da http://www.giuliettochiesa.it/modules.php?name=News&file=article&sid=41
in uscita sul settimanale russo "Kompania"
Bagdad non e’ Norimberga
di
Giulietto Chiesa
Il processo a Saddam Hussein è cominciato. Male per gli Stati Uniti d’America.
Se le intenzioni erano di farne una Norimberga dei tempi moderni – una
Norimberga dell’Impero – si può già dire che non ha funzionato e che non
funzionerà.
Un giudice iracheno, di cui non conosciamo il nome, ha esposto i sette capi
d’accusa all’imputato. Non conosciamo nemmeno la sua faccia perché – per
ragioni di sicurezza – si è ritenuto necessario non fargli correre troppi
rischi. Ma non doveva essere una faccia tranquilla quella verso cui si è
piantato il dito accusatore dell’imputato: “Chi rappresenta lei, qui?” gli ha
chiesto Saddam Hussein, appena dopo essersi autodefinito “Il Glorioso, presidente
legittimo dell’Irak”.
E la risposta del giudice: “Rappresento il popolo iracheno”, era smentita
clamorosamente, in primo luogo, dal suo anonimato.
A questo punto è d’obbligo dichiarare che non si ha alcuna simpatia per l’ex
dittatore (altrimenti c’è sempre qualcuno che trova il tempo e il modo per dire
che chi non ricopre d’insulti l’imputato è un suo fedele ammiratore). Espletato
il compito vorrei però aggiungere subito che ogni riferimento a Norimberga è
puramente casuale.
E’ ben vero che il processo è in mani irachene, ma tutti sanno che l’orchestra
è pagata da Washington, così come sono stati scritti a Washington i tempi e il
copione della commedia. A cominciare dal ripristino della pena di morte,
effettuato poche ore prima che iniziasse il processo. Ma, fin dalle prime
battute, è apparso chiaro che Saddam, il glorioso, ripeterà la parte che è di
Slobodan Milosevic: quella dell’accusatore. La differenza – sostanziale – è che
gl’iracheni non lo vedranno in diretta televisiva, come invece fanno i serbi
nella ex Jugoslavia.
E questa differenza è, a sua volta, il risultato di una diversa situazione sul
campo militare. A Belgrado si arresero di fronte al micidiale martellamento
aereo, contro cui nulla potevano fare. A Baghdad, invece, gli assalitori hanno
dovuto scendere dagli aerei e mettere il piede sulla sabbia del deserto. Per
accorgersi che la vittoria, appena pregustata, era piuttosto simile a una
trappola infernale.
Per il resto la cosa più evidente da notare è che gli Stati Uniti stanno
perdendo, giorno dopo giorno, in questa guerra irachena, tutta l’autorità
morale di cui erano circondati nei decenni trascorsi. Già la guerra, di per sé,
è stata una catastrofe. Vinta e poi non vinta. Fatta contro l’Onu per poi dover
chiedere all’Onu la legittimazione a posteriori. Fatta sulla base di una
sterminata serie di menzogne, che adesso sono venute alla luce tutte insieme.
Ma, come non bastasse, sono venuti alla luce gli abusi contro i prigionieri di
Abu Ghraib (e sappiamo – perché lo ha rivelato lo stesso Donald Rumsfeld - che
si tratta solo di una minima parte di ciò che è accaduto e che non sapremo
mai). Ai quali si deve aggiungere il gravissimo guasto prodotto dal famigerato
Patriot Act, varato nell’ottobre 2001, contro la stessa Costituzione degli Stati
Uniti d’America, e che ha ridotto a nulla una lunga serie di garanzie
democratiche dei cittadini del paese un tempo “il più libero del mondo”. La
prigione di Guantanamo Bay è ancora al suo posto, con oltre 600 prigionieri in
stato di detenzione illegale e senza alcuna garanzia di quelle previste dalla
dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Il tempo passa e altre prigioni
segrete si scoprono, o s’intuisce che sono esistite ed esistono: quelle della
Cia, quelle dell’Fbi, quelle di altri servizi segreti.
Cosa sia avvvenuto, in quelle prigioni segrete, per le migliaia di detenuti che
contengono, non è difficile da immaginare, oggi, dopo Abu Ghraib. E’
sufficiente pensare che siano uguali, o simili, a Guantanamo. Ed è sufficiente
pensare che sono occorsi tre anni perché una corte degli stessi Stati Uniti
giungesse alla conclusione che anche i detenuti di Guantanamo hanno diritto a
essere trattati come esseri umani.
Tutto ciò “ha prodotto un danno incredibile alla nostra posizione nel mondo”.
Parole di Felix Rohatyn, oggi uomo d’affari americano, ma ex ambasciatore Usa a
Parigi. Cioè non un qualsiasi passante delle vie di una qualunque cittadina
dell’America profonda.
E anche Colin Powell – che lascerà l’Amministrazione di Bush anche nel caso che
Bush vincesse le prossime elezioni presidenziali – ha ammesso che tutto ciò ha
prodotto un “terribile impatto” sull’immagine dell’America.
Quindi niente Norimberga e niente giustizia. Perché, se ve ne fosse una
decente, anche i dirigenti statunitensi dovrebbero sedere sul banco degli
accusati. E non solo quelli in carica attualmente, ma almeno tre presidenti,
due dei quali si chiamano George Bush, uno dei quali sicuramente anche per
complicità con l’imputato attuale.
Ma gli Stati Uniti non hanno firmato per l’istituzione del tribunale penale
internazionale, e quindi i loro dirigenti o i comandanti militari non hanno da
temere né processi, né condanne. E’ l’impunità dei più forti, che però non
riesce a diventare legge. Ed è questa l’unica buona notizia di tutta questa
storia.