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E dopo Fallujah... a chi toccherà?


di Juana Carrasco Martin - Granma international
(traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)
16 novembre 2004

La città martire é presuntivamente piombata sotto il controllo delle forze di occupazione Statunitensi e delle loro truppe Irachene; comunque, questo lunedì (15 novembre), che segna proprio la metà del mese, Fallujah continua sempre ad essere bombardata senza pietà. Gli USA e i loro ascari non vogliono lasciare tracce dell’insurrezione, nulla che ricordi la resistenza di un popolo. Hanno scommesso tutto su una guerra di terra bruciata, ma… 

Mossoul si solleva. Miliziani, a viso coperto o apertamente, armati di preferenza con fucili AK, lancia-granate e mortai, conducono azioni contro stazioni di polizia e contro le autorità loro imposte, e nello stesso tempo incalzano le truppe di occupazione che si sono ritirate da questa città con l’obiettivo evidente di sottoporla presto alla medesima sorte di Fallujah.

La violenza si impadronisce di altre parti del paese, Ramadi e Baghdad vanno di seguito, e, che lo si voglia o no, si combatte ancora in alcune parti di Fallujah. Nel frattempo, elicotteri e carri armati Nord-americani sparano contro obiettivi di Baiji, una città del nord che ospita la principale raffineria di petrolio dell’Iraq.

Vale la pena di ripeterlo, l’intenzione degli Stati Uniti è di “pacificare” a qualsiasi costo i paesi della Mesopotamia in modo di assicurare le elezioni che sono programmate per gennaio; ma questa delle elezioni resta solo una ipotesi.
Per la prima volta, un membro del governo fantoccio, il vice primo ministro
Barham Salid, ha affermato che la tenuta dello scrutinio, tanto sbandierata all’assemblea nazionale, potrebbe essere ritardata a causa della crescente violenza, quantunque vi sia grande determinazione di tenere queste elezioni, senza tenere conto della situazione di una buona parte del paese.  

La resistenza si estende ad altre città Irachene e non cessa praticamente in nessun punto del paese attraversato dal Tigri e dall’Eufrate, e, malgrado quello che dicono, il fatto di continuare a colpire Fallujah è una dimostrazione non solo della loro infamia come criminali di guerra, ma anche del fatto che non sono riusciti a metterla in ginocchio, a farla sottomettere davanti al loro potere. 

L'invasione condotta attualmente contro questa città sunnita delle moschee, diventata punto bastione di resistenza, appena è cominciata la guerra contro l’Iraq nel marzo 2003, è stata preparata e messa in esecuzione con accanimento: raids aerei, bombardamenti di artiglieria, distruzione totale di ospedali, interruzione di acqua e di energia elettrica e blocco delle derrate alimentari.

Si parla di 1.500 insorti ammazzati, una buona parte dei loro corpi lasciati sempre in mezzo alle strade dove erano caduti.  Non si fa menzione alcuna di perdite di civili… L’occupazione degli ospedali aveva questo obiettivo: non permettere alcuna assistenza sanitaria ed impedire alle fonti mediche Irachene di dire una semplice verità, che stanno morendo uomini, combattenti o civili, donne e bambini. La guerra è contro tutti e i proiettili, che siano di fucili di assalto o bombe terribili da 500 libbre ed oltre che vengono sganciate sulla città, non portano nome, non guardano in faccia nessuno. 

Il comando Statunitense non comunica più con esattezza quante sono state le sue perdite nella prima settimana di orrore a Fallujah, anche se fonti parlano di 59 soldati morti e più di 400 feriti. Ma fra l’Iraq e la base USA di Ramstein, in Germania, e l’ospedale di Landstuhl che è predisposto per i feriti di guerra nei paesi del Golfo Persico, i voli avvengono quotidianamente. 

Il Colonnello Rhonda Cornum, comandante di Landstuhl, afferma di aver ricevuto 419 pazienti nell’ultima settimana e più del 40% erano dei marines. La metà di questi è stata inviata negli Stati Uniti per un trattamento completo. “Non posso dire chi fra loro è stato ferito a Fallujah” ha dichiarato, ma ha anche ammesso alla CNN che il 95% provenivano dall’Iraq e più della metà presentavano ferite di combattimento. Gli altri erano arrivati 
dall'Afghanistan che, in realtà, fa sempre parte dello scacchiere di questa guerra.
Ma la Dr.ssa Cornum fa un’altra confessione : “Normalmente, solo il 25% hanno ferite da combattimento. La settimana scorsa, la percentuale è stata del 70%”.

