvisando danze popolari.
L’albergo si riempie improvvisamente di gente che sciama verso gli ascensori e
che poi, alla spicciolata se ne va per lasciare finalmente soli gli sposi.
Una notte al Falastin è tutto quello che molti iracheni possono permettersi;
una notte per dimenticare che l’indomani ricomincia la solita vita, la solita
lotta per sopravvivere all’embargo.
A volte ci sono però i matrimoni di sposi più abbienti. In quel caso i veli
lasciano spazio ad acconciature importanti ed a trucchi pesanti, le abbaye ad
abiti con gonne al ginocchio e spalle scoperte, la musica popolare a serate
passate a ballare nel giardino dell’albergo col sottofondo di musica americana.
Certo questi matrimoni sono la minoranza; fino al 1990 l’Iraq era un paese
ricco, la cui popolazione apparteneva in gran parte alla classe media abbiente,
ora questa classe sociale è sparita ed il paese si divide tra pochissimi ricchi
ed una maggioranza di poverissimi. Questo stravolgimento sociale è una delle
conseguenze dell’embargo: chi è già ricco difficilmente perde i suoi privilegi,
molti fanno fortuna con il mercato nero, e la maggior parte degli altri
sprofonda nella povertà.
Questo contrasto non è immediatamente evidente, si deve aver voglia di vederlo,
di cercarlo. Il popolo iracheno è dignitoso, qualcuno dice addirittura superbo;
se paragonata ad altre città del mondo, per esempio, è più difficile trovare a
Baghdad bambini che chiedono l’elemosina, e quei pochi che lo fanno non sono
quasi mai insistenti, conservano la dignità e l’orgoglio di chi questua non già
per abitudine, ma per vera necessità della quale in fondo si vergogna. Un
giorno in Rashid Street, la via principale di quella che era la Baghdad
coloniale, eravamo andati a trovare un amico nel suo negozio di scarpe quando
davanti alla vetrina si fermò una donna coperta dall’abbaya, ma con il viso
completamente nascosto da un velo nero, un burka nero praticamente. Fummo
sorpresi, sebbene negli ultimi anni il numero delle donne che indossano il velo
a coprire i capelli sia notevolmente aumentato, mai ci era capitato di vedere
un viso coperto; la donna inoltre non faceva cenno di muoversi, era lì fuori,
immobile. Il nostro amico si alzò, ed aperta la porta del negozio le diede dei
soldi, i movimenti furono così rapidi che quasi non ci accorgemmo di niente,
era come se sia lui che dava, che lei che riceveva, avessero voluto tenere la
cosa nascosta, solo un lieve cenno del capo della donna. Chiedemmo spiegazioni
al nostro amico: chi era quella donna, perché portava un burka, lui ci rispose
che era una vecchia signora del quartiere, vedova e molto povera, e che se
velava il suo viso era perché si vergognava a dover chiedere l’elemosina.
Se in alcuni quartieri di Baghdad la povertà è celata da questa estrema
dignità, in altri invece è tangibile, ti colpisce in quei sensi che per primi
la percepiscono, la vista e l’odorato. E’ la povertà di quartieri antichi come
Baghdad Vecchia e di quartieri nuovi come Saddam City. Vicoli e strade invasi
dai liquami in cui giocano bambini semi nudi ormai più abituati alla fame che
alla sazietà, alla mancanza di tutto ciò che altrove nel mondo è considerato il
minimo necessario, all’odore nauseabondo delle fogne a cielo aperto. Le
condutture e gli impianti fognari e di depurazione furono tra i primi obiettivi
civili “intelligentemente” colpiti dalla coalizione anti-irachena, in aperta
violazione delle convenzioni che li vorrebbero risparmiati dalla guerra perché
indispensabili alla popolazione civile. Anche il ripararli fu ed è difficile,
di molti pezzi e materiali necessari, il cloro per esempio, l’importazione è
vietata perché potrebbero essere utilizzati per l’industria bellica, per
costruire armi di distruzioni di massa, senza tener conto però che lo stesso
negare ad un paese, per di più arido, l’acqua potabile, altro non vuol dire
che fare un uso legale di un’analoga
arma di distruzione di massa.
Bisogna andare a visitare gli ospedali per rendersi conto di ciò, bisogna
parlare con i medici, leggere nei loro occhi la rassegnazione dell’impotente.
