www.resistenze.org - popoli resistenti - iraq - 02-07-04

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"La liberazione di Baghdad non è così lontana"


Di Alix de la Grange

Nota dell’Editore: Una serie di attacchi coordinati e altre scaramucce in numerose città dell’Iraq, nella giornata di giovedì (24 giugno, ndt), hanno provocato almeno 66 morti e più di 250 feriti. Quarantaquattro persone sono state uccise dopo l’esplosione di un autobomba nella città settentrionale di Mosul provocando anche 216 feriti. I combattimenti nella provincia di al-Anbar, dove ci sono stati scontri a Fallujah e Ramadi, hanno ucciso almeno nove persone e ferite altre 27, e i combattimenti attorno a Baquba hanno lasciato 13 morti e 15 feriti.

Baghdad – Alla vigilia del cosiddetto trasferimento di sovranità al nuovo governo provvisorio dell’Iraq del 30 giugno, alcuni ex-generali di Saddam Hussein, diventati membri dell’elite del movimento di resistenza in Iraq, hanno abbandonato momentaneamente le proprie posizioni nella clandestinità per spiegare la propria versione degli eventi e parlare dei propri piani. Secondo questi ufficiali del Baath, "la grande battaglia" in Iraq deve avere ancora luogo.
"Gli americani hanno preparato la guerra, noi abbiamo preparato il dopoguerra. Ed il trasferimento di potere del 30 giugno non cambierà nulla riguardo i nostri obiettivi. Questo nuovo governo provvisorio nominato dagli americani non ha alcuna legittimità ai nostri occhi. Non sono nient’altro che marionette."
Perché questi ex-ufficiali hanno aspettato così a lungo prima di uscire dai propri nascondigli? "Perché oggi noi siamo sicuri che vinceremo."

Appuntamento segreto
Hotel Palestine, martedì, 3 pm. Una settimana dopo una richiesta formale, l’ipotesi di parlare con la resistenza stava diventando sempre più lontana. Arriviamo ad una serie di vicoli ciechi – fino a quando un uomo, che non abbiamo mai incontrato prima, si avvicina discretamente al nostro tavolo. "Volete ancora incontrare dei membri della resistenza?"

Lui parla al mio collega, una giornalista araba che è stata in Iraq molte volte. Il colloquio è brevissimo. "Ci vediamo domani mattina all’Hotel Babel", dice l’uomo prima di scomparire. Contro ogni aspettativa, questo contatto sembra essere più affidabile di tutti quelli che avevamo tentato prima.
Hotel Babel, mercoledì, 9 am. All’ingresso del cyber-cafe, preso d’assalto da mercenari stranieri, l’uomo che avevamo incontrato il giorno prima ci dice: "Domani, alle 10 in punto, al-Saadoun Street, di fronte al Palestine. Venga senza il suo autista."

Arriviamo al luogo dell’appuntamento giovedì mattina con un taxi. Il nostro contatto è là. Dopo un breve "Salam Alekum" saliamo sulla sua macchina. "Dove stiamo andando?" Nessuna risposta.
Guidiamo per più di due ore. A Baghdad, anche quando il traffico non è completamente paralizzato dai posti di blocco militari, gli intasamenti sono permanenti. In un anno, più di 300.000 veicoli sono stati contrabbandati nel paese. Molte macchine non hanno la targa e la maggior parte dei conducenti non sa cosa voglia dire "patente di guida".

"Arriveremo presto. Conoscete Baghdad?", chiede il nostro uomo. La risposta chiaramente è no. Per orientarsi nel caos della città, uno dovrebbe poter circolare liberamente ed a piedi. Con la diffusione della criminalità come un virus, l’ondata di rapimenti, i 50 o 60 attacchi quotidiani contro le forze di occupazione e le risposte indiscriminate dell’esercito americano, è difficile che qualcuno sia invogliato a fare delle passeggiate.

