tratto da http://www.aljazira.it/
Baghdad, scusaci
Abdel Bari Atwan al-Quds al-Arabi (Gerusalemme araba, GB) .:.11.04.03
Provo, come decine di milioni di
arabi, un senso di fallimento e di dolore per la caduta di Baghdad, avvenuta in
modo vergognoso senza alcuna resistenza. E credo che ora la tappa che è di qui
a venire forse sarà più pericolosa di quelle precedenti. Infatti, se gli
iracheni si sono divisi attorno alla figura del loro presidente e al suo modo
rozzo di gestire la situazione, ciò non toglie che la maggioranza assoluta
della popolazione non potrà mai accettare la presenza militare americana sul
proprio territorio.
Coloro che hanno ballato nelle strade festeggiando le truppe americane
che avanzavano e distruggendo le statue di Saddam Husayn, non rappresentano la
maggioranza del popolo iracheno e neanche quella dei baghdadini (e ne
approfitto per ribadire la mia opposizione alla deificazione dei governanti e
alla rappresentazione in stature delle loro effigi.)
Nel nostro giornale ci siamo schierati con la Nazione araba ed islamica
e ci siamo gettati anche noi nelle trincee nell’affrontare qualsiasi tentativo
di predominio americano-sionista. La caduta di Baghdad non ci piegherà e non
cambierà le nostre convinzioni e le nostre posizioni. Noi continueremo ad
ardere, mantenendo salde le nostre aspirazioni, fossero anche
fantascientifiche, per riscattare la nostra Nazione, il nostro credo, la sua
posizione tra le altre Nazioni, libera da tutte le dittature, dalla corruzione
e dall’egemonia straniera.
Rispetteremmo una scelta del popolo iracheno, qualora fosse una scelta per una
democrazia che si poggiasse su una base nazionale; ma nella maniera più
assoluta non rispettiamo un governo imposto dai carriarmati americani, caduto
dal cielo insieme ai missili cruise e alle bombe dei B52. Sappiamo di essere
una voce fuori dal coro americano e che potremmo sembrare fuori dalla realtà o
sentimentalistici per tanti arabi americanizzati. Ma siamo anche coscienti di
essere i più vicini ai sentimenti e ai pensieri di centinaia di milioni di
arabi e musulmani poiché noi inneggiamo alla difesa della nostra Patria non a
difesa di singoli. Inneggiamo alla difesa di un credo eterno, dei suoi valori,
del suo immenso patrimonio umano. Inneggiamo alla resistenza e alla vittoria
dei deboli contro l’arroganza e i soprusi.
La guerra all’Iraq non è stato uno scontro alla pari: sapevamo bene che l’Iraq
non avrebbe fatto altro che subire. Se il regime iracheno è stato sconfitto, i
responsabili di tale sconfitta sono gli arabi, sia i governanti e che le
popolazioni, che lo hanno abbandonato a resistere alla minaccia della più
grande potenza della Storia, da solo e senza appoggio. Ma nonostante la
sconfitta del regime, siamo certi che il popolo iracheno non è stato sconfitto
né mai lo sarà.
L’amministrazione americana, da anni, stava preparando l’aggressione e cercando
il pretesto per coprire le reali intenzioni mentre i leaders arabi dormivano,
stupidi, e stavano lì a ripetere come i pappagalli i dettami di Washington e
discorsi come “il rispetto del Diritto internazionale”. Ma perché proprio
l’Iraq? Perché l’Iraq, il suo popolo e le sue possibilità, sono la forma di
ostacolo più grande sulla strada delle aspirazioni colonialistiche americane ed
israeliane.
Hans Blix, capo degli ispettori dell’Onu ha raccontato ieri a quotidiano
spagnolo “El Pais” che la questione delle armi di distruzione di massa era
secondaria nella vicenda Iraq e che occupava forse il quarto posto per
l’amministrazione americana che aveva già stabilito da tempo di sferrare
l’attacco all’Iraq. L’aver inviato squadre di ispettori in Iraq e l’aver
richiesto a Baghdad, attraverso una risoluzione delle Nazioni Unite, di mettere
a nudo il proprio arsenale con precisione assoluta hanno rappresentato il
preludio a questa guerra. Gli Usa, infatti, e i pianificatori di questa guerra
hanno fatto tesoro di queste informazioni e, nel momento in cui sono stati
certi dell’assenza di armi di distruzione di massa, hanno scatenato l’attacco
senza considerazione alcuna per l’Onu, per la sua Carta e per il Diritto
internazionale che essa rappresenta.
Non spenderemmo nemmeno una lacrima per la caduta dei corrotti regimi
arabi ma a patto che ciò, nel caso dell’Iraq, non fosse avvenuto secondo il
copione americano. Questi regimi ci hanno portato in uno stato di umiliazione
indicibile, diventando complici dell’aggressione americana, con il loro
silenzio e la loro partecipazione mascherata. E, quotidianamente, continuano a
mortificarci vietandoci il più elementare diritto alla democrazia, allo
sviluppo, ad una giustizia indipendente e ad una pluralità politica.
Il viaggio di nozze americano in Iraq, forse, è stato più breve di quando la
stessa amministrazione si aspettasse. Ma senza esagerazione alcuna crediamo che
le iene che hanno mostrato tutte le loro zanne giallastre allo scopo di
impadronirsi del potere, di occidentalizzare l’Iraq per poi portarlo, insieme a
tutta le regione, nell’ “era israeliana”, non vivranno a lungo perché la storia
del popolo iracheno è colma di esempi che testimoniano la resistenza agli
invasori e la cacciata dei collaborazionisti.
Oggi ripetiamo ciò che già avemmo modo di dire in un editoriale passato. Con
dolore, o Iraq, abbiamo lasciato fare pur sapendo che tu non ci perdonerai. La
Storia non ci perdonerà. I nostri principotti hanno tradito noi e il nostro
Iraq. [qui Abdel Bari Atwan si riferisce esplicitamente ai leaders arabi
considerati principotti da poco conto, al soldo delle potenze mondiali, prima
fra tutte gli Usa ndt.] Ma
il loro destino non sarà migliore del regime iracheno o quello dei mori di
Andalusia perché hanno preferito allevare maiali dell’Alfonso VI americano [qui
l’autore si riferisce Alfonso VI di Spagna che combatté contro gli arabi
musulmani di Andalusia durante la “Reconquista” ndt.] sperando di salvare la pelle tuttavia non si salveranno
o così ci auguriamo e per questo preghiamo.
Ci siamo schierati affianco dell’Iraq quando affrontò l’aggressione dei trenta
nel 1991 e non ce ne siamo pentiti. Oggi allo stesso modo siamo al suo fianco
mentre affronta un’aggressione peggiore e non ce ne pentiremo, qualunque
saranno i risvolti. Perché la vita è prima d’ogni cosa valore.
M.H.