Prima della guerra l’Iraq aveva il miglior sistema sanitario del Medio Oriente
arabo, gli ospedali abbondavano, le attrezzature erano ciò che di meglio
l’industria mondiale del settore produceva, i medici avevano specializzazioni
conseguite all’estero ed il rapporto numerico posti letto-pazienti era buono.
Dal 1990 la situazione ha cominciato a deteriorarsi, sia per i divieti di
importazione di medicinali, attrezzature e pezzi di ricambio, sia per l’enorme
aumento non solo del numero dei malati, quanto anche delle patologie, molte
delle quali, per esempio, legate proprio alla mancanza di acqua potabile, e che
se altrove sono curabili, qui, unite ad una malnutrizione diffusa, diventano
letali per la mancanza di medicine.
Certo, dal 1997 la situazione è migliorata, anche se è ancora lontana
dall’essere conforme agli standards del periodo ante-guerra. Quell’anno,
visitando i reparti dell’Ospedale Pediatrico Saddam Hussein di Baghdad ciò che
vedemmo erano attrezzature a pezzi, armadi di medicinali sconsolatamente vuoti
e sporcizia; ciò che sentimmo era l’intenso odore di petrolio usato per lavare
i pavimenti ed anche i ferri chirurgici, dato che anche i disinfettanti
generici e specifici ricadevano nelle sostanze pericolose di cui era vietata
l'importazione. Ora le cose vanno un po’ meglio, le medicine, grazie agli
introiti che il governo ricava dal piano Oil-for-Food, (petrolio in cambio di
cibo) cominciano ad arrivare agli ospedali, anche se con molte limitazioni. E’
vietata, per esempio, l’importazione di molti farmaci che pur ricadendo nella
categoria dei salva-vita, potrebbero essere usati dall’industria militare
biologica e chimica; di altri farmaci permessi, poi, l’importazione è
discontinua, dipendendo dall’approvazione dell’apposito comitato delle Nazioni
Unite, e mette quindi a rischio gli ammalati cronici che avrebbero bisogno di
cure continue.
Qualcosa sta forse cambiando quindi, ciò che non cambia però negli ospedali è
lo sguardo rassegnato delle madri che, accoccolate sui letti, assistono i figli
cercando di consolarli e di tener lontane le mosche. Noi siamo occidentali, noi
dovremmo rappresentare ai loro occhi quel mondo civile che ha scaricato
sull’Iraq tonnellate di bombe anche radioattive, e che lo ha condannato
all’embargo comunemente riconosciuto come il più duro della storia, eppure in
quegli sguardi non c’è rancore, non c’è odio, c’è qualcosa di diverso, forse
peggiore: la mancanza di speranza.
Mai, mai in questi anni gli iracheni ci hanno fatto pesare il nostro essere
occidentali. Ovunque: nelle case, nei locali, per strada, nei mercati, siamo
stati ben accolti da un popolo che con le parole o con gli sguardi ha
dimostrato di apprezzare il nostro essere lì. Per gli italiani poi ci è
sembrato di riconoscere una simpatia particolare, sarà perché tutti conoscono
la pizza, che in Iraq diventa “bizza”, perché frequentemente italiano viene
associato a Baggio o perché molti iracheni per studio o per lavoro hanno
soggiornato nel nostro paese. E’ il caso di quell’autista di taxi abusivo che
un giorno ci raccolse, sfiniti dal caldo, davanti al mercato di Bab Ash-Shargi,
e che chiestoci in perfetto inglese di dove fossimo, alla risposta “Italia”
volle sapere di dove esattamente. “Torino” rispondemmo, venendo così a sapere
che una volta laureatosi in ingegneria a Baghdad si era specializzato proprio
al Politecnico della nostra città.
Quell’ingegnere-autista rappresenta benissimo la situazione attuale dell’Iraq.
Gli stipendi statali sono insufficienti a vivere, anche se integrati dalla
distribuzione da parte del governo di cibo a prezzi calmierati, così chiunque
può svolge un secondo lavoro, autista, cameriere, fattorino, qualsiasi cosa.
Gli iracheni, come tutti gli altri popoli, hanno sicuramente dei difetti, ma
non direi che la pigrizia sia uno di questi; tutti cercano di darsi da fare,
non aspettano la manna dal cielo, non si abbandonano all’inazione, forse anche
per questo motivo li si conosceva come “gli svizzeri del Medio Oriente.”
