Mohammed Hassan: “Cercare e distruggere, seconda tappa della guerra Usa in Iraq”
www.ptb.be - 13
agosto 2003
Non passa giorno che non si manifesti la resistenza irachena
all’occupazione USA. Più di 120 soldati sono stati uccisi in Iraq dopo il 1
maggio, data in cui Bush annunciò la fine della guerra. Mohammed Hassan,
marxista afro-arabo specialista del Medio Oriente, spiega perché l’Iraq sta
entrando nella seconda fase della guerra d’occupazione USA.
David Pestieau
13-08-2003
Il 25 giugno, in un’intervista a Solidaire
(giornale del Partito del Lavoro del Belgio, nota del traduttore)
ripresa dal grande giornale asiatico Asia
Times, Mohammed Hassan ha in particolare affermato: “Ci sono oggi due governi in Iraq. Ce n’è
uno che dirige il paese durante il giorno, con l’occupazione e il terrore
militare e psicologico che cerca di imporre. E poi c’è una sorta di governo che
agisce, mentre gli americani dormono. Quello di una vasta resistenza contro
l’occupazione”.
Tutti gli elementi, ancora allo stato embrionale fino a giugno, sono stati
confermati su vasta scala in seguito. La resistenza si è sempre meglio
organizzata, più di 120 soldati americani sono stati uccisi e il malcontento è
talmente grande tra la base dell’esercito USA, che alcuni soldati sono giunti
al punto di chiedere pubblicamente le dimissioni del ministro della difesa
Rumsfeld.
Cinquanta giorni dopo la nostra ultima intervista con Mohammed Hassan, gli
abbiamo chiesto come è andata sviluppandosi la situazione.
Bremer, l’amministratore USA in Iraq, ammette
che la resistenza esiste, ma afferma anche che la sua amministrazione ha
registrato dei progressi nella ricostruzione dell’Iraq…
Mohammed Hassan. L’obiettivo degli Stati Uniti in Iraq è il
controllo del petrolio a vantaggio delle multinazionali del settore. C’è anche
da ricostruire l’Iraq a spese degli iracheni e a vantaggio delle multinazionali
USA dell’edilizia, della metallurgia, delle telecomunicazioni. Per un totale di
100 miliardi di dollari (88,5 miliardi di euro): un importo superiore al piano
Marshall, il piano di ricostruzione dell’Europa occidentale dopo la guerra.
L’Iraq era, che lo si voglia ammettere o no, uno “Stato assistenziale”. Le
rimesse del petrolio servivano a finanziare le reti scolastiche, sanitarie…Se
gli Stati Uniti vogliono impadronirsi delle riserve di petrolio, devono
distruggere questo “Stato assistenziale”. E ciò non porterà che
all’impoverimento generalizzato della popolazione, come si vede nei paesi
filoamericani del Golfo: in Arabia Saudita, il 30% della popolazione si trova
già al di sotto della soglia di povertà.
Secondo la medesima strategia americana, Bush, due mesi fa, ha varato un
decreto che accorda una totale immunità alle compagnie petrolifere USA presenti
in Iraq. Anche se si potesse provare che hanno commesso violazioni dei diritti
dell’uomo, corrotto ufficiali iracheni o causato danni ambientali.
Bremer non ha alcuna conoscenza seria della storia dell’Iraq e del mondo arabo.
Lo caratterizza lo sciovinismo più sfrenato. Anche gli iracheni più anti-Saddam
e filoamericani l’ammettono. Così Ahmed al-Rikabi, direttore di Radio Free Iraq, ha dato le
dimissioni il 5 agosto. Questo agente iracheno pro-USA era arrivato a Baghdad
con un aereo speciale per mettere in piedi una nuova televisione e radio
irachena.
Egli afferma oggi che gli Stati Uniti sono in procinto di perdere la guerra
propagandistica. “Gli Stati Uniti
controllano l’informazione in Iraq, ma non c’è una sola persona che creda loro”,
dice. E aggiunge che “Saddam è stato
più capace di far passare i suoi messaggi, diffondendoli attraverso le
televisioni al-Jazeera e al-Arabyia”.
