da la "Nuova
Alabarda" di Trieste
Testimonianza dall’Iraq occupato
Marino Andolina è un pediatra triestino impegnato in prima persona ad
aiutare concretamente le popolazioni colpite dalle guerre. È ritornato
recentemente dall’Iraq, dove ha lavorato per rimettere in piedi l’ospedale di
Nassirya, e quanto segue è la trascrizione di un suo intervento fatto “a caldo”
il 24 maggio scorso.
Sono tornato stanotte dall’Iraq e quello che per primo mi viene in mente di
dire sono le parole di un vecchio film sull’Algeria con Alain Delon: “né onore
né gloria”. Per uno come me, che ha sempre avuto rispetto e stima per
l’esercito ed anche un certo senso patriottico, dato che ero abituato a girare
con gli alpini ed ammirarli per come sono in grado di gestire la protezione
civile, è dura da dire che anche il mio orgoglio patriottico si sta
sciogliendo.
Sono tornato e non ho ancora
letto i giornali italiani di questi giorni, nel mio periodo iracheno ho
guardato soltanto le televisioni arabe, anche se non riesco a comprendere tutto
quello che dice Al Jazeera in arabo, ma vorrei parlare dei funerali di stato,
per quel poveraccio che è stato ammazzato laggiù. Ecco, questo è il tipico
martire di questa ideologia incivile che ci sta dominando, uno che è andato in
Iraq per fare i soldi facili, per depredare gli altri. Gli eroi di solito
rappresentano delle ideologie (se le ideologie sono sbagliate poi li chiamano
terroristi).
Allora con un’ideologia dominante come quella che abbiamo, è giusto che
facciano i funerali di stato per uno come quello che è stato ucciso in Iraq,
perché è il migliore rappresentante di essa.
Anch’io potrei quasi definirmi un mercenario: dopotutto vado a fare servizio
internazionale come dipendente del Burlo, sono pagato per quello che faccio.
Non vado lì da uomo libero, ma da dipendente e come tale ho sempre cercato di
essere prudente in quello che dico perché non vorrei mettere a rischio i fondi
per l’assistenza e per gli ospedali che ci sono dati anche da giornali di
destra. Ma adesso che i fondi stanno per finire, io apro la diga, non ce la
faccio più ad essere prudente perché la prudenza ora sarebbe un crimine.
Io sono un testimone, ho visto ed ho sentito e posso dire oggi che l’Italia è
complice di criminali di guerra, è complice di torture e di uccisioni, è
complice dell’invasione di un Paese sovrano, è complice di manifestazioni di un
disgustoso razzismo nei confronti di un altro popolo che è invece molto più
civile di noi.
Le televisioni arabe sono migliori delle nostre: esse danno notizie più che commenti,
gli arabi sanno le cose perché vedono le immagini e non hanno bisogno che
vengano loro commentate per capire cosa accade.
Succedono delle cose orrende una dietro l’altra, però noi ci indigniamo a
comando: oggi ci indigniamo per le torture perché ci hanno detto che dobbiamo
indignarci per esse, ma queste torture (che non sono state particolarmente
efferate, né le torture sono una novità in guerra) non sono peggio di altre
cose per le quali invece non ci siamo indignati perché nessuno ci ha detto di farlo.
Per queste torture un presidente USA ci rimetterà il posto, ma al posto suo ne
verrà un altro che probabilmente non sarà molto diverso.
Qualcuno dice che a Nassirya gli italiani sono stati bombardati perché
consegnavano agli americani i prigionieri iracheni, quindi gli iracheni vedono
gli italiani come complici dei torturatori e responsabili delle torture
inferte. È stato sicuramente un atto di terrorismo bombardare gli italiani,
però è stato motivato dal comportamento dei militari italiani.
Ed il risultato di questo scandalo delle torture è che adesso i prigionieri non
vengono più torturati per il semplice fatto che adesso non vengono più fatti
prigionieri: adesso si spara a vista, si uccidono subito i “sospetti”, perché
non possono permettersi di fare prigionieri.
