da
http://www.anti-imperialism.net/lai/texte.php?langue=5§ion=&id=23068
“Ecco il programma della resistenza irachena”
Mohammed Hassan & David Pestieau - 27/09/2004
Mohammed Hassan. Durante il solo mese di agosto, le truppe americane sono state bersaglio
di più di 2.600 attacchi da parte della resistenza irachena. Sydney Blumenthal,
ex-consigliere di Bill Clinton, ammette che la situazione oggi è peggiore che
in Vietnam. I generali americani sono estremamente divisi sulla via da seguire.
Andrew Terrill, professore del prestigioso Army War College e specialista
dell’Iraq, confessa: “Non vedo nessuna
luce all’orizzonte. Non penso che si possa soffocare l’insurrezione. Assistiamo
ad attacchi militari sempre vasti e coordinati. L’insurrezione ha mostrato la
sua capacità di rigenerarsi in continuazione, perché trova sempre nuove persone
che vogliono sostituire quelli che sono stati uccisi. Il clima politico è
sempre più ostile alla presenza americana”. (1)
E Jeffrey Record, professore all’Air War College, ammette: “Non vedo vie d’uscita. Abbiamo già
conosciuto una situazione simile. Quella che veniva chiamata vietnamizzazione.
Ma, all’epoca, avevamo più tempo e denaro per costruire un Stato di quanto ne
abbiamo oggi in Iraq”. Ed il generale Odom confessa: “Questa regione è molto più instabile che il
Vietnam e noi siamo in una difficoltà maggiore coi nostri alleati tradizionali”.
David Pestieau. Gli Stati Uniti
sembrano avere rinunciato ad attaccare alcune città che sono nelle mani degli
insorti, come Fallujah o Ramadi…
Mohammed Hassan. Niente affatto.
L’amministrazione Bush cerca di guadagnare tempo in funzione delle elezioni del
2 novembre. Vuole mantenere l’illusione che si terranno delle elezioni in Iraq
a gennaio per dare l’immagine di una situazione che resta sotto controllo. Ma
tutti gli esperti ammettono già oggi l’impossibilità di tenerle nella maggior
parte delle città.
Il generale degli USA Hoare afferma anche che un’offensiva estremamente
violenta è già stata pianificata per l’indomani delle elezioni americane, per
schiacciare la città insorta di Fallujah. “Le vittime civili saranno molto numerose”, ha detto. Cosa che
dimostra che l’amministrazione Bush è molto decisa a seminare ancora terrore su
più vasta scala. Dall’aprile del 2003, sono stati uccisi più di 12.000 civili
iracheni, per la maggior parte dalle truppe d’occupazione.
David Pestieau. Sui mezzi
d’informazione, la resistenza viene presentata spesso come retta essenzialmente
dal gruppo Al-Tawhid di Al-Zarqawi, luogotenente di Osama bin Laden,
responsabile in particolare dei rapimenti…
Mohammed Hassan. Il gruppo
Al-Tawhid è marginale, ma riceve una pubblicità smisurata sui media americani
e, di conseguenza, su quelli europei. Corrisponde all’immagine che gli
americani vogliono dare alla guerra anti-coloniale in corso: quella di
terroristi estremisti isolati e fanatici. Anche l’esperto Alain Lallemand ha
dovuto ammettere su Le Soir che “seppure
Al-Tawhid ha scritto alcune delle pagine più drammatiche della storia recente
dell’Iraq, non è rappresentativo dell’insurrezione”.(2)
D’altronde il gruppo Al-Tawhid è isolato all’interno stesso della resistenza.
Un portavoce della resistenza nazionale ha condannato le decapitazioni del
gruppo di Al-Zarqawi. Quando parliamo della resistenza nazionale, parliamo di
un movimento vasto, che controlla parecchie città dell’Iraq e che ha fatto
conoscere il suo programma.
David Pestieau. Veramente? La
resistenza ha fatto conoscere il suo programma?
Mohammed Hassan. Infatti.
Khair-el-Din Haseeb, direttore generale del Centro di Studi dell’Unità araba a
Beirut, l’ha reso pubblico sul giornale Al-Arabia, il 2 settembre scorso.
Questo programma si distingue per il rifiuto di ogni divisione etnica e
religiosa in Iraq.
Come primo punto, il programma proclama
“il rifiuto totale dell’occupazione, delle organizzazioni create dall’occupante
(come il governo provvisorio). Si fa appello a non partecipare sotto qualsiasi
forma a questa occupazione”.
Il suo secondo punto è “di continuare
la resistenza su tutti i fronti, fino alla partenza di tutte le truppe di
occupazione. Il fronte del combattimento armato, ma anche il fronte delle
manifestazioni e degli atti di disobbedienza civile, come il boicottaggio delle
istituzioni instaurate dall’occupante”.
E precisa che “ogni persona che supera
la frontiera irachena per collaborare con gli occupanti è punibile e diventa un
bersaglio giustificato della resistenza”.
Questo programma riprende i termini del movimento di resistenza anti-coloniale
in Egitto ed in Algeria agli inizi degli anni ‘50. Bisogna sapere che oggi ci
sono più di 50.000 mercenari. La resistenza ha già denunciato la responsabilità
di questi mercenari negli attentati contro le moschee o nei mercati che mirano
a screditare gli insorti.
David Pestieau. Quali prospettive
dà per il dopo-occupazione questo programma?
Mohammed Hassan. Nel suo terzo
punto, il programma chiede il “ritorno
della sovranità dell’Iraq, il ristabilimento del vecchio esercito, la
rinazionalizzazione delle industrie privatizzate e vendute all’estero”.
E nel suo quarto punto, la resistenza indica che in funzione dei progressi
nella liberazione del paese “verrà
instaurato un Parlamento nazionale provvisorio ed un governo iracheno di unità
nazionale che deve preparare delle elezioni entro due anni dalla sua
formazione. Entro questo lasso di tempo, questo governo deve risolvere tutti i
problemi legati all’occupazione, ricreare un’organizzazione sociale nel paese e
rimettere in piedi l’economia.
Dopo due anni, saranno organizzate
delle elezioni per un’assemblea costituente sotto il controllo di osservatori
della Lega Araba e di altre organizzazioni internazionali che non si sono
compromesse con l’occupante.
In questo Parlamento potranno sedere
iracheni di differenti opinioni, purché non abbiano le mani sporche per la loro
collaborazione con le autorità occupanti. Questo Parlamento dovrà stabilire una
costituzione che dovrà garantire l’uguaglianza dei diritti di tutti i
cittadini, l’unità dell’Iraq ed il suo posto come paese, membro del mondo
arabo. Questa costituzione verrà sottoposta ad un referendum”.
1. The Guardian, 16/09/04. Le due citazioni successive vengono dalla stessa
fonte.
2. Le Soir, 22/09/04.