www.resistenze.org - popoli resistenti - iraq - 13-04-03

tratto da http://www.aljazira.it/

 

Baghdad, scusaci

 

Abdel Bari Atwan al-Quds al-Arabi (Gerusalemme araba, GB) .:.11.04.03

 

Provo, come decine di milioni di arabi, un senso di fallimento e di dolore per la caduta di Baghdad, avvenuta in modo vergognoso senza alcuna resistenza. E credo che ora la tappa che è di qui a venire forse sarà più pericolosa di quelle precedenti. Infatti, se gli iracheni si sono divisi attorno alla figura del loro presidente e al suo modo rozzo di gestire la situazione, ciò non toglie che la maggioranza assoluta della popolazione non potrà mai accettare la presenza militare americana sul proprio territorio.

Coloro che hanno ballato nelle strade festeggiando le truppe americane che avanzavano e distruggendo le statue di Saddam Husayn, non rappresentano la maggioranza del popolo iracheno e neanche quella dei baghdadini (e ne approfitto per ribadire la mia opposizione alla deificazione dei governanti e alla rappresentazione in stature delle loro effigi.)

Nel nostro giornale ci siamo schierati con la Nazione araba ed islamica e ci siamo gettati anche noi nelle trincee nell’affrontare qualsiasi tentativo di predominio americano-sionista. La caduta di Baghdad non ci piegherà e non cambierà le nostre convinzioni e le nostre posizioni. Noi continueremo ad ardere, mantenendo salde le nostre aspirazioni, fossero anche fantascientifiche, per riscattare la nostra Nazione, il nostro credo, la sua posizione tra le altre Nazioni, libera da tutte le dittature, dalla corruzione e dall’egemonia straniera.
Rispetteremmo una scelta del popolo iracheno, qualora fosse una scelta per una democrazia che si poggiasse su una base nazionale; ma nella maniera più assoluta non rispettiamo un governo imposto dai carriarmati americani, caduto dal cielo insieme ai missili cruise e alle bombe dei B52. Sappiamo di essere una voce fuori dal coro americano e che potremmo sembrare fuori dalla realtà o sentimentalistici per tanti arabi americanizzati. Ma siamo anche coscienti di essere i più vicini ai sentimenti e ai pensieri di centinaia di milioni di arabi e musulmani poiché noi inneggiamo alla difesa della nostra Patria non a difesa di singoli. Inneggiamo alla difesa di un credo eterno, dei suoi valori, del suo immenso patrimonio umano. Inneggiamo alla resistenza e alla vittoria dei deboli contro l’arroganza e i soprusi.
La guerra all’Iraq non è stato uno scontro alla pari: sapevamo bene che l’Iraq non avrebbe fatto altro che subire. Se il regime iracheno è stato sconfitto, i responsabili di tale sconfitta sono gli arabi, sia i governanti e che le popolazioni, che lo hanno abbandonato a resistere alla minaccia della più grande potenza della Storia, da solo e senza appoggio. Ma nonostante la sconfitta del regime, siamo certi che il popolo iracheno non è stato sconfitto né mai lo sarà.
L’amministrazione americana, da anni, stava preparando l’aggressione e cercando il pretesto per coprire le reali intenzioni mentre i leaders arabi dormivano, stupidi, e stavano lì a ripetere come i pappagalli i dettami di Washington e discorsi come “il rispetto del Diritto internazionale”. Ma perché proprio l’Iraq? Perché l’Iraq, il suo popolo e le sue possibilità, sono la forma di ostacolo più grande sulla strada delle aspirazioni colonialistiche americane ed israeliane.
Hans Blix, capo degli ispettori dell’Onu ha raccontato ieri a quotidiano spagnolo “El Pais” che la questione delle armi di distruzione di massa era secondaria nella vicenda Iraq e che occupava forse il quarto posto per l’amministrazione americana che aveva già stabilito da tempo di sferrare l’attacco all’Iraq. L’aver inviato squadre di ispettori in Iraq e l’aver richiesto a Baghdad, attraverso una risoluzione delle Nazioni Unite, di mettere a nudo il proprio arsenale con precisione assoluta hanno rappresentato il preludio a questa guerra. Gli Usa, infatti, e i pianificatori di questa guerra hanno fatto tesoro di queste informazioni e, nel momento in cui sono stati certi dell’assenza di armi di distruzione di massa, hanno scatenato l’attacco senza considerazione alcuna per l’Onu, per la sua Carta e per il Diritto internazionale che essa rappresenta.

Non spenderemmo nemmeno una lacrima per la caduta dei corrotti regimi arabi ma a patto che ciò, nel caso dell’Iraq, non fosse avvenuto secondo il copione americano. Questi regimi ci hanno portato in uno stato di umiliazione indicibile, diventando complici dell’aggressione americana, con il loro silenzio e la loro partecipazione mascherata. E, quotidianamente, continuano a mortificarci vietandoci il più elementare diritto alla democrazia, allo sviluppo, ad una giustizia indipendente e ad una pluralità politica.
Il viaggio di nozze americano in Iraq, forse, è stato più breve di quando la stessa amministrazione si aspettasse. Ma senza esagerazione alcuna crediamo che le iene che hanno mostrato tutte le loro zanne giallastre allo scopo di impadronirsi del potere, di occidentalizzare l’Iraq per poi portarlo, insieme a tutta le regione, nell’ “era israeliana”, non vivranno a lungo perché la storia del popolo iracheno è colma di esempi che testimoniano la resistenza agli invasori e la cacciata dei collaborazionisti.
Oggi ripetiamo ciò che già avemmo modo di dire in un editoriale passato. Con dolore, o Iraq, abbiamo lasciato fare pur sapendo che tu non ci perdonerai. La Storia non ci perdonerà. I nostri principotti hanno tradito noi e il nostro Iraq. [qui Abdel Bari Atwan si riferisce esplicitamente ai leaders arabi considerati principotti da poco conto, al soldo delle potenze mondiali, prima fra tutte gli Usa ndt.] Ma il loro destino non sarà migliore del regime iracheno o quello dei mori di Andalusia perché hanno preferito allevare maiali dell’Alfonso VI americano [qui l’autore si riferisce Alfonso VI di Spagna che combatté contro gli arabi musulmani di Andalusia durante la “Reconquista” ndt.] sperando di salvare la pelle tuttavia non si salveranno o così ci auguriamo e per questo preghiamo.
Ci siamo schierati affianco dell’Iraq quando affrontò l’aggressione dei trenta nel 1991 e non ce ne siamo pentiti. Oggi allo stesso modo siamo al suo fianco mentre affronta un’aggressione peggiore e non ce ne pentiremo, qualunque saranno i risvolti. Perché la vita è prima d’ogni cosa valore.

 

M.H.