tratto dal sito della Federazione di Savona del PRC - http://www.rifondazione.it/savona/pigudi00.html
21 marzo 2003 -2 aprile 2003
Venerdì 21 Marzo 2003 - Il diluvio
Lunedì 24 Marzo 2003 - Un muro di fumo
Martedì 25 Marzo 2003 - Tempesta a Baghdad
Giovedì 27 Marzo 2003 - Tra esplosioni continue -
Corrispondenza non pubblicata da Liberazione
Venerdì 28 Marzo 2003 - Perché?
Sabato 29 Marzo 2003 - Corpi su corpi
Domenica 30 Marzo 2003 - Preti e imam
Mercoledì 2 Aprile 2003 - Due settimane di apocalisse -
Corrispondenza non pubblicata da Liberazione
Venerdì 21 Marzo 2003 - Il diluvio
Baghdad. I colleghi italiani mi festeggiano e intervistano in quanto
definitivamente l'ultimo entrato nel paese prima che, con la scadenza di Bush,
calassero le saracinesche. Avevo viaggiato in una notte di luna piena
abbagliante. Gli esperti avevano assicurato che in notti simili nessuno si
azzarda ad esporsi militarmente. Esporsi a che? Alle mazzafionde irachene? In effetti,
mentre percorriamo i mille km di nulla tra Amman e Baghdad, la luna è un occhio
di bue che fa del paesaggio e dei pochi che vi si muovono protagonisti
assolutamente nudi di un eventuale prologo della morte annunciata. Ma quella
della luna piena era un elemento importante per Rommel o Montgomery. Brillano
nella notte le navi nel Golfo e i loro lanciamissili, ma nessun nemico li
individuerà e colpirà. Sono come secondini col mitra tra detenuti a mani e
piedi incatenati. La contraerea irachena ha le stesse Browning che vedemmo in
Somalia sulle "meccaniche" del generale Aidid, ai tempi di
quell'altra invasione finita malissimo.
E nel momento in cui scocca l'ultimatum e noi siamo per strada, il primo
missile del programmato sterminio si abbatte intelligentemente sul primo
obiettivo militarissimo: il "Km 160", come si chiama l'unico posto di
ristoro - una trattoria e tre bottegucce di chincaglierie e pistacchi - per i
viandanti del vuoto tra il confine Giordano e Baghdad, 550 km. È un
avvertimento di non azzardarsi a venire a vedere il genocidio. Sugli autotreni
lì parcheggiati pare passata una ruspa israeliana. Mi ricordano quella lepre in
Calabria "cacciata" da due prodi automobilisti, messa sotto, che si
trascina via spezzata in due. La motrice davanti ai rimorchi spianati si inarca
come la testa del cavallo di Guernica. Tutt'intorno macerie e migliaia di sassi
piovuti dall'esplosione. Nell'Apocalisse era meglio: piovevano rane.
Soli come cani randagi nel deserto, passiamo davanti a questa scena un'ora dopo
l'evento. Due americani scioccati stanno poco più in là con il parabrezza e il
cofano sfondati. Gli è andata di lusso. Sbiancati, non ci credono: «Andate a
Baghdad?» Ridacchia il mio autista, un "cristone" ciondolante di
stanchezza e di nome Zaid, stremato da un andata ritorno Baghdad-Amman-Baghdad
micidiale (prima 8 dollari a lui e 150 alla ditta di noleggio, ora 100 a lui e
200 alla ditta: premio rischio), ma poi corre, preso dall'ansia: nella mira
degli assassini lo aspettano Fatma, Haider, Ahmed e Shehad. Quattro figlioletti
tra 2 e 8 anni e un quinto in arrivo, Inshallah, se la moglie non fa aborto
spontaneo o non si fa fare il cesareo, come tante, per paura del parto in
Guerra.
Viaggiamo soli con accanto soltanto i tralicci in corsa. La Giordania ha
serrato i lucchetti. Non fugge più nessuno. Solo qualche tassista in ritardo da
Amman. Del resto, l'esodo aveva visto partire solo i ricchi, pochissimi qui.
Sulla strada, dritta e priva di fantasia come una fucilata, alcuni ritardatari
in panne: non ci sono più pompe aperte. L'autista Zaid si ferma e gli passa una
tanica. Pensate, nascoste in qualche viaggio precedente le ha tirate fuori da
sotto un ponticello a bordo strada a questo scopo. Via via regala una
quarantina di litri. Solidarietà di viandanti nel deserto.
L'alba si presenta con freghi luminosi e incolori che si rincorrono sull'orizzonte.