La macchina si ferma in un vicolo, vicino ad un minibus con i finestrini verniciati. Una delle sue porte si apre. A bordo, ci sono tre uomini ed un conducente che scrutano attentamente tutte le strade e le case attorno a noi. Se noi non sappiamo a cosa andiamo incontro, i nostri interlocutori sembrano saperlo molto bene. "Prima di qualsiasi discussione, noi non vogliamo dubbi da parte vostra sulle nostre identità", questi dicono, nel frattempo estraggono delle carte da una borsa di plastica polverosa: carte d’identità, tesserini militari e molte fotografie che li mostrano in uniforme accanto a Saddam Hussein. Sono due generali ed un colonnello dello sbandato esercito iracheno, ora in fuga da molti mesi inseguiti dai servizi di intelligence della coalizione.

"Gradiremmo rettificare alcune informazioni che ora circolano sui media occidentali, per questo abbiamo preso l’iniziativa di incontrarvi." La nostra discussione dura più di tre ore.

Indietro alla caduta di Baghdad
"Noi sapevamo che se gli Stati Uniti avessero deciso di attaccare l’Iraq, non avremmo avuto nessuna possibilità di fronte al loro potere tecnologico e militare. La guerra era persa in anticipo, così noi decidemmo di preparare il dopoguerra. In altre parole: la resistenza. Contrariamente a quanto è stato molte volte detto, noi non abbandonammo dopo che le truppe americane entrarono nel centro di Baghdad, il 5 aprile 2003. Noi combattemmo per alcuni giorni per l’onore dell’Iraq – non di Saddam Hussein – poi ricevemmo ordini di disperderci." Baghdad cadde il 9 aprile: Saddam ed il suo esercito scomparvero nel nulla.

"Come avevamo previsto, le zone strategiche caddero rapidamente sotto il controllo degli americani e dei loro alleati. Da parte nostra, era il momento di seguire il nostro piano. I movimenti di opposizione all’occupazione erano già stati organizzati. La nostra strategia non fu improvvisata dopo la caduta del regime." Questo piano B, che sembra essere stato completamente sottovalutato dagli americani, è stato organizzato attentamente, secondo questi ufficiali, per lunghi mesi, se non anni, prima del 20 marzo 2003, l’inizio dell’Operazione "Iraqi Freedom".

L’obiettivo era di "liberare l’Iraq e cacciare la coalizione. Per recuperare la nostra sovranità ed instaurare una democrazia laica, ma non imposta dagli americani. L’Iraq è sempre stato un paese progressista, noi non vogliamo ritornare al passato, ma vogliamo andare in avanti. Abbiamo persone molto competenti," dicono i tre tattici. Non verranno ovviamente fatti i nomi così come nessun numero preciso riguardo alla rete clandestina. "Noi abbiamo i numeri sufficienti, una cosa che non ci manca sono i volontari."

Fallujah
La letale offensiva delle truppe americane a Fallujah nel marzo è stata la svolta attesa da tempo dalla resistenza. Il saccheggio indiscriminato dei soldati americani durante le loro missioni di ricerca (a sentire numerose testimonianze) e le umiliazioni sessuali inflitte ai prigionieri, compreso ad Abu Ghraib a Baghdad, sono servite solamente ad ingigantire la rabbia provata da molti iracheni. "Non c’è più nessuna fiducia, sarà duro riguadagnarla." Secondo questi leader della resistenza, "Siamo giunti al punto di non ritorno."

Questo è esattamente lo stesso punto di vista di una donna sciita che avevamo incontrato due giorni prima – una vecchia militante dell’opposizione clandestina contro Saddam: "Il più grande errore delle forze di occupazione è stato quello di disprezzare le nostre tradizioni e la nostra cultura. Non sono soddisfatti di aver bombardato le nostre infrastrutture, hanno tentato di distruggere anche il nostro sistema sociale e la nostra dignità. E questo che noi non possiamo permetterlo. Le ferite sono profonde e la cura sarà lunga. Noi preferiamo vivere nel terrore di uno di noi che sotto l’umiliazione di un’occupazione straniera."

Secondo i generali di Saddam, "a più di un anno dall’inizio della guerra, l’insicurezza e l’anarchia ancora dominano il paese. A causa della loro incapacità nel controllare la situazione e nel mantenere le loro promesse, gli americani hanno provocato l’ostilità di tutta la popolazione. La resistenza non è limitata ad alcune miglia di attivisti. Il settantacinque percento della popolazione ci sostiene e ci aiuta, direttamente ed indirettamente dando spontaneamente informazioni, nascondendo i combattenti o le armi. E tutto questo nonostante il fatto che molti civili vengano colpiti come effetti collaterali di operazioni contro la coalizione e i suoi collaboratori."

