www.resistenze.org - popoli resistenti - iraq - 02-04-03

da  www.ptb.be - Parti du Travail de Belgique -PTB

traduzione a cura del Ccdp

Mohammed Hassan:

Gli Usa di fronte ad un problema quasi insolubile in Iraq

Come spiegare la resistenza così accanita del popolo iracheno? La guerra si estenderà verso l'Iran, la Siria? C'è sempre un nazionalismo arabo?
Le risposte di Mohammed Hassan, comunista specialista del mondo arabo, figlio di un padre etiope e di una madre yemenita.


Davide Pestieau 28-03-2003


"Quali sono le ultime nuove?" mi chiede Mohamed Hassan. In questi tempi di guerra, nasconde il sorriso. Vecchio diplomatico etiope, oggi insegnante in Belgio, è portatore di un ottimismo contagioso basato sull'analisi dei fatti e della storia. Da sua mamma originaria dello Yemen, ha appreso l'arabo. Da suo padre, una decina di lingue africane. Oggi, in Belgio, è in inglese ed olandesi che si esprime spesso. Mohammed Hassan si definisce come un comunista di origine afro-araba. Tutto un programma...

L'imperialismo USA sembra sorpreso per la resistenza inattesa degli iracheni. Come spiega questa sorpresa?

M. H. Gli imperialisti hanno sempre la memoria corta. Nel 1920, l'Iraq è stato bombardato al gas dai britannici, con a capo Churchill. Già all'epoca, la resistenza irachena è stata molto brava. Con la Siria e l'Egitto, l'Iraq è il centro del nazionalismo anticoloniale e anti-imperialistico arabo. Tutta la sua storia recente ne è testimone. E la storia ci insegna che le contraddizioni esistenti nella società irachena diventano secondarie appena una guerra comincia.

L'errore degli imperialisti viene dal loro sciovinismo e dalla loro mancanza di rispetto per i popoli del Terzo Mondo. Li vedono come numeri e non come persone con una dignità, una coscienza elevata ed un passato di resistenza.

Prendete il Vietnam. Kissinger, ministro degli esteri degli Stati Uniti sotto Nixon, ed oggi ancora vicino a Bush, scriveva negli anni 50 che il Vietnam sarebbe stato vinto dai francesi perché era un popolo di primitivi che si spostavano solamente in bici. Era convinto che l'occidente industriale, con le sue automobili, le sue fabbriche, i suoi carri armati, avrebbero avuto ragione del piccolo Vietnam e del suo popolo di ciclisti.

Robert McNamara, ministro della Difesa sotto Kennedy, ha dovuto scrivere nel 1992: le "Nostre notizie erano povere e deformate. I diplomatici ed i servizi segreti confondevano i loro desideri per la realtà." Ma alla fine del suo libro, malgrado questo inizio di autocritica, non si spiega perché il Vietnam ha vinto. Credere alle loro proprie favole, è l'errore che gli americani fanno di nuovo oggi in Iraq.

Hanno sottovalutato il nazionalismo della popolazione?

M. H. Esattamente. Dal 1958 e dalla rivoluzione del generale Kassem che ha rovesciato la monarchia ed installato una repubblica, l'Iraq è stato sconvolto. Negli anni 60, 70, 80, è stato industrializzato e la sua popolazione si è urbanizzata molto. Ci sono stati molti matrimoni misti sunniti-sciiti, sunniti-curdi... La società tribale e feudale è stata in grande parte distrutta da questa evoluzione. Il bilancio dell'educazione in Iraq è superiore al bilancio totale della Giordania: la popolazione è molto qualificata rispetto agli altri paesi della regione.

L'Iraq non si è comportato neanche in modo egoista come molti altri paesi arabi. Ha mandato delle truppe sostenere la Siria e l'Egitto all'epoca delle guerre di 1967 e 1973 contro l'Israele. Ha finanziato dei programmi di educazione e di aiuto ai paesi arabi più poveri. Ed egli ha portato concretamente il suo sostegno alla Palestina. Un solo esempio: nel 1979, quando mi trovavo in Iugoslavia, 20.000 palestinesi seguivano i corsi all'università. I loro studi erano pagati interamente dall'Iraq.

L'Iraq è il solo paese arabo dove non è necessario avere un visto per entrare se proviene da un paese arabo. Ogni arabo, dal Marocco alla Siria passando dall'Arabia Saudita, può partecipare alla vita politica, lavorare ed avere accesso all'insegnamento appena tocca il suolo iracheno. È la traduzione nella vita quotidiana dell'ideologia pan-araba del Partito Baath al potere. In questo senso, per tutto il mondo arabo, aggredire l’Iraq, è molto più che aggredire solo l'Iraq.

Tuttavia nei media, si insiste molto sulla divisione tra i musulmani sciiti del Sud, maggioritari ed ostili a Saddam, ed i musulmani sunniti del Centro, più favorevoli a Saddam...