Spuntano laggiù le cupole d'oro di Baghdad. È l'ora della seconda salva. Una
lunghissima onda d'urto fa sbandare la macchina e, assonnato, Zaid finisce nel
fosso e a mezzo metro da un palo. Sono i missili contro l'edificio "dove
erano riuniti Saddam con i suoi collaboratori". E invece se ne vanno da
Allah una decina di civili. Mancato l'obiettivo, alla radio amerikana per gli
iracheni ora straparlano di "sosia di Saddam". Invece, di nuovo con
missili intelligentissimi, hanno colpito strutture di radio e tv. Remember
Belgrado 1999? Guai a far sentire, anche solo pigolare, una voce diversa. Ci
mette del suo il democratico e occidentale (così lo definisce Sofri e io
preferisco l'ultimo iracheno a Sofri) ministro dell'Offesa americano, Rumsfeld,
intimando ai soldati iracheni di disertare se non vogliono essere "puniti
per aver obbedito a un ordine criminale" e guai se usano ADM (armi di
distruzione di massa), sarebbe "un crimine contro l'umanità". Un
monopolio legittimo ed etico di nucleare e biologico ce l'hanno solo gli
anglo-israelo-americani.
L'immensa metropoli, salvo per i suoi belli edifici tra califfato e
architettura neomoresca, è irriconoscibile. Pare impolverata. Forse per le
tempeste di sabbia dei giorni scorsi. Il sole è livido e il cielo come avvolto
in un cellophane opaco. La città brulicante, le strade fitte di bancarelle,
suoni, incontri, sorrisi, musiche, tè, tric-trac, dove, dopo dodici anni di
embargo, s'era appena incominciato a vivere, a godersela un pochino vicino alla
luce in fondo al tunnel, sono percorse da stracci, cartacce, barattoli frustati
dal vento. Pare uno scenario di Hollywood abbandonato, ideale per l'arrivo, a
suon di stridori e sibili, dei morti viventi a stelle e strisce. Gli oltre 5
milioni sono rintanati. In attesa del diluvio non si lavora e non si va a
scuola. Neshle, un'amica insegnante di inglese, mi dice che «si passa il tempo
in casa facendo finta di niente, accanendosi sui lavori domestici, a leggere
non ci si riesce, si vede la tv delle marce e degli inni, si evita di guardarsi
negli occhi per non leggervi la fine».
Per le vie, qualche bottegaio coraggioso, vecchi che non sanno dove sbattere e
non gliene importa più, ombre nere di donne alla ricerca di un'integrazione di
4 mesi di razione alimentare anticipata dal governo. Frequentati solo da
mulinelli di sabbia i giardini pubblici. Rare le auto, rarissimi i nuovi bus
cinesi a due piani. Il "day before" è lugubre come il "day
after". È tutto sospeso, trattenuto, come una bolla di sapone a mezz'aria.
Gli unici assembramenti sono quelli della cinquantina di giornalisti e tecnici
rimasti a vedere l'effetto che fa, tra morituri a tempo indeterminato.
Girando per la città con Lorenzo Cremonesi del Corriere, non riusciamo a
trovare le ADM (armi di distruzione di massa) che il perfido Saddam avrebbe
collocato all'ombra di strutture civili: moschee, ospedali, scuole, tipo la
citatissima Al Kadimiah, orosplendente e pluricupolata moschea degli sciiti.
Vicino agli obiettivi civili, soprattutto centrali elettriche e ospedali stanno
solo gli Scudi umani e gli è pure andata bene la seconda notte di bombe. Ne
sono stati sfiorati alla centrale di Dura. Non scopriamo ADM e le mitraglie
contraeree intorno agli edifici ministeriali e militari paiono adatte a un
gioco di aeromodellismo. I montarozzi di terra e sacchetti di sabbia agli
incroci e davanti ai portoni, contengono soldatini che paiono talpe che si
affacciano. Stringe il cuore la sproporzione tra questi da
"disarmare" a costo di un macello e quell'armata senza precedenti
nella sconfinata colonna della storia, gonfia di superbombe e miniatomiche, di
gas e maschere antigas. È risultato che l'astronauta israeliano Ramon, perito
nello shuttle, aveva la missione segreta di controllare i movimenti di sabbie e
venti nel deserto iracheno nel caso che, hai visto mai, le schifezze nucleari o
biologiche lanciate agli iracheni non possano capovolgersi verso i lanciatori.
E colpiscono allo stomaco e insieme inorgogliscono quei ragazzetti saltellanti
con le dita a V, sotto i portici di Rashid Street, la via delle Mille e una
notte. E gli adulti radi, che ti riconoscono forestiero e ti sorridono a larghe
falde.