Chi viene considerato un "collaboratore"? "Ogni iracheno o straniero che lavora con la coalizione è un obiettivo. Ministri, mercenari, traduttori, uomini d’affari, cuochi o domestiche non interessa il grado della collaborazione. Firmare un contratto con l’occupante vuol dire firmare il proprio certificato di morte. Iracheni o no, questi sono traditori. Non dimenticate che noi siamo in guerra."

Resistenza vuole dire anche dissuasione contro un elenco infinito di candidati ai posti di governo proposti dalla coalizione, e questo in un paese devastato da 13 anni di embargo e da due guerre dove un problema cruciale è la disoccupazione. Il caos circostante non è l’unica ragione che impedisce alle persone di riprendere la propria attività professionale. Se gli americani, travolti rapidamente dalla situazione, dovessero prendere la decisione di riabilitare i vecchi Baathisti (poliziotti, agenti dei servizi segreti, militari, funzionari del ministero del petrolio), questa decisione non sarebbe applicabile a tutti. La maggioranza delle vittime del decreto dell’amministratore L. Paul Bremer del 16 maggio 2003, quello che imponeva la "de-baathificazione" dell’Iraq, ancora è in clandestinità.

La rete
Essenzialmente composta da Baathisti (Sunniti e Sciiti), la resistenza raggruppa attualmente "tutti i movimenti di lotta nazionale contro l’occupazione, senza distinzione confessionale, etnica o politica. Contrariamente a quello che voi immaginate in occidente, non c’è guerra fratricida in Iraq. Noi abbiamo un fronte unito contro il nemico. Da Fallujah a Ramadi, ed anche a Najaf, Karbala e nei sobborghi Sciiti di Baghdad, i combattenti parlano con una voce unica. Anche il giovane leader Sciita Muqtada al-Sadr è, come noi, a favore dell’unità del popolo iracheno, multi-confessionale ed arabo. Noi lo sosteniamo in una prospettiva tattica e logistica."

Ogni regione dell’Iraq ha i propri combattenti ed ogni fazione è libera di scegliere i propri obiettivi ed i propri modus operandi. Ma più passa il tempo, più le loro azioni sono sempre più coordinate. I generali di Saddam insistono che non c’è rivalità tra queste diverse organizzazioni, eccetto su un punto: su chi eliminerà il maggior numero di americani.

L’arma della scelta
"Gli attacchi sono meticolosamente preparati. Non devono durare più a lungo di 20 minuti e operiamo preferibilmente di notte o la mattina molto presto per limitare i rischi di colpire civili iracheni". Loro anticipano la nostra successiva domanda: "No, noi non abbiamo armi di distruzione di massa. D’altra parte abbiamo più di 50 milioni di armi convenzionali." Su iniziativa di Saddam, un vero e proprio arsenale fu nascosto in tutto l’Iraq prima dell’inizio della guerra. Nessuna artiglieria pesante, nessun carro armato, nessuno elicottero, ma Katiuscia, mortai (che gli iracheni chiamano haoun), mine anti-carro, lancia-granate e lancia-missili di fabbricazione russa, AK-47 e ingenti riserve di tutti i tipi di munizioni. E l’elenco è lontano dall’essere completo.

Ma l’arma più efficiente rimangono i Kamikaze. Un’unità speciale, composta al 90% da iracheni e al 10% da combattenti stranieri, con più di 5.000 uomini e donne ben addestrati, non hanno bisogno che di un ordine verbale per guidare un veicolo carico di esplosivo.
Cosa succede se la riserva delle armi diminuisce? "Nessun problema, da qualche tempo stiamo cominciando anche a costruirci da soli le nostre armi." Questo è tutto ciò che sono disposti a dire.

Presa di responsabilità
"Sì, noi abbiamo giustiziato i quattro mercenari americani a Fallujah il marzo scorso. D’altra parte i soldati americani hanno aspettato quattro ore prima di rimuovere i corpi, mentre di solito lo fanno in meno di 20 minuti. Due giorni prima, una giovane donna sposata era stata arbitrariamente arrestata. Per la popolazione di Fallujah, questa è stata l’ultima goccia, così loro hanno espressero questa loro ira furibonda contro i quattro cadaveri. Gli americani, fanno molto di peggio ai prigionieri vivi iracheni."