A Falluja la realtà è peggiore
della fantasia più atroce. Io sono in contatto con pacifisti USA, la cosiddetta
sinistra liberal, che è stata la prima vittima di questa situazione. Una cosa
che tengo a precisare è che, come non sono antitedesco perché sono antinazista,
e difatti le prime vittime di Hitler furono proprio i tedeschi antinazisti che
furono eliminati, così io non sono antiamericano perché sono contro il governo
di Bush; infatti i pacifisti USA sono le prime vittime di questa situazione,
sono isolati, vengono incarcerati e repressi (e possono testimoniare che nelle
prigioni americane le torture commesse in Iraq sono all’ordine del giorno, alla
fine è stato semplicemente esportato in Iraq il modello di carcere USA), e
tramite le e-mail che inviano (anche a me) denunciano quello di cui sono a
conoscenza; hanno denunciato la scuola di addestramento per i torturatori,
hanno denunciato il fatto che a Falluja i cecchini USA sparavano sulle
ambulanze, le ambulanze che cercavano di portare soccorso alle donne incinte
che dovevano partorire.
A bordo delle ambulanze c’erano infermieri e medici americani, che facevano
vedere fuori dai finestrini i loro passaporti, ma i cecchini sparavano lo
stesso su di loro, anche se sapevano che erano loro compatrioti, perché, come
mi ha riferito un mio amico medico, dirigente del partito sannita, chiesto ad
un soldato perché avesse sparato contro l’ambulanza, questo ha risposto “for me
is just a target”, è solo un bersaglio, i generali gli avevano dato ordine di
sparare contro tutto e tutti.
Perché Falluja doveva essere punita come città che sosteneva la guerriglia;
Falluja è una città martire, ha vissuto la stessa storia del ghetto di
Varsavia. A Falluja gli ordini erano di tagliare prima l’acqua e l’elettricità,
poi di scannare i civili. L’ospedale stesso fu chiuso, occupato dalle truppe
americane, che arrestavano e portavano via tutti i feriti che arrivavano,
perché se uno era ferito, dicevano, era di sicuro un guerrigliero e quindi
andava catturato. E così per quindici giorni l’ospedale di Falluja non ha
potuto funzionare.
L’Italia è complice di tutto questo: non è andata in Iraq per aiutare le ONG a
portare soccorsi. Nessuna ONG è andata a lavorare dove c’era la presenza di
militari italiani per non dare loro l’alibi di essere in Iraq.
Naturalmente sono conscio che i soldati, in genere, sono persone in buona fede
che ritengono di essere lì per fare del loro meglio per aiutare la gente.
Mettono pannelli solari, impiantano ambulatori veterinari per aiutare gli
allevatori, costruiscono pozzi: sono persone normali che cercano di fare il
loro dovere.
Il problema sono le regole d’ingaggio: se le regole ordinano che si deve fare
una determinata cosa, allora i militari devono obbedire.
È stato dato l’ordine di liberare un ponte occupato dai guerriglieri: allora
per liberare questo ponte i militari hanno sparato su chi c’era sopra, hanno
sparato sui civili, hanno ucciso anche bambini. “Perché i guerriglieri avevano
messo davanti i bambini”, hanno detto i comandi militari, “bisognava sparare
per liberare il ponte e se c’erano i bambini era colpa dei guerriglieri”. Ora,
quando si è visto che prima si ammazzano gli ostaggi e poi si vede di catturare
i rapitori? Per quello che è successo a Falluja bisognerebbe fare un processo
per crimini di guerra: perché è vero che i militari obbediscono agli ordini, ma
qualcuno che dà gli ordini c’è, ed è lui il colpevole.
E questa è la conseguenza della follia militare, perché ogni esercito diventa
criminale quando deve fare la guerra; l’abbiamo visto in tutte le guerre e da
parte di tutti gli eserciti. Ho un amico che era militare e ha passato delle
grane grosse per essersi rifiutato, in Africa, di obbedire ad ordini non
scritti che gli dicevano di usare gli elettrodi per torturare i civili; ha
preteso un ordine scritto che naturalmente non gli è stato dato, però l’hanno
preso di mira e gli hanno reso la vita impossibile, poi è uscito dall’esercito.