Cornum ha inoltre dichiarato che gli esperti di salute mentale e i cappellani sono a disposizione per occuparsi sia dei pazienti che del personale medico, che nello stesso modo si può trovare in uno stato di depressione, per “il fatto di vedere, giorno dopo giorno, che sono dei ragazzini coloro che arrivano feriti e possono avere forse la medesima età dei loro stessi figli”.

Comunque, il bombardamento persiste su Fallujah, una città devastata, con settori e quartieri pressoché in rovina totale, probabilmente con l’obiettivo di assicurare il minimo di perdite quando i marines si accingono ad entrare in tutte le case alla ricerca di qualsiasi uomo idoneo, per età, ad affrontare la bestiale incursione militare, dimenticando che questa invasione costituisce, non importa per quale Iracheno, senza considerazione di sesso, di età o di confessione religiosa, un ulteriore oltraggio, e quindi   sacche di resistenza perdurano a Fallujah.

La barbarie delle forze di occupazione costringe gli abitanti ammalati in una trappola mortale. I militari Nord-americani assicurano che non c’è alcun bisogno della Mezzaluna Rossa Irachena o della Croce Rossa. “Finché il ponte che conduce a   Fallujah rimane aperto, noi possiamo far uscire i feriti e tutto il lavoro di pronto soccorso può essere fatto qui…”, ed aggiungono che non ci sono civili Iracheni che si trovano in stato di prigionieri in città.

Al contrario, la Mezzaluna Rossa afferma che nella città ci sono persone che hanno un disperato bisogno di alimenti, di coperte, di acqua e di medicinali. Un convoglio con questo tipo di aiuti, costituito da sette camions e da ambulanze, è stato bloccato sulla riva occidentale dell’Eufrate.
Nel frattempo, una famiglia, che era riuscita ad entrare in contatto con la agenzia di stampa Reuters, ha fatto sapere che i suoi bambini soffrono di forme diarroiche e non hanno mangiato da molti giorni. Hanno paura di uscire in mezzo ai combattimenti, e si trovano in uno stato di panico confusionale, visto che la città di  Fallujah, che si supponeva essere stata “liberata”, viene costantemente bombardata e si susseguono continuamente i combattimenti corpo a corpo. 

Bilal Hussein, un fotografo dell’AP, che risiedeva nel quartiere di Jolan, punto nevralgico della resistenza a Fallujah e obiettivo principale della follia Statunitense, è riuscito a sfuggire all’assedio dopo una terribile odissea ed ecco una parte della sua testimonianza: “La distruzione è dappertutto. Ho visto morti giacere per le strade, feriti che si stavano dissanguando, senza che nessuno venisse in loro aiuto. I civili abitanti di Fallujah erano troppo terrorizzati per uscire, i soldati degli Stati Uniti hanno cominciato ad aprire il fuoco sulle case, e allora ho capito che era molto pericoloso starmene rinchiuso in casa mia”. In panico, Hussein ha messo a punto un piano per scappare, lui e la sua famiglia, attraversando l’Eufrate. Per fortuna gli è andata bene, ma sapeva che gli abitanti di Fallujah che tentano di fuggire dalla città costituiscono l’obiettivo delle forze USA…

In questo periodo, un secondo convoglio della Mezzaluna Rossa Irachena, con alimenti e altre forniture, tenta di portare questi aiuti alle migliaia di profughi rifugiati che vivono in condizioni atroci nei villaggi attorno a Fallujah.

Con questo panorama, non risulta difficile capire che non solo Fallujah ma anche l’Iraq intero sta resistendo. Gli Stati Uniti uccidono, ma, ugualmente, stanno cadendo nella loro stessa trappola!

Raccolta di articoli sul massacro di Fallujah sul sito di Stop.USA a:
http://www.stopusa.be/scripts/index.php?section=BDBGBB&langue=1
Informazione dall’Iraq occupato a:http://www.uruknet.info/