www.resistenze.org - popoli resistenti - iraq - 07-07-04

da http://www.giuliettochiesa.it/modules.php?name=News&file=article&sid=41
in uscita sul settimanale russo "Kompania"

Bagdad non e’ Norimberga


di Giulietto Chiesa

Il processo a Saddam Hussein è cominciato. Male per gli Stati Uniti d’America. Se le intenzioni erano di farne una Norimberga dei tempi moderni – una Norimberga dell’Impero – si può già dire che non ha funzionato e che non funzionerà.
Un giudice iracheno, di cui non conosciamo il nome, ha esposto i sette capi d’accusa all’imputato. Non conosciamo nemmeno la sua faccia perché – per ragioni di sicurezza – si è ritenuto necessario non fargli correre troppi rischi. Ma non doveva essere una faccia tranquilla quella verso cui si è piantato il dito accusatore dell’imputato: “Chi rappresenta lei, qui?” gli ha chiesto Saddam Hussein, appena dopo essersi autodefinito “Il Glorioso, presidente legittimo dell’Irak”.
E la risposta del giudice: “Rappresento il popolo iracheno”, era smentita clamorosamente, in primo luogo, dal suo anonimato.

A questo punto è d’obbligo dichiarare che non si ha alcuna simpatia per l’ex dittatore (altrimenti c’è sempre qualcuno che trova il tempo e il modo per dire che chi non ricopre d’insulti l’imputato è un suo fedele ammiratore). Espletato il compito vorrei però aggiungere subito che ogni riferimento a Norimberga è puramente casuale.

E’ ben vero che il processo è in mani irachene, ma tutti sanno che l’orchestra è pagata da Washington, così come sono stati scritti a Washington i tempi e il copione della commedia. A cominciare dal ripristino della pena di morte, effettuato poche ore prima che iniziasse il processo. Ma, fin dalle prime battute, è apparso chiaro che Saddam, il glorioso, ripeterà la parte che è di Slobodan Milosevic: quella dell’accusatore. La differenza – sostanziale – è che gl’iracheni non lo vedranno in diretta televisiva, come invece fanno i serbi nella ex Jugoslavia.

E questa differenza è, a sua volta, il risultato di una diversa situazione sul campo militare. A Belgrado si arresero di fronte al micidiale martellamento aereo, contro cui nulla potevano fare. A Baghdad, invece, gli assalitori hanno dovuto scendere dagli aerei e mettere il piede sulla sabbia del deserto. Per accorgersi che la vittoria, appena pregustata, era piuttosto simile a una trappola infernale.

Per il resto la cosa più evidente da notare è che gli Stati Uniti stanno perdendo, giorno dopo giorno, in questa guerra irachena, tutta l’autorità morale di cui erano circondati nei decenni trascorsi. Già la guerra, di per sé, è stata una catastrofe. Vinta e poi non vinta. Fatta contro l’Onu per poi dover chiedere all’Onu la legittimazione a posteriori. Fatta sulla base di una sterminata serie di menzogne, che adesso sono venute alla luce tutte insieme.

Ma, come non bastasse, sono venuti alla luce gli abusi contro i prigionieri di Abu Ghraib (e sappiamo – perché lo ha rivelato lo stesso Donald Rumsfeld - che si tratta solo di una minima parte di ciò che è accaduto e che non sapremo mai). Ai quali si deve aggiungere il gravissimo guasto prodotto dal famigerato Patriot Act, varato nell’ottobre 2001, contro la stessa Costituzione degli Stati Uniti d’America, e che ha ridotto a nulla una lunga serie di garanzie democratiche dei cittadini del paese un tempo “il più libero del mondo”. La prigione di Guantanamo Bay è ancora al suo posto, con oltre 600 prigionieri in stato di detenzione illegale e senza alcuna garanzia di quelle previste dalla dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Il tempo passa e altre prigioni segrete si scoprono, o s’intuisce che sono esistite ed esistono: quelle della Cia, quelle dell’Fbi, quelle di altri servizi segreti.

Cosa sia avvvenuto, in quelle prigioni segrete, per le migliaia di detenuti che contengono, non è difficile da immaginare, oggi, dopo Abu Ghraib. E’ sufficiente pensare che siano uguali, o simili, a Guantanamo. Ed è sufficiente pensare che sono occorsi tre anni perché una corte degli stessi Stati Uniti giungesse alla conclusione che anche i detenuti di Guantanamo hanno diritto a essere trattati come esseri umani.
Tutto ciò “ha prodotto un danno incredibile alla nostra posizione nel mondo”. Parole di Felix Rohatyn, oggi uomo d’affari americano, ma ex ambasciatore Usa a Parigi. Cioè non un qualsiasi passante delle vie di una qualunque cittadina dell’America profonda.

E anche Colin Powell – che lascerà l’Amministrazione di Bush anche nel caso che Bush vincesse le prossime elezioni presidenziali – ha ammesso che tutto ciò ha prodotto un “terribile impatto” sull’immagine dell’America.
Quindi niente Norimberga e niente giustizia. Perché, se ve ne fosse una decente, anche i dirigenti statunitensi dovrebbero sedere sul banco degli accusati. E non solo quelli in carica attualmente, ma almeno tre presidenti, due dei quali si chiamano George Bush, uno dei quali sicuramente anche per complicità con l’imputato attuale.
Ma gli Stati Uniti non hanno firmato per l’istituzione del tribunale penale internazionale, e quindi i loro dirigenti o i comandanti militari non hanno da temere né processi, né condanne. E’ l’impunità dei più forti, che però non riesce a diventare legge. Ed è questa l’unica buona notizia di tutta questa storia.