Autodeterminazione e resistenza irakena
di Aldo Bernardini, Ordinario di Diritto internazionale
all'Università di Teramo
Vogliamo un esempio concreto di governo-quisling o fantoccio? Serviamoci delle
parole del “Corriere della Sera” del 14 luglio a proposito del “Consiglio di
governo” installato il giorno prima dal governatore americano Bremer, con
l’assistenza di un rappresentante delle N.U.: “Un’assemblea che non sa ancora
su che cosa potrà decidere, ma che sa perfettamente di potersi riunire nel centro
di Baghdad solo perché ci sono carri armati e centinaia di soldati americani
attorno al palazzo, perché quattro elicotteri da combattimento si alternano in
volo… e due aerei da caccia passano bassi”. Una finzione dunque per “dividere
la responsabilità della gestione dell’Iraq con gli stessi irakeni… Tutto ciò
sulla carta, perché le chiavi della cassa e la forza militare restano in mano
alle truppe d’occupazione”. I 25 componenti, scelti da Bremer secondo un suo
dosaggio etnico-religioso-politico (vi è pure… un “comunista”), “possono
ratificare il bilancio, nominare dei ministri-tecnici comunque affiancati da
esperti della coalizione (occupante), gli ambasciatori e i giuristi per
redigere una costituzione democratica”. Su tutto pende il possibile veto di Bremer.
Essi “faticheranno parecchio a convincere i concittadini che non sono
marionette”. Immediate decisioni: la soppressione delle feste legate al partito
Baath di Saddam Hussein e che un futuro tribunale ad hoc (!) debba processare i
dirigenti dello stesso Baath: un intento non originale, dichiarato da tempo
dagli americani.
Il diritto internazionale e in esso la Carta delle N.U., se non interpretati
con “fantasia creativa” come ormai è d’uso da parte dei cortigiani di sempre,
non lasciano scampo. L’aggressione è crimine internazionale e ormai sappiamo
che anche gli addotti motivi contro l’Iraq, in sé tutti inadeguati, non avevano
la minima consistenza. Il cambio di regime dall’esterno è assolutamente
vietato: “democratizzazione” e “liberazione da una dittatura” da fuori (e con
la forza!) – a parte il significato di quelle nozioni, che non può comunque
dipendere dall’ideologia occidentale né da giudizi di Stati occidentali – non
hanno corso nel diritto internazionale. All’aggressione criminale (e non parliamo
dei crimini di guerra con le uccisioni di innocenti, degli atti barbarici,
della distruzione di un paese) fa seguito un’occupazione parimenti illecita in
modo assoluto. L’unica soluzione giuridicamente corretta è dunque la fine
dell’occupazione straniera, la fine di ogni occupazione.
Questo tanto più è vero, in quanto lungi dall’essere un’occupazione integrale
realmente effettiva, conseguente a una debellatio che avrebbe estinto lo Stato
irakeno (es., la Germania nel 1945), la situazione si caratterizza nel senso
che, come rilevato dal presidente della Commissione esteri della Duma russa,
“non c’è stata alcuna capitolazione irakena e quello Stato esiste tuttora”
(“Liberazione” del 13 luglio). Ancor più: l’opposizione della maggioranza della
popolazione all’occupazione appare generalizzata e le sue punte più avanzate si
manifestano in azioni di guerriglia continuative, efficaci e verosimilmente
organizzate, che esprimono rispetto all’invasione una resistenza nazionale,
sacrosanta e legittima, alla quale deve andare ogni esplicita solidarietà
antimperialista: a mio parere questa resistenza incarna la vera continuità
dello Stato irakeno, ad ancor maggior ragione – ma comunque non solo – se alla
sua testa, sia pur nella clandestinità, fosse parte almeno della precedente
dirigenza statale, con il legittimo presidente Saddam Hussein (sottolineo,
legittimo presidente, come legittimo era il governo irakeno, e solo dalle lotte
di quel popolo, senza interventi esterni, sarebbe potuta dipendere la sorte di
quel presidente e di quel governo: la caccia all’uomo dei selvaggi americani
mira all’assassinio del legittimo presidente irakeno, come ha già perpetrato
quello dei suoi due figli e del nipotino quattordicenne). Dunque, l’occupazione
della coalizione degli aggressori resterebbe la classica occupazione militare
solo di fatto (con relativi obblighi internazionali), comunque illecita, a
fronte della quale permane una continuità dello Stato – questo, per così dire,
in situazione di quiescenza – sulla base della valida contestazione da parte
del popolo irakeno, nell’esercizio dell’unica possibile autodeterminazione,
quella indipendente dagli occupanti.
Ovviamente, non è dato prevedere l’esito dello scontro, molto difficile per la
resistenza: ma certo non sono portatori dell’autodeterminazione i
collaborazionisti con gli occupanti, che comprendono persino esponenti di un
“partito comunista irakeno” ben singolare: comunisti, le cui attività, sedi,
stampa e partecipazione al “consiglio governativo” sono permesse, anzi promosse,
dagli occupanti USA, costituiscono una stravaganza storica, nel momento attuale
fin troppo leggibile. Partecipare “al consiglio provvisorio per riconsegnare il
paese alla democrazia e terminare l’occupazione” (come una delegazione di quel
partito ha sostenuto con “Liberazione”, 20 luglio), cioè a un organismo creato
e delegato dagli americani invasori, vuol dire collaborare con l’occupazione e
illudersi e illudere che questa sia avvenuta a fini di beneficenza.