Poi è arrivata la seconda notte di botti. Forti assai, magari più che per
saggiare il nemico, per vedere quanto s'incazzano le popolazioni e i governi
contrari all'inenarrabile efferatezza angloamericana. Una vera tempesta di
lampi e tuoni. Dal tetto del Press Center filmavo il fiammeggiare epilettico di
traccianti, bombone esplose, bombette a grappolo in lenta discesa per ammazzare
poi. Al crac assordante più vicino, 400metri, è seguito un megaincendio e
subito i pompieri. Forse era una Moab, le megabomba biblica che fa buchi come
quattro campi di calcio e brucia l'ossigeno come un forno crematorio. Ha
sfiorato il vicino Ministero della pianificazione, ma ha disintegrato alcune
case. Forse sei i morti.
C'è spavento nella faccia della gente, ma non intimidazione riuscita. Dopo ogni
esplosione davanti a qualche edificio si forma un capannello che danza, canta e
grida slogan. Non sarà vero che qui si combatterà casa per casa, anche perché
li asfissieranno e bruceranno prima, ma di rifiuto degli aggressori qui c'è una
riserva vasta come la Mesopotamia. Qualunque cosa si pensi del regime. Forse
gli angloamericani in marcia verso Bassora, sulla strada dove nel 1991
testarono la nuovissima bomba ad ossigeno che carbonizzò 100.000 iracheni in
ritirata, troveranno qualche bandierina e qualche manina a salutare. Figurarsi,
dei poveretti sin trovano ovunque. Gli sceneggiatori e scenografi di Hollywood
sono già al lavoro.
Baghdad, 21 Marzo 2003
Fulvio Grimaldi
Lunedì 24 Marzo 2003 - Un
muro di fumo
Vi scrivo ancora da Baghdad. Sono giorni che pennacchi nerissimi si alzano
intorno alla città e, avanzando come una macchia d’olio sulla tovaglia, hanno
traformato uno dei cieli più limpidi del pianeta nel parabrezza di una macchina
parcheggiata per un anno in carbonaia. Si è dato fuoco alle fosse scavate
settimane fa e riempite di petrolio. Scopo: annebbiare la mira dei piloti e dei
missili nemici.
Ma quelli sono new economy e vanno ad elettroni. Sarà, eppure la notte scorsa
il più micidiale bombardamento a tappeto si è abbattuto sulla periferia, oltre
la cinta di fuoco, con solo pochi Cruise scoppiatici tra i piedi al centro. In
compenso, sta cambiando il clima e anzichè andare verso una torrida primavera,
si precipita verso un inverno da eruzione vulcanica tipo Krakatoa che abbassò
di parecchi gradi il clima della Terra. Paiono gli ultimi giorni di Pompei e
probabilmente lo sono. Eppure niente turba la serenità e la cordialità di
questi stranissimi iracheni. Si fa fatica a respirare, ci sta addosso come un
sudore freddo nerastro, ricordiamo con dolce nostalgia le centraline milanesi e
romane saltate per quel po’ di icropolveri e di ossido di carbonio che
ammazzano solo elementi a livello di scappamento: bambini e bassotti.
Ma forse, mormora qualcuno dopo aver ascoltato il capo di Stato Maggiore
raccontare che gli angloamericani, respinti da tutti i centri abitati (è vero,
abbiamo visto i prigionieri), correndo per il deserto sono arrivati a Najaf,
dove è tumulato il genero e cugino di Maometto e dove gli sciti, nonostante
tutte le speranzose anticipazioni "velinare", non si sono sognati di
insorgere nel nome di Ali e a favore di George Dabliu. Forse la barriera di
fuoco serve anche a incanalare gli invasori verso trappole attrezzate della
Guardia Repubblicana. Intanto, i massimi dirigenti del paese, dati per defunti,
sono tutti resuscitati in tv. Le bombe e i missili hanno come sempre intelligentemente
colpito la popolazione civile. Ho fatto un tour dell’apocalisse. Decine di case
polverizzate, ristoranti, circoli, uffici comunali, tutto nella parte popolare
di Baghdad. I morti non te li dicono, ma non si capisce come in questo ammasso
triturato di mattoni, calcestruzzo, bambole, casseruole, fiori di plastica,
fumetti, scialle, qualcuno possa averla scampata.
I feriti dagli ultimi circa ordigni lasciati sarebbero oltre 500. E ora,
riprendono i bombardamenti.
