da il manifesto del 9.06.04 -
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Un Iraq
«sovrano» sotto comando Usa
Manlio Dinucci
«Entro il 30 giugno 2004 terminerà l'occupazione dell'Iraq e
l'Autorità provvisoria della coalizione cesserà di esistere»: così annuncia
solennemente nella risoluzione il Consiglio di sicurezza dell'Onu, esprimendo
il suo appoggio al «sovrano governo ad interim dell'Iraq, come presentato il 1
giugno 2004, che assumerà piena responsabilità e autorità a partire dal 30
giugno». Ciò che tutti sanno, ma nessuno dice, è che il «sovrano governo» è
stato scelto e nominato non dall'inviato delle Nazioni unite, Lakhdar Brahimi -
che di questo si lamenta -, ma dall'«amministratore statunitense per l'Iraq»,
Paul Bremer, che lo stesso Brahimi ha definito «il dittatore dell'Iraq»,
esprimendo «il timore che la scelta a primo ministro di Ayad Allawi, noto per i
suoi stretti rapporti con la Cia, possa minare la credibilità del nuovo governo
agli occhi del popolo iracheno» (The New York Times, 3 giugno). E' stato
non a caso Allawi che, in una lettera inviata al Consiglio di sicurezza il 5
giugno, ha richiesto «una nuova risoluzione sul mandato alla Forza
multinazionale che contribuisca a mantenere la sicurezza in Iraq».
Contemporaneamente, il segretario di stato Colin Powell ha scritto al Consiglio
di sicurezza per «confermare che la Forza multinazionale sotto comando
unificato è pronta a contribuire ancora al mantenimento della sicurezza in
Iraq, comprese la prevenzione e deterrenza del terrorismo». Sulla base delle
due lettere, il Consiglio di sicurezza «riafferma l'autorizzazione alla forza
multinazionale sotto comando unificato» - che nel linguaggio diplomatico
significa sotto comando statunitense - e «decide che essa avrà l'autorità di
prendere tutte le misure necessarie per contribuire al mantenimento della
sicurezza e stabilità in Iraq in accordo con le lettere annesse a questa
risoluzione». Tra le misure necessarie, si specifica, vi è il compito, secondo
la «richiesta irachena», della «prevenzione e deterrenza del terrorismo».
Poiché la risoluzione «condanna tutti gli atti di terrorismo in Iraq», si dà
modo alla Forza multinazionale sotto comando statunitense di definire tali gli
atti di resistenza, dandole praticamente carta bianca nel reprimerli.
Gli Stati uniti ottengono così, con alcune concessioni
formali, ciò a cui tenevano maggiormente: il comando di tutte le forze in Iraq,
compreso quello di «una distinta entità con il compito di fornire sicurezza
alla presenza delle Nazioni unite in Iraq». Hanno inoltre, nei fatti, il
comando delle forze irachene, che formalmente «rispondono ai competenti
ministeri», ma vengono «coordinate» con la Forza multinazionale nel quadro di
una «partnership per la sicurezza». Il «sovrano governo dell'Iraq» non ha
quindi alcuna voce nelle decisioni del comando statunitense. Ha però
«l'autorità di impegnare forze irachene in operazioni con la forza
multinazionale». Coperto dalla risoluzione del Consiglio di sicurezza, il
Pentagono potrà continuare a costruire le sue 14 basi in Iraq, attrezzandosi
per una presenza militare permanente in quest'area strategica. Formalmente, il
mandato alla Forza multinazionale scadrà al completamento del processo politico
che dovrebbe condurre, entro il 31 dicembre 2005, a un «governo
costituzionalmente eletto». Il mandato può essere però «rivisto su richiesta
del governo dell'Iraq»: in altre parole, un futuro governo può richiedere che
la Forza multinazionale sotto comando statunitense resti in Iraq senza limiti
di tempo.
Intanto il Consiglio di sicurezza richiede agli stati membri
dell'Onu e alle organizzazioni internazionali di «fornire assistenza, comprese
forze militari, alla Forza multinazionale». E' esattamente quello che volevano
a Washington: l'imprimatur che permetta ad altri governi di mandare truppe in
Iraq, sotto comando Usa, per «pacificare» il paese. Non solo: poiché il
Consiglio di sicurezza si rivolge anche alle organizzazioni internazionali,
potrebbe a questo punto andare in Iraq anche la Nato. Una vittoria su tutti i
fronti, dunque, per l'amministrazione Bush, ottenuta sicuramente con altre più
sostanziose concessioni ai membri del Consiglio di sicurezza nella trattativa
sottobanco soprattutto per ciò che riguarda il petrolio iracheno: il suo
controllo resta infatti nelle mani di un «Comitato internazionale di consiglio
e monitoraggio», controllato direttamente e indirettamente dagli Stati uniti.
Resta da vedere che cosa di tutto questo pensa la maggioranza degli iracheni e
come di conseguenza si comporterà. Perché sul campo è guerra e la situazione
resta ingovernabile.