Del resto, paletti ben fermi sono posti dagli occupanti per la costituzione del
futuro Stato: democrazia formale, privatizzazioni e mercato, ma entro limiti
che impediscano la vittoria di forze sgradite, ed esclusione del Baath che è
stato comunque l’artefice della decolonizzazione anche economica dell’Iraq, e
fine pertanto dell’avanzatissimo Stato sociale irakeno, con la rapina delle
ricchezze naturali da parte delle multinazionali americane, adesso già in
opera. Questa non è autodeterminazione, che non può venire delegata e limitata
dallo straniero. Si eviti ogni sciocco paragone con la liberazione italiana del
1945: l’Italia fascista era paese imperialista e colonialista che aveva
aggredito diversi Stati, l’Iraq proprio con il Baath aveva vinto il
colonialismo ed ora vi viene ricacciato, in forma larvata e con l’aiuto di
collaborazionisti comunque etichettati, mentre la (solo formalmente)
illegittima occupazione del Kuwait era questione esaurita con il ritiro del
1991. Di fronte alla ricolonizzazione imperialista, le forze patriottiche
dovrebbero tutte superare le loro divisioni, come indicato da Saddam Hussein
con il recente messaggio dalla clandestinità (“Repubblica” del 2 agosto), e
schierarsi per l’indipendenza del paese e la cacciata della coalizione di
invasori. Ma l’obiettivo è arduo per le divisioni religiose ed etniche,
fomentate dall’imperialismo (separatismo kurdo, sciiti “fondamentalisti”,
inoltre una borghesia urbana soprattutto a Baghdad propensa al
collaborazionismo). Si potrebbe persino arrivare alla guerra civile, con
vantaggio dell’imperialismo. Tutto ciò dovrebbe far riflettere sui motivi
profondi del carattere “autoritario”, ma pur sempre laico e progressista in
senso reale, del “regime” Baath.
Il grande inganno dell’ultima ora, a fronte della resistenza irakena, è il
tentativo di ripristinare un “multilateralismo” con il coinvolgimento anzitutto
di NATO e magari di Unione Europea (che non c’entrano niente e solo si
assocerebbero all’aggressione), nonché delle N.U.. Per queste gioca il solito
equivoco di ritenerle un Superstato, che non sono: l’aggressione e la
violazione dell’autodeterminazione non sono sanabili, in quanto vietate da
norme inderogabili; le N.U. non hanno per sé poteri sovrani su territori e
popolazioni ed ogni intervento loro, e più realisticamente di Stati da esse
“autorizzati” (cosa poi possibile in via generale solo entro limiti e su
presupposti precisi), può avvenire esclusivamente con il consenso del sovrano
legittimo (e per l’Iraq non è) o degli occupanti di fatto, e nel nostro caso
illegittimi: in questa seconda ipotesi l’amministrazione “internazionale”
(comunque vietata per uno Stato indipendente dall’art. 78 Carta, che ricorda
come i rapporti tra membri delle N.U. – tale è anche l’Iraq – sono ispirati al
principio di eguaglianza sovrana) erediterebbe le stimmate di non
consolidamento e di illiceità e si porrebbe come continuata aggressione contro
l’autodeterminazione dell’Iraq e in Iraq e il suo portatore, il popolo attivo
nella lotta e in prima linea la resistenza irakena. Ci riferiamo anche alla
nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza che alcuni Stati (Francia, Russia,
Germania…) si dice auspichino: sarebbe illegittima. Le N.U. dunque non come
fonte di legittimità internazionale, bensì, in quanto prescindano dalla
condanna dell’aggressione, di ulteriore assoluta illiceità: espressione dunque
di “coalizioni internazionali” come all’epoca coloniale, così quella contro la
Cina della rivolta dei Boxers nel 1900 o quella contro la Rivoluzione di
Ottobre e tante altre, condannate dalla storia e dal diritto.
P.S. Una nota per certi miei ineffabili colleghi giuristi, che pudicamente
sorvolano sulla condanna totale dell’aggressione e, per necessaria ma ignorata
coerenza, delle sue conseguenze, pur quando considerano non legittima la guerra
anglo-americana, e si dilettano a censurare dettagli, quali la pubblicazione
delle foto dei figli di Saddam Hussein assassinati dagli americani: insomma, si
vuole insegnare il galateo a M. Verdoux senza dare a questo la conveniente
qualifica (“Repubblica” del 25 luglio): ma le taglie su dirigenti del “paese
nemico” non sono per caso anch’esse contrarie al diritto di guerra? Oppure
auspicano l’intervento delle N.U. in soccorso degli occupanti, magari senza
sporcarsi le mani in funzione (apparentemente) umanitaria, senza porsi il
problema del rapporto con la resistenza: insomma, l’aiuto indiretto agli
aggressori in funzione di stabilizzazione contro chi lotta per l’indipendenza
(“Messaggero” del 31 luglio). Quando addirittura non si sono agitati per
proporre i modi in cui portare a giudizio penale i dirigenti irakeni aggrediti
invece che gli aggressori.
tratto da aginform - settembre 2003 -http://www.pasti.org/agenhome.htm