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Il “modello afgano” ed il massacro di Faluya
Higinio Polo - 16/11/04
Pochi giorni dopo la celebrazione della vittoria dell’estrema destra che
governa a Washington, cominciava la sanguinosa operazione contro Faluya,
preparata in anticipo negli uffici del Pentagono. La pressione dei settori più
conservatori degli Stati Uniti e dei suoi complici nel mondo, che sostengono
che Bush ha vinto e per questo ha ragione, si è materializzato nel massacro di Faluya.
La vittoria elettorale di Bush è stata limitata, ma sufficiete per i suoi
fini.
Dobbiamo ricordare che quasi la metà dei cittadini statunitensi si sono
astenuti dal votare e che un quarto lo ha fatto per l’altro candidato, Bush è
stato appoggiato da poco più del 25 percento del totale degli elettori
nordamericani. Quella parte del popolo americano che si inorridì con gli
attentati delle Torri Gemelle e che condivide la visione imperialista e
religiosa del presidente nordamericano, non si commuove ora per il massacro di
Faluya né per i bombardamenti su popolazioni civili, perché ritiene che i suoi
soldati stinno combattendo contro terroristi, come ripetono con insistenza i
suoi media.
Ora, ostentando la sua vittoria, come se il mondo ignorasse che l’avallo dei
suffragi popolari non giustifica mai il crimine, ed ignorando i cento mila
morti che l’invasione statunitense ha già causato in Iraq, i becchini che
accompagnano Bush cercano di imporre rapidamente l’applicazione del modello
afgano per l’Iraq. Bush ha offerto ai suoi compatrioti, alla sua inclinazione
personale, al mondo, la fantasia di un potere forte che si farà rispettare nel
pianeta, che imporrà la fede e la sicurezza di una nazione cristiana e che
crede di avere nelle sue mani il destino dell’umanità, e quel discorso, nel
desolato inizio del secolo XXI, con la crisi della sua egemonia, era quello che
anelavano molti nordamericani. Appoggiando Bush, hanno sanzionato la
continuazione di una politica imperiale che continua a seminare la desolazione.
Perché non c’è dubbio che, impantanati in Iraq, dove la resistenza è riuscita a
distruggere lo schema elaborato preventivamente negli uffici del Pentagono,
Washington non sta lottando contro il terrorismo ma cerca di finire col ferro e
col fuoco la resistenza irachena ed imporre il modello afgano.
Non è semplice, nonostante presentino l’Afghanistan come la prova del loro
sforzo e della loro politica: tre anni dopo l’invasione dell’Afghanistan, la
normalità in quel paese continua ad essere una chimera. Tuttavia, Washington ha
ottenuto alcuni dei suoi obiettivi: il controllo militare e strategico
dell’Afghanistan, e l’imposizione di un regime clientelare, con la rassegnata
accettazione delle più importanti potenze mondiali, da Francia e Germania, fino
a Cina e Russia, passando per lo stesso Iran degli ayatollah. Per i propositi
nordamericani, non importa che la vergognosa vittoria del dittatore imposto
Karzai, sia stata ottenuta in un paese occupato militarmente, dove le opzioni
di sinistra non possono neppure presentarsi alle elezioni, e devono agire nella
più rigorosa clandestinità, dove il minore sospetto di opposizione implica la
morte.
Karzai ed i signori della guerra hanno nelle loro mani tutti i meccanismi del
potere. Tutti i parametri democratici sono stati violati in quella mascherata
infame che sono state le elezioni di cui si inorgogliscono Kabul e Washington.
Ma quella vittoria
vergognosa di Karzai, forzata dalla paura e dalla disperazione, è stata
accettata dall’ ONU e dagli organismi europei che scommettono su quello che
considerano un male minore, credendo che il potere vicario di Karzai
pacificherà il paese ed aprirà una tappa di normalizzazione che, nel futuro,
permetterà la ricostruzione economica. È un miraggio, ma il circostanziale
trionfo del progetto nordamericano per l’Afghanistan fortifica le tesi dei
settori più duri del Pentagono e del governo nordamericano per la
ristrutturazione strategica di Medio Oriente ed Asia centrale. Perché non si
deve dimenticare, inoltre, che nei tavoli dello Stato Maggiore nordamericano
attendono i piani preparati per Iran, Siriana e Palestina; alcuni ancora
imprecisi, dipendenti dall’evoluzione degli avvenimenti, come la questione
palestinese, dipendenti dal ricatto del governo israeliano di Ariel Sharon.
Quel modello afgano è anche la scommessa di Washington per l’Iraq. I passi
necessari per il suo trionfo sono conosciuti: in primo luogo, si organizza
l’eliminazione e l’assassinio di ogni opposizione di sinistra e dei settori
patriottici che combattono l’occupazione, imponendo il terrore sulla
popolazione civile e, se è necessario, la distruzione parziale delle città;
dopo, incomincia a stabilirsi un governo fantoccio, e, finalmente, dopo un
periodo di transizione che consolidi i suoi protetti, si procede
all’organizzazione di alcune elezioni fraudolente che legalizzino davanti
all’opinione pubblico mondiale e davanti agli organismi internazionali la nuova
situazione, e che permetta al nuovo regime di ricevere l’appoggio delle
istituzioni internazionali e dei governi più rilevanti.