Dicono che l’Italia è andata in Iraq ad aiutare i civili, ma gli aerei militari
non possono essere usati per trasportare feriti civili, così come i feriti
civili non possono essere curati negli ospedali militari.
Inoltre vediamo come si sono comportati i militari (anche italiani) in Iraq: io
penso che un iracheno che ha visto l’occupatore entrare in casa sua con le
armi; che lo ha legato a terra, spogliato ed umiliato davanti alle sue donne;
che gli ha violentato le donne davanti agli occhi e poi lo ha portato via e gli
ha distrutto la casa, quest’uomo odierà per sempre gli “occidentali”, gli
americani e gli europei che gli hanno fatto questo.
Per questo è necessario che si vada via dall’Iraq, che si lasci la situazione
in mano all’ONU: ma non la stessa ONU che ha votato l’embargo, un’ONU che ormai
è del tutto delegittimata; dovrebbero invece essere mandati in Iraq soldati
islamici di paesi non coinvolti, indonesiani, pachistani… oppure cinesi, russi,
insomma coloro che erano contrari all’intervento armato USA.
Il ritiro delle truppe potrebbe essere l’unico atto che potrà fermare questa
guerra, non sarebbe un atto vile, ma un atto di giustizia che potrebbe produrre
un effetto a catena per far allontanare anche le altre truppe d’invasione.
Mi spiego meglio: se noi ce ne andiamo da Nassirya, costringiamo gli USA a
coprire le postazioni lasciate sguarnite da noi, e così se tutti gli altri
eserciti se ne vanno, lasciando soli Stati Uniti e Gran Bretagna, questi si
troveranno con il problema di trovare altre truppe ed altri fondi da inviare in
Iraq per mantenere il controllo del territorio, e forse questo provocherebbe
una reazione contraria delle popolazioni, che potrebbe spingere i governi a
decidere per una soluzione ONU accettabile. Dove per accettabile intendo dire
che gli USA si troverebbero ad avere fatto tutto questo senza poter portare via
neanche una tanica di benzina, quindi non credo sia una soluzione realizzabile
facilmente.
Ma senza un nostro ritiro la guerra continuerà come guerra civile, la legge
islamica prenderà il posto dello stato laico che noi abbiamo contribuito ad
abbattere: sarà stato un pessimo stato laico, ma almeno era laico, e dove
vigeva un certo ordine (prima della guerra una donna poteva tranquillamente
girare da sola di notte a Baghdad senza dover temere di venire aggredita, cosa
questa oggi inimmaginabile), dove venivano garantiti dei diritti sociali (le
tessere annonarie che assicuravano alle famiglie il fabbisogno alimentare;
l’ospedalizzazione; l’istruzione), mentre se al suo posto si insedierà un
regime del tipo di quello iraniano, io ho già visto la preoccupazione delle
donne irachene, medici e non, che temono uno sviluppo del genere che le
vedrebbe chiuse in casa senza possibilità di continuare ad esercitare,
lavorare, studiare, vivere.
In effetti per scongiurare il realizzarsi di uno stato islamico l’unica speranza
che ho la ripongo nel voto delle donne irachene che, dopo aver vissuto libere
per tutti questi anni, non accetterebbero supinamente di diventare come le
donne iraniane o, peggio, le donne afgane. D’altra parte i partiti in lizza con
possibilità di vittoria sono ambedue religiosi e c’è una forte religiosità
anche negli strati più colti della società, per cui c’è la convinzione diffusa
che “se Dio lo vuole” allora bisognerà seguire la legge islamica.
Le caratteristiche con cui la legge islamica verrà applicata, cioè se saranno
ammesse fustigazioni, lapidazioni, burkha ed altro, le vedremo in seguito, e
dipenderà soprattutto da come si comporterà il popolo iracheno. Ma sarà anche
una responsabilità nostra, determinata dal nostro comportamento, passato e
futuro.