Così non è strano trovare un medico che lasciato il camice indossi la divisa di
cameriere di uno dei tanti ristoranti della città. Una volta il massimo del
lusso era mangiare in Abu Nawas, il lungo fiume, da un paio d’anni a questa
parte la nuova zona di moda per ristoranti e gelaterie è in A’rasat al-Indìa,
una zona dove è più facile vedere gli ultimi modelli di Mercedes e di Land
Rover che le macchine dai vetri rotti ed i sedili sfondati tipici di altre zone
della città. Qui i locali abbondano, c’è il Black Cat, illuminato solo da candele e frequentato
anche da ragazzi e ragazze che, a dispetto delle regole islamiche, cercano
nella penombra un po’ di intimità; c’è la gelateria di tre piani dove campeggia
una macchina italiana per fare il gelato; c’è il Castello, in italiano, una
specie di castelletto medievale le cui torrette ed i cui merli sono evidenziate
da file di lucine colorate.
Questa è la Baghdad che ha meno problemi, la città della minoranza che può
spendere in una sera ciò che la maggior parte delle persone guadagna in un
mese, la città delle ragazze con i capelli al vento ed i jeans stretti, e dei
ragazzi con il walk.man alle orecchie; la città permissiva in passato
frequentata dai ricchi sceicchi del Golfo, rispettosissimi delle regole
islamiche in patria, ma pronti a dimenticarle all’estero.
A ben guardare di quella Baghdad c’è ancora tutto, anche se in modo meno
evidente. Ci sono i teatri; i cinema dove proiettano, sebbene tagliati a
rispetto delle regole dell’Islam, anche film di produzione americana; c’è la
musica nei tanti negozi che vendono copie di CD degli ultimi successi arabi ed internazionali
e strumenti musicali; c’è persino l’alcool che, seppure bandito dai locali
pubblici in osservanza della “Campagna di Fede” lanciata dal governo alcuni
anni fa, viene venduto in appositi negozi gestiti dai cristiani. L’Iraq è anche
un paese che, sebbene a netta maggioranza musulmana, vede vivere fianco a
fianco cristiani e musulmani. A Baghdad, ma specialmente a Mosul, nel nord del
paese, non è difficile scorgere tra le case la croce di una chiesa; cristiani e
musulmani convivono pacificamente, tra la gente la religione è un fatto
personale e non impedisce lo stabilire di buoni rapporti. Se la migliore amica
di Samira, una dottoressa di 25 anni di fede musulmana è cristiana, una signora
di mezz’età ci ha confessato ridendo che ogni tanto, dopo essere stata in
moschea il venerdi, entra in una chiesa che è sulla via di casa e lì accende
una candela. Quando le abbiamo chiesto perché la sua risposta è stata quanto di
più logico e semplice possibile: “Dio è uno, che differenza fa pregarlo in
moschea o in chiesa?”
E’ un bellissimo paese l’Iraq. Un paese fatto di gente che sconta sulla sua
pelle guerre ed embargo, ma che non ha perso la dignità e l’orgoglio di vivere
tra il Tigri e l’Eufrate, nella “culla della civiltà.” Certo non è una meta
turistica, la situazione politica internazionale ne fa un paese a rischio, ma è
un luogo che una volta visitato ti entra nel cuore. Noi siamo arrivati in Iraq
la prima volta nel 1997 per curiosità. Volevamo vedere di persona il paese che
sette anni prima sembrava aver portato il mondo sull’orlo di una guerra
mondiale, e che sette anni dopo nessuno ricordava più. Non era nelle nostre
intenzioni ritornarvi a breve termine, ma una volta lì, ci siamo resi conto che
anche quel paese aveva bisogno di aiuto, che i suoi bambini erano vittime di
eventi più grandi di loro, e che se nati in un paese che l’occidente chiama
“nemico,” non erano e non sono meno innocenti dei bambini dei paesi amici.
Per questo motivo sono nati dei progetti di aiuto, e per questo motivo ogni
anno torniamo a Baghdad. Molta gente non capisce il nostro accanimento, molti
ci chiedono “Perché l’Iraq?” La nostra risposta è: “Perché no?” Forse che
nascere ora in Iraq, a 12 anni dall’invasione del Kuwait, sia di per sé un
peccato da scontare? Quanto e come i bambini iracheni dovranno pagare per le
decisioni del loro governo e dei governi stranieri che ne condizionano la vita?
pubblicato anche da M.C.
- Dossier Iraq / Dicembre 2002)