Un famoso professore iracheno di economia, che abita nei Paesi Bassi, di
ritorno dall’Iraq, ha dichiarato: “Sono
stato là per proporre il mio aiuto, ma Bremer non intende ascoltare ciò che gli
si dice”. Agisce come i vecchi amministratori dell’epoca coloniale.
La base sociale dell’occupazione USA diminuisce di giorno in giorno. Il numero
dei collaboratori, sia intellettuali che poliziotti, è in declino. Essi
accusano gli Stati Uniti: “Voi volete
controllare tutto, non ci permettete di fare il nostro lavoro”. La
corrente nazionalista si espande in seguito all’aumento vertiginoso degli
arresti quotidiani, delle sparizioni e delle esecuzioni arbitrarie. I vecchi
parlano nuovamente della resistenza dell’epoca coloniale, i giovani scoprono
una realtà che hanno conosciuto solo attraverso i libri.
Saddam Hussein l’aveva affermato al momento della guerra: “Vedrete con i vostri occhi cosa faranno
questi maledetti e allora saprete che bisogna fare di tutto per cacciarli dalla
nostra terra”.
Eppure Bremer afferma di aver messo in piedi
un consiglio di governo che rappresenterebbe tutti i settori della società…
Mohammed Hassan. Ma su quale base
è stato creato questo consiglio? Sulla base classica del colonialismo USA: il
federalismo, o meglio il tribalismo. Secondo tale visione, la società è divisa
in clan, in differenti sette religiose. Lo scopo: spezzare la coscienza
nazionale irachena. In tal modo, il consiglio è diviso in pretesi
rappresentanti sunniti, sciiti, curdi, turkmeni, cristiani.
Gli americani affermano che esiste una minoranza sunnita e una maggioranza di
sciiti. Gli iracheni rispondono: ma li avete contati? E su che base, con quale
censimento? Per dare, diciamo così, il potere alla maggioranza sciita oppressa
dalla minoranza sunnita che si raccoglieva attorno a Saddam, gli Stati Uniti le
hanno attribuito 15 dei 25 posti del consiglio.
Ma questo consiglio non ha alcun potere decisionale. Sono dei consiglieri
dell’amministrazione Bremer, nella tradizione del vecchio colonialismo
britannico in India o in Nigeria. I notabili locali danno consigli
all’occupante: “Chiediamo che vengano
rispettate le tradizioni locali, consigliamo che la polizia locale sia organizzata
così e così…”.
Il colmo è che questo consiglio non può assolutamente mettere in discussione le
due questioni di fondo: la Banca centrale d’Iraq e l’industria petrolifera, che
sono di competenza esclusiva della potenza occupante.
Tale consiglio iracheno sembra essere stato
creato per dare una legittimità all’occupazione…
Mohammed Hassan. Che non è stata ancora conquistata dagli
americani. Al vertice della Lega Araba, il 5 agosto, non c’è stato un solo
Stato arabo che abbia riconosciuto il consiglio come rappresentante dello Stato
iracheno e la stessa cosa ha fatto l’ONU (anche
dopo l’ultima risoluzione di compromesso, nota del traduttore). Gli
Stati Uniti cercano di occupare il terreno, di nominare nuovi ambasciatori
iracheni all’estero ma, per il momento, si tratta di una disfatta diplomatica
su tutta la linea.
D’altro canto, le relazioni tra il potere
occupante l’Iraq e Israele sembrerebbero rafforzarsi. Non è inquietante?
Mohammed Hassan. Certamente.
Israele è il guardiano locale degli interessi USA nella regione. E ora ci sono
dei legami diretti tra Baghdad e Tel Aviv. Israeliani d’origine irachena, che
hanno lasciato il paese negli anni ’50, vanno reclamando la restituzione dei
loro beni. Un centro studi israeliano è stato creato a Baghdad.
Israele vuole crearsi uno spazio economico in Iraq per avere la certezza che la
forza economica dell’Iraq declini definitivamente. Non dimenticate che, secondo
le forze dell’estrema destra israeliana, “Grande Israele” dovrebbe estendersi
dal Nilo in Egitto all’Eufrate in Iraq! Ciò conferma le parole di Saddam, il
quale affermava che l’aggressione americana era una cospirazione
americano-sionista.