Baghdad, 24 Marzo 2003
Fulvio Grimaldi
Martedì 25 Marzo 2003 -
Tempesta a Baghdad
Per il Poe dei racconti del terrore il fortunale che sta spazzando Baghdad,
contorcendo le palme e infilando per ogni dove i pestilenziali suffumigi del
petrolio bruciato nelle fosse di difesa, sarebbe il certo presagio di eventi
catastrofici. Non così per gli iracheni che alle tempeste di sabbia di marzo
sono abituati come noi alle sue gelate tardive e che continuano a non perdere
la testa e neanche il buonumore, per quanto non possano non imparare dal tambureggiare
dei missili e dopo anni di sbattimento nel tunnel dell'embargo, che ballano
sull'orlo del baratro. Lo sanno, ma si consolano alla grande e festeggiano
facendo dei "chi non salta americano è" ad ogni notiziario sulla
resistenza poco più che medioevale, ma robusta oltre ogni aspettativa, con cui
si sbertuccia la prosopopea high-tech della massima potenza di tutti i tempi.
Tommy Franks, il Gengis Khan a stelle e strisce, prorompe in un «domani
possiamo essere a Baghdad» (certo, correndo per il deserto vuoto e dribblando
le città che non si riescono a prendere, cosa indispensabile per confortare i
guerrafondai e battere sul tempo l'opinione mondiale). Ma qui si ghigna sul
tornado USA abbattuto dai camerieri inglesi, sulle granate che marmittoni lanciano
nelle tende degli ufficiali a Kuwait, sugli elicotteri alleati tirati giù,
oppure che carambolano come Tir su un'autostrada italiana, sugli apaches
infilzati a fucilate da contadini armati di fucili anni '40, già serviti nella
rivolta contro gli inglesi.
Lo Stato regge, i taxi, con la gommapiuma che scaturisce dai sedili, parabrezza
infranti, fili sparsi e portiere da tenere con la mano, reggono, telefono, fax,
internet reggono con lo sputo, gli ascensori vanno su e giù saltellando, i
negozi aperti, venditori stradaioli, trattorie. Nel mio albergo, mentre con due
amici giapponesi ci alternavamo a filmare sui balconi delle nostre camere
opposte, due missili hanno fatto scoppiare le finestre dei primi piani e i
calcinacci ci hanno fatto bianchi.
I camerieri sorridendo: «tutto bene, sir?» per spiegare la serenità di questa
gente mentre viaggia sullo scivolo dell'abisso, c'è chi parla un po'
razzisticamente di "fatalismo arabo". Sciocchezze. Come dice Gianni
Del Buono, il migliore degli italiani qui, scudo umano all'impianto di
potabilizzazione "7 aprile", appena sfiorato da due missili: «è
cultura, resistenza, soprattutto un amore per la vita che gli altri hanno perso
e non sanno più capire».
Baghdad, 25 Marzo 2003
Fulvio Grimaldi
Giovedì 27 Marzo 2003 - Tra
esplosioni continue - Corrispondenza non pubblicata da Liberazione
Sarebbe ora di levare le chiappe da questo Al Mansur. Ma non c'è posto da
nessuna parte, tutto chiuso, salvo lo strapieno "Meridien Palestine"
e, del resto, parlarne è addirittura una vergogna, vista la vulnerabilità di 22
milioni di innocenti iracheni. Due tonfi prima di mezzanotte e, per qalche ora,
tv nazionale oscurata. Uno schianto tremendo alle 0.05, un uragano giallo in
camera, a rotoloni giù dal letto, vetri che volano, sul balcone un'enorme
vampata: è andata anche la tv satellitare irachena. Brucia a 150 metri dalle
nostre pupille fatte voragine. Il peggio viene dopo: un missile sul parcheggio
del centro stampa, greppia dei giornalisti residui, segno dell'immane fastidio
provocato agli aggressori da chi non ne ha seguito l'ordine di togliersi di
mezzo e smetterla di mostrare storie e immagini di macelli tra civili
(ovviamente censurati negli Stati Uniti). Si tratta di tagliare le linee di
comunicazione e mobilitazione tra stato, paese e mondo.
