Un bilancio della Resistenza Irachena
Agosto è stato un mese duro per gli occupanti e per le istanze interanzionali
associate all’occupazione
settembre 2003
Informativa CSCAweb
Estratti e traduzione a cura di CCDP
Le azioni quotidiane della resistenza irachena stanno costando agli USA ed al
Regno Unito vite, denaro e deliggittimazione a casa propria come in Iraq, in
particolare nel caso del governo Blair, A partire da agosto sono obiettivo
degli attacchi anche le truppe britanniche nel sud del paese. Gli attentati
contro l’ambasciata giordana e la sede centrale delle Nazioni Unite a Bagdad, e
quello contro l’ayatollah al-Hakim a Nayaf colpiscono brutalmente il processo
di leggittimazione dell’occupazione, in ambito regionale ed interanzionale.
L’amministrazione Bush ora vuole dal Consiglio di Sicurezza un maggior
coinvolgimento economico e militare sul suolo iracheno, senza però rinunciare
al controllo del paese, incrementando il discredito dell’ONU.
Le azioni militari contro le truppe di occupazione, sebbene diminuite di numero
(comunque una decina al giorno), mostrano, come riconosciuto dal Pentagono, che
i gruppi di resistenza irachena sono capaci di adattarsi alle nuove tattiche
degli occupanti, nonostante le misure repressive.
Il comando centrale degli USA stimava - il giorno 14 agosto - in 60 morti il
numero delle vittime militari statunitensi cadute in azione dal primo di
maggio, data della fine formale della guerra. Il primo di settembre i morti in
combattimento sono già diventati 65, oltre a 11 britannici e ad uno di
nazionalità danese, nello stesso tempo aumentano anche le vittime civili fra
gli iracheni, così come il tempo di stanza delle truppe nordamericane; erano
molti, fra i 148.000 soldati statunitensi presenti in Iraq quelli che speravano
di tornare a casa in settembre, ma secondo quanto dichiarato dal generale
Ricardo Sanchez, massima autorità militare in Iraq, essi presteranno servizio
non meno di un anno.
Insieme al costo umano aumenta la spesa delle operazioni ; il Pentagono spende
ogni mese 3,9 mld di dollari per occupare l’Iraq, esclusi i costi degli scontri
a fuoco contro la resistenza irachena.
Lo scorso 11 agosto, Dov Zakheim, massimo responsabile del Dipartimento Difesa,
iformava che le spese affrontate tra gennaio e settembre raggiungerà la cifra
totale di 58 mila milioni di dollari, l’equivalente di quanto preventivato dal
Congresso USA per la « Guerra al terrorismo » in tutto il mondo per l’anno
2003.
I sabotaggi agli oleodotti hanno frenato la « ricostruzione » del paese, impedendo
il pieno sfruttamento del petrolio da parte dell’amministrazione occupante,
tanto che oggi l’Iraq produce meno di un terzo del greggio che produceva prima
dell’occupazione.
La leggittimazione dell’occupazione dell’Iraq è la condizione indispensabile
per l’arbitraggio nordamericano del conflitto arabo – palestinese. Ma l’attacco
contro l’ambasciata giordana pare un preciso avvertimento a governi arabi circa
il riconoscimento della legittimazione, lo stesso ammonimento rivolto all’ONU
quando è stata colpita dal distruttivo attentato. Del resto, è stato lo stesso
Denis Halliday, ex coordinatore del programma ONU per l’Iraq, ad aver messo in
guardia dalle conseguenze circa la legittimazione dell’occupazione fornita il
14 agosto (risoluzione n. 1500), denunciando l’azione delle Nazioni Unite quale
sorta di braccio dell’amministrazione Bush. Il profilo di un buon numero delle
vittime dell’attentato (militari di diverse nazionalità e membri di organismi
finanziari internazionali) confermano che l’Hotel Canale si era convertito,
almeno in parte, in una dipendenza dell’Autorità Provisoria della Coalizione.
In seguito all’accaduto l’ONU ha ridotto il personale in Iraq del 90% e le ONG
internazionali come Oxfan hanno abbandonato completamente il paese.
Il brutale attentato contro l’ayatollah al-Hakim ha mostrato la vulnerabilità
di chi vuole fornire mediazione formale con gli occupanti, più che un pretesto
per mettere sunniti e sciiti gli uni contro gli altri (sebbene ne renda tesi i
rapporti), pare un monito contro chi coopera con l'occupazione verso un regime
coloniale e chi si aspetta protezione statunitense (sul posto è già arrivato il
contingente ispano - centroamericano “Plus Ultra”). Ricordiamo che al-Hakim
aveva condannato le azioni di resistenza chiedendo alla propria comunità
tolleranza e pazienza con gli occupanti.
Le azioni di resistenza sono rivendicate da una miriade di gruppi,
sostanzialmente associate al partito baat ed al precedente regime, al
nazionalismo arabo, all’islamismo, ma non direttamente associabili alla
famiglia di Saddam Hussein, come sembra confermare l’operato repressivo USA che
nelle ultime operazioni ha colpito proprio i quadri medi del partito Bat. La
presunta responsabilità di Al – Qaeda nella gestione complessiva della resistenza
sembra poco probabile. In ogni caso, la strategia della resistenza mostra la
capacità di rendere sempre più difficile il controllo del paese agli occupanti.