I media occidentali affermano che la
resistenza armata si concentra nel triangolo sunnita (una delle correnti dell’Islam)
situato tra Baghdad, Tikrit e Fallujah, al centro del paese. Il che
significherebbe che la resistenza è limitata ai combattenti sunniti vicini a
Saddam
Mohammed Hassan. La resistenza è generalizzata a tutto il paese,
anche se assume forme diverse al Sud, al Centro e al Nord. Il famoso triangolo
è soprattutto, militarmente parlando, il più favorevole del paese per una
resistenza di tipo guerrigliero.
Questa regione non è così desertica come al Sud. E’ fertile, e ciò permette
l’approvvigionamento alimentare, ed è anche montagnosa. Inoltre, il triangolo è
sempre stato storicamente uno dei principali centri culturali islamici. I più
grandi intellettuali e capi religiosi del mondo arabo sono morti a Baghdad.
Infine, questa regione è effettivamente abitata in maggioranza da sunniti, ma i
combattenti provengono da tutte le correnti religiose del paese.
Che accade nel Sud, dove la resistenza sembra
meno visibile?
Mohammed Hassan. Dopo luglio,
sette britannici sono stati uccisi dalla resistenza presso Bassorah, la grande
città del Sud. La logistica USA è costantemente attaccata. I camionisti
iracheni che vanno dall’Iraq al Kuwait riportano che i camion dell’esercito USA
che convogliano gli approvvigionamenti su Baghdad, vengono attaccati, fatti
bruciare e sono vittime di sabotaggi a ripetizione.
Questa regione ha una lunga tradizione nazionalista, che risale alla resistenza
all’occupazione britannica, tra il 1920 e il 1922. Non si era riusciti a
sconfiggere questa resistenza, se non utilizzando massicciamente armi chimiche,
su ordine del futuro primo ministro Churchill, detto “il chimico”. Settantamila
britannici erano stati spediti all’epoca.
Nel Sud, tre grandi correnti politiche antiamericane sono presenti.
Innanzitutto, la corrente sciita venuta dall’Iran. Per loro, Saddam è stato un
dittatore, essi vogliono uno Stato islamico. Vogliono prendere tempo per
organizzarsi prima di impegnarsi nello scontro con gli occupanti. Vogliono
infiltrare la nuova amministrazione, affermando che essa deve essere nelle mani
degli iracheni, con la cacciata sia degli americani che delle forze laiche.
C’è poi la corrente dell’imam sciita Muqtada Al-Sadr, che intende formare
l’armata di Al-Mahdi, dal nome del dodicesimo degli imam fondatori dello
sciismo, scomparso dodici secoli fa. Il 31 luglio, diecimila giovani si sono
riversati nelle strade a Najaf, città santa dello sciismo, per chiedere di
arruolarsi in questa armata. L’imam Al-Sadr esige la fine immediata
dell’occupazione USA. Contro il partito Baath (il partito di Saddam Hussein),
ma anche contro l’Iran: è un nazionalista arabo.
Infine, c’è la corrente uscita dal partito Baath, che agisce con un altro nome
al Sud. Essa collabora con lo stimato imam al-Sistani, il quale difende un Iraq
indipendente, ma non sotto forma di Stato islamico. E’ questa la corrente che
organizza gli attacchi contro i camion della logistica USA che attraversano il
Sud verso Baghdad.
Bush ha visto nella morte dei figli di Saddam
un segno che la resistenza irachena starebbe finendo. Informazione o
intossicazione?
Mohammed Hassan. Il governo USA
riflette in modo molto meccanico e commette errori grossolani dovuti alla sua
arroganza e al suo razzismo. Mi ricorda quando da ragazzo guardavo i “western”.
I manifesti “Wanted, dead or alive” (ricercato:
morto o vivo) ornavano gli uffici degli sceriffi, mentre i disperati partivano
alla caccia dei banditi per fare fortuna. Gli Stati Uniti pensano che la
mentalità del Far West esista in tutto il mondo. Ma i popoli del terzo mondo
non ragionano certo in questo modo.
Dieci anni fa, ai tempi dell’aggressione USA alla Somalia,
l’esercito americano aveva messo una taglia sulla testa del generale somalo
Aidid, di 500.000 dollari. Il giorno dopo, Aidid fece la sua apparizione in uno
stadio di Mogadiscio davanti a migliaia di persone, dichiarando: “ Offrirò
5.000 cammelli a chi riuscirà a trascinarmi davanti al comandante in capo USA”.