Con bombe e missili che si abbattono su di noi a ciclo continuo, tanto vale
rischiare una sortita. Sarebbe proibito, ma ho per compagno il dottor Riyad,
medico dissidente moderato, soprattutto colonnello della Riserva. La tempesta
di sabbia cosparge di zafferano ogni cosa. Il cielo è un'aranciata
all'inchiostro e il deserto arabico si intrufola in ogni orifizio. Ci buttiamo
verso Kerbala e Najaf, città santissime degli sciiti, per vedere che fanno lì
le Grandi Democrazie e se è vero che gli sciiti, istigati da Teheran,
insorgono. Riyad se la ride: «A parte che gli sciiti sono soprattutto iracheni
e odiano tutti gli invasori, figurarsi se gli iraniani, prossimo "Stato
canaglia" da obliterare, danno una mano agli americani. Un fatto è certo:
se prima potevano esservi differenze tra gruppi in Iraq, l'aggressione
imperialista li ha cementati come mai prima». Poi parla da esperto militare:
«Puntavano su un vistoso successo nel Sud. La resistenza di Umm Qasr, Bassora e
Nassiriya li ha sconvolti e sfiancati. Sono mica come i nostri, abituati a
privazione e durezze. Sono soldati da aria condizionata, doccia, tre pasti
caldi al giorno, cessi chimici, barbieri, ausiliarie, tv. Hanno accampato due
scuse: nelle città che resistono c'è l'elite di Saddam, ma a noi interessa solo
Baghdad. Invece la Guardia Repubblicana non è ancora entrata in azione, se non
nella recentissima offensiva corazzata a sud della capitale, e i combattenti
sono ovunque reparti regolari, milizie, militanti del Baath e del Partito Comunista-Tendenza
Patriottica, formazioni tribali. Frustrati come sono, Bush e Blair a Camp David
si sono sicuramente detti qualcosa sull'uso delle loro armi atomiche e
chimiche». Qui le aspettano con la tranquillità di sempre. A Kerbala, 50 km da
Baghdad, non c'è segno di invasori. Il governatore dice che sono stati respinti
ieri da una controffensiva vittoriosa. A tre chilometri, attorno a un carro
Abrahms e alcuni trasporti-truppe USA sventrati, festeggiano contadini e
miliziani. Nella città la gente pare vivere normalmente, pur tra esplosioni
continue in lontananza. Tre quarti dei cittadini sono armati, gli altri sono
donne in nero, la moschea dalle cupole d'oro ronza di preghiere, il mercato è
invaso dalla sabbia. Al nostro passaggio con telecamera, a mucchi alzano il
mitra e le dita a V. Succede ovunque.
Nell'ospedale generale ci sono 63 feriti civili, scuciti da armi di distruzione
di massa autentiche. Le donne e i bambini sono oltre metà. Appaiono
sforacchiati in tutto il corpo e denunciano bombe a grappolo. Intanto le Grandi
Democrazie hanno avviato l'attesa catastrofe umanitaria: incapaci di entrare a
Bassora, hanno distrutto la centrale elettrica, quella dell'acqua e il sistema
fognario. Vi avevo già visto morire di dissenteria da embargo parecchi bambini.
Ora andiamo verso l'eccidio. Prenderli per fame, sete, peste. Come Goffredo da
Buglione. A Baghdad ci accoglie la nuova orrenda carneficina. La peggiore
finora. Nel quartiere popolare di Al Shaab, meccanici, artigiani, negozi,
ristorantini, case di gente qualsiasi. Decine e decine di morti e feriti, donne
e ragazzini ustionati da capo a piedi.
Colpiti anche una scuola per orfani, un centro medico e un museo: tutte armi
chimiche mimetizzate. Si è messo a piovere. Ovviamente fango. Altro che le sette
piaghe d'Egitto. Il sentimento collettivo verso gli USA che sta montando in
questo paese non ha nulla da invidiare alla tempesta di sabbia di questo marzo
apocalittico.
Baghdad, 27 Marzo 2003
Fulvio Grimaldi
Venerdì 28 Marzo 2003 -
Perché?
Quello che m'è rimasto impresso per un bel po', come un fermo immagine con
sotto, in mezzo dissolvenza, il reale, è un profilo splatter. Un'immagine che
giustizia come una mannaia qualsiasi apologia, o solo indulgenza, verso questa
guerra di ciclopi ebbri e ottusi, incapaci di distinguere tra capre e ulissidi,
ma dotati di raggi della morte, contro un popolo difeso da un esercito di
stracci. È seduto sul letto dell'ospedale Yarmuk, dove arrivano i maciullati
degli ultimi bombardamenti e sono ricoverati quelli dell'infernale pomeriggio
di venerdì, scatenato in pieno centro popolare, e della mattanza di giovedì a
Al Shaab. Si appoggia su braccia un po' sangue e un po' carbone, ha le gambe
con i pantaloni zuppi di sangue da chissà quali lesioni, è piegato in avanti perché
dalla schiena, tra la camicia in brandelli, fiotta sangue da una fessura sotto
la scapola. Ha la testa piegata in avanti, il cranio tutto bruciato, con ciuffi
di capelli arrugginiti dalle fiamme. Dalla fronte e dal naso gli cola sangue in
continuazione. Non emette suoni, non pare nemmeno respirare, il sangue non fa
capire se ha gli occhi aperti o chiusi. Pare uno di quei lama che bruciavano a
Saigon. Non sanno come si chiama. Lo hanno estratto poco fa dalle macerie di
una bottega.