M. H. Gli abitanti del Sud dell'Iraq si considerano innanzi tutto iracheni. I loro nonni hanno per primi combattuti gli inglesi nel 1920 e non hanno accettato mai il colonialismo. La differenza tra gli islamismo sciita e sunnita è puramente teologica. Ma un sunnita può andare a pregare in una moschea sciita. Non c'è più stata guerra religiosa tra questi due correnti dall'ottavo secolo. Non ci sono dunque più di differenza tra gli iracheni sciita e sunniti che tra i tedeschi protestanti e cattolici.

Questa opposizione è stata creata unicamente dai colonizzatori. Nel diciannovesimo secolo, la Francia ha messo la mano sul Libano appoggiandosi sui cristiani maroniti contro i Drusi musulmani. Ha introdotto allora nella legge delle divisioni comunitarie tra sunniti, sciiti, drusi, cristiani... E’ precisamente contro queste divisioni che è nato il nazionalismo arabo moderno. Uno dei suoi fondatori, Michel El Afleque, un siriano di origine cristiana, è alla base dell'orientamento ideologico dell’attuale partito Baath iracheno

Ma esiste però un'opposizione sciita nel sud dell'Iraq sostenuta dall'Iran?

M. H. Sì, è un'opposizione islamica che vuole installare una repubblica islamica in Iraq. Ma questa opposizione è anche tanto fondamentalmente antiamericana e pericolosa per l'egemonia americana. La maggioranza dei musulmani dei paesi del Golfo è sciita. In Arabia Saudita, compongono un'immensa maggioranza nel Nord del paese. Fino al1991, non erano considerati cittadini a pieno titolo per il potere saudita sunnita. In Kuwait, la grande maggioranza è sciita ed il re sunnita. Così anche in Bahrein ed Oman. Se si parla di discriminazioni, vanno cercate in questi paesi, non in Iraq.

L’esclusione degli sciiti dal potere è il risultato del colonialismo britannico. Dopo la caduta dell'impero ottomano (turco) nel 1918, la Francia ed il Gran Bretagna hanno ridisegnato la carta del Medio Oriente, creando degli Stati artificiali. Hanno messo alla loro testa dei re (che non erano mai esistiti mai nel mondo arabo) della minoranza sunnita, per domare la maggioranza sciita: dividere per regnare, creare delle contraddizioni su base religiosa ed etnica. La ricetta tipica dell'imperialismo!

Invece, il partito Baath iracheno che è stato creato al sud del paese non è dominato dai sunniti, come dicono i paesi occidentali. È dall'inizio un partito laico composto di cristiani, musulmani sciiti e sunniti.

Si parla dell'islam e della nazione araba ma i curdi non sono anche un elemento della società irachena?

M. H.. Certamente. L'Iraq è il solo paese al mondo che ha nel suo primo articolo della costituzione: "L'Iraq è un paese composto di arabi e di curdi." Ha riconosciuto un'autonomia ai curdi con l'insegnamento in curdo.

Ci sono parecchie tendenze nella popolazione curda. Una che difende un modello feudale. Una della borghesia curda che per raggiungere l’indipendenza si presta all’imperialismo USA. Ma anche una grande parte che vuole continuare a vivere in Iraq. Ancora una volta, l'imperialismo ha interesse a queste divisioni. Le mette in evidenza in Iraq, ma non ne parla (ancora) in Iran dove la popolazione curda è molto più importante.

Ritorniamo alla guerra . Pensa che gli Stati Uniti abbiano calcolato male il loro intervento?

M. H. Sì. Il loro calcolo era che l'esercito e la popolazione si rivoltassero in massa contro Saddam Hussein. Gli Stati Uniti volevano così utilizzare una parte dell'esercito iracheno diventato "anti-Saddam" per pacificare il paese. Adesso, si trovano davanti ad una resistenza quasi generalizzata, davanti a delle città dove dovranno confrontarsi con la guerriglia urbana. Non hanno conquistato il cuore dell'esercito iracheno che, al contrario, si batte contro di loro.

Dunque dovranno occupare il paese con l'appoggio di pochi traditori, più deboli dell'alleanza del Nord in Afghanistan, in un paese più grande e più urbanizzato. In Afghanistan, controllano solo Kaboul. In Iraq, avranno bisogno di almeno un milione di militari per occupare con sicurezza il paese. Sono di fronte ad un problema quasi insolubile.

I vicini dell'Iraq sono anche, a breve, minacciati dagli Stati Uniti. In primo luogo, l'Iran che Bush pone nell'asse del male. Dei missili USA caduti "per errore" e il paese ha conosciuto il suo primo grande manifestazione anti-USA questo 28 marzo. Cosa farà l'Iran: restare neutrale o interverrà?

M. H. L'Iran come l'Iraq ha nazionalizzato già il petrolio negli anni 1950. Da 1979 con la caduta dello Scià dell'Iran filo-americano, questo petrolio sfugge completamente agli Stati Uniti. L'esercito iraniano è quasi sconosciuto dai servizi USA. Un milione di miliziani in armi completa la difesa del paese. È un paese immenso di quasi 70 milioni di abitanti. È un boccone ancora più ghiotto per gli americani. Da quattro anni, l'Iran ha riannodato delle relazioni intense con l'Iraq.