I preparativi per l’Iraq seguono il loro corso. Mentre Bush continua
bombardando Faluya, Mosul ed altre città irachene, si sta organizzando la
Conferenza Internazionale sull’Iraq che si celebrerà a Sharm el-Sheikh, in Egitto,
il 22 e 23 di novembre. Washington ha ottenuto che assistano molti governi che
criticarono l’invasione dell’Iraq, e l’obiettivo della diplomazia statunitense
è strappare compromessi per stabilizzare la situazione e, come affermano i suoi
portavoci, iniziare la ricostruzione del paese. Nella pianificazione di
Washington, si intende strappare contributi finanziarie, invio di soldati “per
proteggere le elezioni e la democrazia”, e l'approvazione a posteriori per
l’ONU dalla guerra preventiva lanciata contro l’Iraq. Oltre all’accettazione
rassegnata delle più importanti potenze mondiali del dominio nordamericano
sull'Iraq, dello stabilimento definitivo di basi militari, ed il riconoscimento
del regime tutelato che sorga da quelle elezioni false che preparano per il
prossimo gennaio.
È evidente che i giornalieri bombardamenti sulle inermi città irachene non
sembrano la strada più adeguata per ricostruire, ma questo non importa alla
Casa Bianca. Non importava neanche in Afghanistan. Tre anni dopo l’invasione
dell’Afghanistan, il popolo continua a
vivere in un sinistro medioevo, le sue città sono montagne di rottami dove i
cittadini afgani devono vivere in buchi immondi, e la feroce repressione,
iniziata dopo la caduta dell’ultimo governo progressista, continuata dai
signori della guerra alleati di Washington, dopo i talibán, e ora dagli stessi
signori della guerra che entrarono in Kabul con Karzai, non e finita. Non è
tanto virulenta come nel passato per una semplice ragione: la maggioranza dei
settori di sinistra, incominciando dai
comunisti afgani, sono già stati sterminati. Il Pentagono ed il Dipartimento di
Stato nordamericani, a parte piccole differenze di sfumatura, pretendono di
ottenere qualcosa di simile in Iraq: per quel motivo bombardano Faluya.
Washington offre la democrazia (..) i crimini contro l’umanità di cui le sue
truppe sono protagoniste a Faluya o a Baghdad, a Samarra o a Mosul, è un avviso
per naviganti: tanto per i popoli della zona, quanto per quelli latinoamericani
che vadano troppo lontano nella loro sfida al governo nordamericano: si ricordi
Panama, dove i bombardamenti sulla popolazione civile causarono migliaia di
morti… Ora, gli Stati Uniti hanno ostacolato la Croce Rossa, perfino la
consegna di alimenti e di medicine a Faluya per i cittadini affamati. E mentre
i cadaveri si ammucchiano nelle strade, e i suoi soldati addestrati per
ammazzare, sono capaci di calpestare le vittime, la resistenza irachena, in una
lotta impari, con un precario armamento contro l’orgia dell’armamentario
nordamericano, è riuscita a fermare nuove aggressioni. Non c'è dubbio:
l’applicazione del modello afgano esige l’annichilimento di tutti i settori di
opposizione al governo fantoccio e alle truppe di occupazione.
In Palestina, dove cercheranno di ripetere lo schema afgano, in un scenario più
complesso per il suo carico storico, è l’esercito israeliano che sta svolgendo
il ruolo di angelo sterminatore della resistenza, con assassini quasi
giornalieri ed anche col bombardamento di popolazioni civili, in un calcolato
gioco che sarà accettato o dimenticato, nella farragine giornaliera di
catastrofi, tanto dall’opinione pubblica internazionale quanto dai principali
attori politici. Da parte sua, Washington, che ha i suoi uomini tra le forze
palestinesi, cercherà di dirigere la transizione dopo la morte di Arafat
attraverso un miscuglio di minacce e promesse, come successe ad Oslo, giocando
la carta dell’ansia di pace e libertà della popolazione palestinese, disperata
per una lunga occupazione che non finisce, con l’obiettivo di creare un Stato
palestinese rarefatto e diretto da persone vicine a Washington: contano perciò
sull’ambizione di alcuni dirigenti palestinesi, con la vertigine del tradimento
e col pericoloso realismo di altri che credono che la nuova Palestina sarà solo
possibile sotto la protezione di Washington.
Nella ricomposizione strategica del Medio Oriente, quasi annichilita la
resistenza in Afghanistan-che non ha niente a che vedere con le sporadiche
azioni dei talibán - e paralizzate nei tavoli del Pentagono le operazioni
contro Iran e Siria-, mentre il focolaio di crisi della penisola coreana
acquisisce una dimensione maggiore, la priorità per Washington è imporre quel
modello afgano di transizione in Iraq. Per quel motivo muore Faluya.
Dopo il massacro di Faluya, c’è il modello afgano ed è chiaro che la ferocia
militare nordamericana non pensa di trattenersi davanti a nessun ostacolo: se
alcuni tormentati cittadini dubitavano delle intenzioni di Washington, le
decine di migliaia di morti che i suoi soldati hanno già causato nel paese
dovrebbero aprirgli gli occhi.
Mentre il mondo assiste al massacro, mentre la resistenza cerca di evitare quel
modello afgano preparato per gli iracheni, Bush canta vittoria sui cadaveri
abbandonati di Faluya, sulle rovine della città schiacciata senza pietà dai
suoi bombardieri. Né lui, né i suoi generali lo sanno ancora, ma la strada
verso la sconfitta è lastricata di vittorie.
traduzione dallo spagnolo di FR