Un infermiere posa nel letto accanto un bambino fasciato dal collo all'inguine,
col capino avvizzito reclinato e i capelli pieni di terriccio. Pare morente. E
così via e via e via, per quattromila vittime irachene al nono giorno di questo
giochino evangelico e suprematista, il dieci per cento morti. E si parla solo
di civili cresciuti in dodici anni di embargo e uranio. Di quelli che nel
villaggio "liberato" di Sawad, sul confine, spartitisi i viveri
concessi dagli invasori, si sono messi a urlare in faccia agli inglesi con le
scimitarre.
La dottoressa Suad Mustafa, pediatra trentenne, lavora di giorno qui e la sera,
volontaria, nell'ambulatorio gratuito del dottore Riyad. Per la gente del
quartiere di Al Safina. Freneticamente attiva tra i letti, mi informa a
spizzichi e bocconi: «Vede, c'è sangue dappertutto. Non è incuria, puliamo ogni
mezz'ora, ma arrivano a frotte con emorragie gravissime. Le ambulanze non fanno
in tempo a scaricare feriti, moribondi, morti. È da 72 ore che va avanti così.
Non c'è tempo per pensare alla stanchezza. Moltissimi feriti sono
politraumatizzati e soffrono di ferite multiple, tipiche delle bombe a grappolo
e dello shrapnel, ci vogliono più medici e infermiere per un solo paziente. E
meno male che ci sono studenti volontari. Mancano invece le medicine, con gli
anestetici siamo alla fine, dobbiamo amputare bambini senza anestesia.
L'alternativa è il dissanguamento. Sono anche finiti i farmaci per le ustioni».
Ci continuiamo a chiedere perché?. Perché infierire così su donne e bambini?
«Non avrebbe, dottoressa Saud, voluto andarsene?», ci permettiamo di domandare.
Immediata e secca la risposta: «Prima magari sì, ma ora sono legata al mio
Paese più che mai, ha bisogno di me, le mie radici si sono rafforzate. Mi sento
come la fetta di un grande pane; e se nel Paese c'è qualcosa da correggere
spetta a noi correggerlo. A nessun altro». Fuori tuona un suono nuovo,
assomiglia ad artiglieria.
Baghdad, 28 Marzo 2003
Fulvio Grimaldi
Sabato 29 Marzo 2003 - Corpi
su corpi
Raccolgo altre immagini e testimonianze per il mio documentario. Ecco alcuni
flash. La nottata è iniziata con una detonazione terrificante e una raffica di
vetri sulle teste di noi del maledettissimo Mansur Hotel, che vibrava come al
settimo grado della scala Richter. Abbiamo fatto in tempo a vedere le
conseguenze di questi missili da weekend o Sabbath. Corpi su corpi tirati fuori
da sotto le macerie da pompieri nelle loro tute blu tipo operai anni cinquanta
e da volontari. Scavavano disperatamente con le mani nude, nella luce limitata
dei fari di macchine giustapposte, arrivavano a sgocciolio dato che il sistema
telefonico era stato opportunamente disintegrato poche ore prima. Tiravano
fuori solo morti, trasformati da terriccio e calcinacci in zombie
raccapriccianti. Solo un bambino si era ripulito con il proprio sangue. Gente
che dava la testa nel muro e, come sempre e ovunque, poco dopo partivano i cori
rabbiosi e collettivi contro Bush.
Ci volevano questi portatori di democrazia a forza di armi di distruzione di
massa per consolidare il sentimento nazionale degli iracheni e la solidità del
regime. Si vocifera che gli angloamericani stiano per aprire un fronte anche a
est di Baghdad e siamo voluti andare a vedere. Ci avviamo verso i confini
siro-giordani sperando anche in una mattinata di tregua. Poco fuori Baghdad, la
perentoria disillusione: un missile sibila fortissimo e s'interra al lato della
corsia opposta. Ce l'hanno con quelli che si muovono su questa strada. Nei 300
km circa tra la capitale e il bivio tra le autostrade per Amman e Damasco,
abbiamo contato 18 veicoli carbonizzati. Ci sono morti viaggiatori civili di
cui, per le stranezze delle guerre psicologiche, nessuno parla. Si è saputo
solo dell'autobus dei cinque siriani in fuga verso casa loro, avvertimento alla
Siria sul tipo delle bombe all'ambasciata cinese di Belgrado. Altamente
significativo è che nel percorso di uscita, le carcasse sono solo due. Tutte le
altre sono in entrata. Il messaggio è chiaro: non venite, soprattutto se siete
giornalisti non "embedded", non integrati (letteralmente
"coricati con noi").