L’ascesa di un potere filo-americano a Bagdad l'inquieterà molto perché l'Iran sarebbe accerchiato: l'Iraq ad ovest, l'Afghanistan ad est. Inoltre, il Nord non è al riparo da una secessione della minoranza azera, sotto l'influenza dell'Azerbaigian turcofono, dominato dagli americani. In questo senso, per difendere i suoi interessi, dovrà intervenire in un modo o nell'altro nella guerra in Iraq.

E la Siria? Anch’essa è stata minacciata anche dagli Stati Uniti. Grande è il risentimento dovuto alla morte di cinque operai siriani uccisi da un bomba US mentre ritornavano in autobus dall'Iraq .

M. H. Da cinque anni, ha aumentato molto le sue relazioni con l'Iraq. Ha aperto le frontiere e sviluppato il commercio. Circa 120.000 barili di petrolio iracheno transitano per la Siria. Ha dimostrato un atteggiamento fermo al Consiglio di sicurezza dell'Onu. Sente anche che sarà prossimamente nel mirino.
La Siria dispone di un esercito molto organizzato e, per il suo sostegno agli Hezbollah libanesi, ha combattuto indirettamente Israele nel Sud Libano. Sa che un nuovo regime a Bagdad riconoscerebbe Israele come l'hanno fatto già la Giordania e l'Egitto: la pressione su lei aumenterebbe ancora. La mobilitazione di milioni di siriani è una forma di avvertimento agli Stati Uniti: "Se andate troppo lontano, apriamo le frontiere per aiutare l'Iraq."

E poi ci sono i regimi filo-americani di Giordania, di Egitto e del Golfo. Pensate che saranno rovesciati o se la caveranno, come dopo la prima guerra del Golfo?

M. H.. La situazione è tutt’altra. All'epoca, l'Egitto, l'Arabia Saudita ed anche la Siria facevano parte della coalizione contro l'Iraq. Il Kuwait era stato invaso ed il mondo arabo era diviso. Oggi, dopo dodici anni di embargo che ha causato un genocidio di più di un milione e mezzo di iracheni, l'aggressione è inaccettabile per tutta la popolazione. Quindi nessun regime, anche il più filo-americano come il Kuwait, può sostenere ufficialmente la guerra di aggressione.

Tutti i ministri degli Affari stranieri della Lega araba hanno appena firmato una dichiarazione contro l'aggressione. Con grande disappunto degli americani. Certamente, questi regimi filo-americani continuano a sostenere segretamente gli Stati Uniti ed a mentire alla loro popolazione. Ma questa non è stupida. Le contraddizioni si accumulano.

In Egitto, l'esercito, pilastro del potere, è composto di ufficiali scontenti. Il giornale militare ha pubblicato nell’aprile 2002, al momento dell'attacco israeliano su Jénine, gli accordi segreti del 1977 di Camp David, che sono estremamente umilianti. Un colpo di stato militare che deponga Moubarak non è ad escludere.

Questi regimi sono agonizzanti. La questione è sapere se saranno sostituiti da un regime generato dal movimento popolare o da una nuova marionetta degli americani. Occupando l'Iraq, gli Stati Uniti vogliono installare un regime esemplare in modo da poter sostituire gli altri regimi dei paesi arabi. Vogliono installare dei regimi dal volto democratico ma sempre al loro soldo, come in Qatar.

Secondo voi, quale è l'avvenire delle forze comuniste e rivoluzionarie nel mondo arabo? Oggi difendere il nazionalismo laggiù è ancora progressista?

M.H. La guerra contro l'Iraq ha posto molte domande alle masse arabe. Con la guerra, la necessità dell'unità del mondo arabo si impone sempre più. Il mondo
arabo è stato gravemente indebolito dalla sua balcanizzazione, soprattutto dopo la prima guerra mondiale. Israele l'ha diviso in due ed i regimi feudali di Arabia Saudita e del Golfo hanno venduto le proprie ricchezze all'imperialismo.

Il mondo arabo è, dopo la Cina, la più grande nazione al mondo, dove si parla la stessa lingua e si pratica la stessa cultura. Ha una popolazione più numerosa che gli Stati Uniti ed un sottosuolo molto più ricco. Il nazionalismo arabo avrà sempre più vigore, o nella forma islamica, o in quella laica e rivoluzionaria: è inevitabile.

I comunisti devono sostenere il fronte più ampio possibile affinché la nazione araba realizzi la sua rivoluzione nazionale democratica. Cioè cacciare tutte le forze imperialistiche dalla regione ed i detentori del potere feudale filo-occidentale. Come già diceva Lenin, la guerra sviluppa delle idee rivoluzionarie nelle masse molto più rapidamente che in tempo di pace.

Gli americani l'hanno compreso bene. Hanno aperto due radio per i giovani nel mondo arabo, con musica locale ed occidentale. Ma sono fallite penosamente.

Con una popolazione profondamente anti-imperialistica di cui la maggioranza ha meno di 25 anni (il 65% in Siria), i comunisti sono davanti ad una nuova generazione e devono aprire con essa il dibattito, organizzarla e mobilitarla per sconfiggere l'esercito USA.