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L' Iraq verso un miglioramento? Tre domande in occasione del
passaggio di potere il 28 giugno
L'Iraq affonda nel caos dopo i molteplici
attacchi contro le forze USA e la polizia irachena a Mossoul, Bagdad, Ramadi e
Fallujah?
Si deve riconoscere la mano di Al-Qaeda e di combattenti stranieri o quella di
una resistenza locale?
Davide Pestieau e Mohammed Hassan
30-06-2004
Chi è responsabile del caos oggi in Iraq?
Secondo un sondaggio (1) il 92% degli iracheni giudicano gli americani come
forza occupante. Il caos, l'amministrazione USA ed il suo rappresentante Bremer
ne sono i primi responsabili. Hanno smantellato l'esercito e la polizia
irachena, consegnando il paese all'insicurezza. Essi hanno saccheggiato
l'economia irachena per il profitto delle multinazionale americane. Più di
20.000 mercenari che hanno fatto parte degli squadroni della morte in America
latina e falangisti libanesi (2) appoggiano le truppe USA. Assassini e torture,
sono diffuse ovunque.
Possono guadagnare fino a 20.000 dollari al mese, mentre un iracheno non
guadagna più di 2 dollari al giorno (in media 50 euro al mese) quando lavora
per gli americani.
In queste condizioni, una resistenza della popolazione è inevitabile: oggi, ci
sono da 20 a 50 attacchi al giorno contro le truppe USA, i loro mercenari ed i
collaboratori iracheni. Questa resistenza assume delle forme molto diverse,
talvolta esasperate.
Ma se il governo iracheno pensa oggi a decretare lo stato di emergenza, imporre
un coprifuoco e vietare tutte le manifestazioni (3), non è perché è di fronte
ad un pugno di terroristi ma ad un movimento molto radicato nella popolazione.
Si deve vedere la mano di Al-Qaeda in Iraq?
I media, particolarmente americani, focalizzano l'attenzione su Al-Zarqawi, il
tenente di Ben Laden che sarebbe responsabile degli attentati in Iraq e della
resistenza a Fallujah.
Gli osservatori indipendenti affermano tuttavia che la presenza di combattenti
stranieri, venuti del mondo arabo, è molto limitata (meno del 10%).
Lo scopo dell'amministrazione Bush è di criminalizzare la resistenza
assimilandola al terrorismo ed attribuirne l'origine ai paesi vicini.
Mettendo in evidenza Zarqawi, Bush vuole fare dimenticare anche che il legame
presunto tra Saddam Hussein ed Al-Qaeda, che era uno dei pretesti per la
guerra, si è rivelato una pura menzogna.
Infine, se oggi c'è uno sviluppo dei movimenti islamici in Iraq, sono gli
stessi Stati Uniti che hanno aperto loro la strada. Quasi inesistenti prima
della guerra, certi movimenti islamici si sono aggiunti col passare dei mesi ad
una resistenza patriottica che ha iniziato fin dai primi giorni di guerra.
Mentre altri partiti islamici fanno parte del governo iracheno pro-USA.
Presentare dunque ciò che accade in Iraq come un confronto tra gli Stati Uniti
ed il terrorismo islamico è contrario alla realtà dei fatti.
Che cosa accadrà dopo il 30 giugno, data del passaggio di potere degli
americani agli iracheni?
Per gli iracheni non cambierà
fondamentalmente nulla. Si tratta di dare una maschera irachena all'occupazione
americana.
Il primo ministro Allawi, proviene da una delle famiglie irachene più ricche
dal tempo del regime neo-coloniale (1932-1958), è stato stipendiato
ufficialmente dai servizi segreti americani. Oggi, l'Iraq è un soggetto che
sotto sta alla politica di Washington. I repubblicani e i democratici si
incontrano in un'unità nazionale per "stabilizzare l'Iraq", schiacciare
la resistenza, "garantire l'esportazione del petrolio" (l'Iraq
possiede il 15% delle riserve petrolifere al mondo) e "impedire che l'Iraq
diventi un Stato indipendente" (dagli Stati Uniti). Su tutti questi punti,
i candidati Bush e Kerry sono di accordo. Gli americani non lasceranno l'Iraq
se non costretti dalla forza.
1) The Independent, 17 giugno 2004
2) Co-responsabili del massacro nei campi palestinesi Sciabolarono e Chatila
nel 1982. Alcuni di loro hanno partecipato alle torture alla prigione di Abu
Ghraïb
3) New York Time, 21 giugno 2004
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Non c'è guerra fratricida in Iraq
Tre vecchi alti ufficiali dell'esercito
baatista, dirigenti della resistenza hanno consentito ad un'intervista
esclusiva(1) dove spiegano:
"Sapevamo che se gli Stati Uniti avessero deciso di attaccare l'Iraq, non
avremmo avuto nessuna possibilità di fronte alla loro potenza tecnologica e
militare. La guerra sarebbe stata persa in partenza, così abbiamo preparato il
dopoguerra. In altre parole: la resistenza.
Più di un anno dopo l'inizio della guerra, l'insicurezza e l'anarchia dominano
ancora il paese. A causa della loro incapacità a controllare la situazione ed a
mantenere le loro promesse, gli americani si sono messi contro tutta la
popolazione. La resistenza non si limita ad alcune migliaia di attivisti. Il
75% della popolazione ci sostengono e ci aiutano, direttamente ed
indirettamente, raccogliendo notizie, nascondendo combattenti o armi".
Essenzialmente composta di baatisti, sunniti e sciiti, la resistenza raggruppa
attualmente "tutti i movimenti di lotta nazionale contro l'occupazione,
senza distinzione di ordine religioso, etnico o politico,. Contrariamente a ciò
che pensate in Occidente, non c'è guerra fratricida in Iraq. Abbiamo un fronte
unito contro il nemico. Da Falloujah a Ramadi, passando da Najjaf, Kerbala e le
periferie sciite di Bagdad, i combattenti parlano con la stessa voce. Il
giovane dirigente sciita Moqtada al-Sadr, è, come noi, in favore dell'unità del
popolo iracheno, multi-confessionale ed arabo. Noi lo appoggiamo in una
prospettiva tattica e logistica."
Che cosa pensa dell'eventuale ruolo della
NATO"?
Se la NATO interviene, non è per aiutare il nostro popolo, ma per
aiutare gli americani a lasciare questo pantano. Ciò che le truppe americane
non possono fare oggi, le truppe della NATO non potranno fare domani. Tutti
devono saperlo: gli iracheni considerano le truppe occidentali come
occupanti."
1) Asia Time,
The liberation of Baghdad is not fare away', 24 giugno 2004
traduzione dal francese del
Ccdp