Al limite del viaggio, il mistero: due enormi mezzi corazzati con cannoni e
mitragliatrici, fermi e zitti al lato della corsia d'ingresso. Sono color
deserto, ma non portano marchi o contrassegni di alcun genere. All'esterno non
c'è nessuno. Iracheni? Angloamericani? Giordani? Siriani? Rientrando
costeggiamo greggi e nomadi beduini. Uno, seduto sul ciglio, è semplicemente
maestoso nella sua jallabia azzurra con sopra il manto marrone bordata di
ricami neri. Un re-pastore, come Agamennone. Gli passano sopra gli aerei a
tutte le ore che gli stanno portando la civiltà. Nelle immense distese del
deserto occidentale si levano colline color creta con impercettibili fessure. È
lì dentro che starebbero in agguato i "Fedajin di Saddam". Lì dentro,
come forse anche nei cumuli di sassi e nei montarozzi che a migliaia
punteggiano l'immenso giallo. «Mica possono tirare missili a tutti», ragiona
Methem. Riappare Baghdad, sotto un sudario nero che pare annunciare il
compimento del suo destino. Sicuramente insieme a molti americani e a un bel
pezzo di imperialismo.
Baghdad, 29 Marzo 2003
Fulvio Grimaldi
Domenica 30 Marzo 2003 -
Preti e imam
Ho a che fare con preti. Uno si affaccia alla radio amerikana per soldati e
iracheni anglofoni e reitera le maledizioni ammonticchiate dal "Dio degli
eserciti" sulla "grande prostituta", Babilonia, leggi Iraq.
Maledizioni cui ora "le armate del Bene stanno dando sacra
attuazione". Trattasi di predicatore evangelico-biblico, della setta dei
vari Bush, Cheney, Rumsfeld, Wolfowitz, Perle.
L'altro è Don Yussef, pretino caldeo che, con quattro vescovi e gli imam di
Baghdad, ha partecipato nella cattedrale alla cerimonia per la consacrazione
dell'Iraq alla Beata Vergine. Don Yussef è fiducioso e anche patriottico, o la
prima cosa per via della seconda, e giura che il "Dio di Abramo, padre di
tutti", che "lancia raggi di pace e non laser", sta già facendo
trionfare la giustizia dei perseguitati. Poi se ne va a partecipare al funerale
di 12 dei 68 musulmani tra i 57 e i 4 anni sminuzzati dai missili sul mercatino
povero di Al Nasr. E lì è una bella contesa tra donne che si lamentano
battendosi petto e viso e i cori sul "sangue e sullo spirito che
difenderanno l'Iraq e Saddam", cori che Al Jazira ci mostra scuotere dalle
fondamenta l'intero mondo arabo.
Il terzo è un peripatetico imam, Ahmed, sui trent'anni, barbetta color pece,
occhialini, zucchetto ricamato, tunica nera. Mi fa da postino, dopo che le
Grandi Democrazie hanno sfasciato le centrali TLC. Prende il mio scritto e lo
porta al confine giordano dove, ogni mezzogiorno, dall'altoparlante della
minimoschea spara invettive contro Bush e Blair. Dall'altra parte della
frontiera, un imam giordano fa la stessa cosa, con lo stesso vigore (alla
faccia del suo re collaborazionista). Passa la lettera a costui che la porta da
un mio amico ad Amman.
Siamo rimasti in tre (due tedeschi e io) nell'hotel Mansur, assediato da
ministeri e, perciò, da missili. Anche Al Sahaf, ministro dell'informazione,
dal suo edificio centrato sabato ha traslocato. Sempre euforico e incazzato, ha
buon gioco con Richard Perle, travolto dallo scandalo della sua guerra fatta
per i suoi affari. Ma non è l'ontologia di tutta la pattuglia del Bene? Ed è
contento anche della conferma inglese che, incredibilmente, a Umm Kasr e Fao
ancora si resiste e che Bassora è tuttora sotto controllo iracheno. Il famoso
"picnic"! In compenso, frustratissimi, i "liberatori" si
accaniscono su Baghdad e altre città. La capitale, tutta ricostruita dopo il
'91 a dispetto dell'embargo, si sta sfarinando. Resterà una discarica di
materiali di risulta edilizi e umani. Ma intanto tutti continuano a sorriderci,
con orgoglio. E, pur tra carenze e angustie in accelerazione (non c'è più acqua
minerale e quella di rubinetto non si puo bere, si fa bollire), concordano col
vicepresidente Ramadan che ha mandato al diavolo Kofi Annan e i suoi aiuti
pagati con soldi iracheni, dopo essere sconciamente fuggito con tutte le sue
agenzie alla vigilia dell'attacco. Qualunque cosa succederà, questa gente sa di
aver già vinto nella storia. Non so se saremo trattati così quando arriveranno
i liberatori. Visto che chiamano terroristi i Pietro Micca e i partigiani
(ricordi i "Banditen"?) e che, con un intero popolo in armi, giustamente
sospettano in ogni civile un combattente travestito.