Anche l’attacco suicida che provocò la morte di Akila al-Hashimi, un diplomatico e membro Consiglio di Governo iracheno il 22 settembre 2003, fu condotto dalla resistenza, così come l’autobomba che uccise il presidente del corpo esecutivo iracheno Ezzedin Salim, il 17 maggio di quest’anno, all’ingresso della Zona Verde (che gli iracheni chiamano la "Zona Rossa", a causa del numero di offensive della resistenza).

Si dichiarano anche responsabili del rapimento degli stranieri. "Noi siamo consapevoli che il rapimento di persone di nazionalità straniera deforma la nostra immagine, ma cercate di capire la situazione. Noi siamo costretti a controllare l’identità di tutte le persone che circolano nel nostro territorio. Se abbiamo la prova che sono persone di organizzazioni umanitarie o giornalisti, li rilasciamo. Se sono spie, mercenari o collaboratori, li giustiziamo. Su questa questione, siamo chiari, noi non siamo responsabili per la morte di Nick Berg, l’americano che fu decapitato."

Come per l’attacco contro la sede centrale dell’ONU a Baghdad il 20 agosto 2003: "Noi non abbiamo mai dato ordine di attaccare l’ONU e noi avevamo molta stima per il brasiliano Sergio Vieira de Mello [il rappresentante speciale dell’ONU che morì nell’attacco], ma non è impossibile che gli autori di questo attacco suicida provengano da un altro gruppo della resistenza. Come abbiamo spiegato, noi non controlliamo tutto. E non dobbiamo dimenticare che l’ONU è responsabile per i 13 anni di embargo che abbiamo sopportato."

Cosa dite circa l’attacco contro la Croce Rossa a Baghdad del 27 ottobre, 2003? "Questo non ha niente a che fare con noi, noi abbiamo sempre avuto molto rispetto per questa organizzazione e per le persone che lavorano per loro.
Quale sarebbe il nostro interesse nell’attaccare una delle poche istituzioni che aiutano la popolazione dell’Iraq da anni? Noi sappiamo che delle persone da Fallujah hanno rivendicato questo attacco, ma possiamo assicurare che non fanno parte della resistenza. E aggiungiamo anche: per ragioni politiche ed economiche, ci sono molti che hanno interesse a screditarci."

Dopo il 30 giugno
"La Risoluzione 1546 adottata l’8 giugno non rappresenta nient’altro che un altro cumulo di bugie agli occhi di molti iracheni. Primo, perché ufficialmente dichiara finita l’occupazione di truppe straniere ma autorizza la presenza di una forza multinazionale sotto il comando americano, senza fissare la data della loro partenza. Secondo, perché il diritto iracheno a porre il veto sulle operazioni militari importanti, richiesto da Francia, Russia e Cina, è stato rifiutato.
Washington ha concesso solo una vaga nozione di partnership all’autorità irachena che non vale nulla in caso di disaccordo. Gli iracheni non sono sciocchi, la permanenza di truppe americane in Iraq dopo il 30 giugno ed i soldi di aiuto che senza dubbio otterranno dal Congresso Americano non lasciano dubbi sull’identità di chi governerà veramente il paese."

Cosa pensate circa il possibile ruolo della Nato? "Se la Nato interviene non è per aiutare il nostro popolo, ma per aiutare gli americani a tirarsi fuori da questa palude. Se loro volessero il nostro benessere, si sarebbero mossi prima," dicono i tre ufficiali mentre guardano i loro orologi. È tardi e noi abbiamo ecceduto di molto il tempo concessoci.

"Quello che le truppe americane non possono fare oggi, le truppe della Nato non saranno in grado di fare domani.
Tutti devono sapere: le truppe occidentali saranno considerate dagli iracheni degli occupanti. Questo è ciò su cui George W. Bush ed il suo fedele alleato Tony Blair faranno bene a riflettere. Se loro hanno vinto una battaglia, non hanno ancora vinto la guerra. La battaglia finale deve ancora cominciare. La liberazione di Baghdad non è poi così lontana."

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