Ciò non si è mai avverato.
Hanno messo sulla testa di Saddam una taglia di 25 milioni di dollari e su
quella dei suoi figli di 15 milioni. Finalmente, dopo tre lunghi mesi, qualcuno
ha venduto Uday e Qusay, i figli di Saddam. L’esercito USA avrebbe potuto
catturarli, ma ha preferito eliminarli. Si sono battuti per sei ore di fronte a
500 soldati. Lo stesso giorno, poco dopo la loro morte, si è svolta una
manifestazione di sostegno a Uday e Qusay, mentre un soldato USA veniva ucciso
a Mossul.
Poi, gli americani hanno voluto mostrare il volto sfigurato dei due figli di
Saddam. Ciò ha avuto un effetto traumatico sugli iracheni, perché, secondo
l’Islam, è proibito mostrare il viso dei morti. Non hanno certo dimenticato che
Rumsfeld e Blair avevano denunciato gli iracheni per avere fatto vedere
prigionieri di guerra americani e britannici alla televisione.
Con questa azione, gli americani hanno perso completamente la battaglia per
conquistare l’opinione pubblica araba. Il portavoce del partito Wafd in Egitto,
abitualmente filoamericano, si è trovato nell’obbligo di dire che si trattava
di un atto terribile, commesso dall’imperialismo più primitivo e barbaro che il
mondo abbia mai conosciuto.
E’ in questo contesto che la Giordania, sotto la pressione della sua opinione
pubblica, è stata costretta ad accordare asilo politico alle tre figlie di
Saddam Hussein. La figlia primogenita ha così dichiarato: “Mio padre è stato tradito dai più alti
gradi dell’esercito durante la guerra. Ma oggi continua a resistere come un
vero patriota. Faccio appello a tutti gli iracheni perché intensifichino la
resistenza contro l’occupante, non per far ritornare mio padre al potere, ma
per abbattere la potenza coloniale”. Ciò ha accresciuto ulteriormente il
prestigio di Saddam in tutto il mondo arabo, dove i suoi ritratti troneggiano
nei caffè, da Algeri a Beirut.
Mai un leader arabo, dopo aver lasciato il potere, è stato così popolare dopo
Saladino, il capo militare che cacciò la Crociata di Gerusalemme nel XII
secolo. Oggi, davanti alla crescente resistenza, gli USA tendono ad accentuare
la manipolazione dell’informazione. Siamo entrati nella seconda fase della guerra.
Vale a dire?
Mohammed Hassan. La prima è stata
quella in cui gli Stati Uniti affermavano che stavano portando la pace e la
stabilità in Iraq. E che si trattava di ridurre le ultime sacche di resistenza
del potere di Saddam Hussein.
La seconda fase è quella del “search and destroy” (cerca e distruggi): arresti
massicci, bombardamenti di villaggi, massacri ed esecuzioni sommarie. In questa
situazione, persino i contadini e i cittadini meno consapevoli fanno il loro
ingresso nella resistenza perché anche la loro vita è in pericolo.
Gli americani hanno detto che si trattava di piccole sacche di resistenza. Poi
hanno parlato di sconfitta della resistenza dopo la morte di Uday e Qusay. Ora,
evocano l’infiltrazione dall’esterno e la presenza di terroristi stranieri
della rete di Al-Qaida. Parlano anche sempre più frequentemente del
coinvolgimento della Siria e dell’Iran. E contraddizioni si manifestano anche
con il loro tradizionale alleato, l’Arabia Saudita.
E’ la ripetizione dello scenario del Vietnam. All’inizio, parlarono di
stabilizzazione, poi evocarono le infiltrazioni dal Nord Vietnam. Hanno allora
bombardato tutti i villaggi dove vi era traccia della resistenza, e poi se la
sono presa con i paesi vicini, il Laos e la Cambogia.
Il Pentagono è una macchina programmata per entrare in questo tipo di
ingranaggi. L’imperialismo non ha tempo, deve registrare vittorie rapide. I
popoli del mondo, anche quello dell’Iraq, hanno tempo. Hanno una capacità di
sopportazione straordinaria. I vietnamiti lo hanno dimostrato, gli iracheni lo
dimostreranno.
Traduzione di Mauro Gemma