Baghdad, 30 Marzo 2003
Fulvio Grimaldi
Mercoledì 2 Aprile 2003 - Due
settimane di apocalisse - Corrispondenza non pubblicata da Liberazione
Si conclude oggi la mia corrispondenza dall'Iraq. Parto con la morte nel cuore,
come si dice, tanti pezzetti di morte raccolti in due settimane di apocalisse,
aggrovigliati nel cono di un vulcano in eruzione. Restare qui è privilegio di
grandi testate, capaci di 500 dollari al giorno. Andarsene con un autista che sfidi
i missili angloamericani contro chi arriva, costa ormai $1500, domani 2000.
Inoltre, non mi sembra né sopportabile, né personalmente opportuno assistere
all'ingresso degli antropofagi, degli specialisti di stragi degli innocenti, di
coloro che marchiano di terrorismo e mandano a Guantanamo chi non balla per
Bush e getta fiori sui tank.
Lascio un paese che amo da un quarto di secolo, di cui ho visto alti e bassi,
verità e calunnie, il bello e il brutto, lotte che a noi parevano giuste o
sbagliate e, soprattutto, le qualità del suo popolo fiero, forte e gentile.
Lascio amici che non so se rivedrò e, soprattutto, quanto gli resta per
raggiungere quegli altri amici che se li è portati via il delirio di
onnipotenza di miserabili omiciattoli ladroni, con tanta complicità dei loro
manutengoli sparsi ovunque. Lascio un paese di cui ho potuto sfiorare le
testimonianze moriture di civiltà, dove sicuramente "troveranno" le
famose armi chimiche, dallo zigurrat della Ur di Abramo, alla Torre dei califfi
in Samarra, dalla moschea d'oro di Ali nella Najaf frantumata, all'Atra dalle
romane vertigini colonnate, alla Niniveh dei sumeri, alla Babilonia di
Nabuccodonosor, saggio dei saggi.
Tutto ci ha insegnato questa gente, da 6000 anni, la ruota, la scrittura,
l'irrigazione, la città, la musica, la legge e tutto viene ora cancellato da
ordigni tecnologici manovrati da chi è moralmente tornato alla clava e, dal
verbo, all'urlo disarticolato e belluino. Ultima cena con una famiglia di Al
Safina dove, lungo il Tigri, ho vissuto tavolate di grandi famiglie, tra riso,
scambi e narrazioni, sotto lampioni colorati che gettavano stelle nel grande
fiume. Stanno tutti e dodici nella stanza più protetta, giorno e notte, lungo
l'orario scandito dalle bombe come la lancetta segna i secondi. Sei figli che,
per fare un progetto di vita, devono disegnarlo sulla polvere delle macerie, ma
decisi alla guerra di popolo, fino a quando al gigante sarà stata recisa anche
l'ultima vena, come accaduto agli inglesi nella prima liberazione. All'ospite vengono
offerte le razioni migliori di una riserva che già si sta estinguendo. Colpire
i depositi e gli acquedotti, prenderli per fame, sete, peste.
Usciamo, percossi incessantemente dalle detonazioni, ripercorriamo sentieri che
l'autunno scorso erano di suoni, luci, vetrine colorate, panche di caffè e
domino, il macellaio roboante di inni di vittoria, il barbiere dalle battute
molto laiche, l'omino-kebab col suo triciclo fumante e profumato, il rotolio
dei ragazzini dietro palloni e gelati, il frastuono folk o rock
dall'affollatissimo taroccatore… È diventato un percorso di rovine, un quinto
della via è un ammasso di ferraglia e cemento, otto case spianate, con dentro
tutti quanti. Una bambina, l'icona di un passaggio danzante verso
l'adolescenza, che agitava nel riso il suo leggero velo e che il mio obiettivo
aveva inseguito fino a perdersi nel buio, è stata sradicata, spenta al suo
quartiere, ai genitori mutilati in ospedale, al futuro. I suoi amichetti, da
sopra le macerie, mi salutano, sulla dannata macchina che mi strappa via, con
un segno che sta diventando il vessillo arabo dall'Atlantico al Golfo: le dita
a V.
Baghdad, 2 Aprile 2003
Fulvio Grimaldi