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Il nuovo anno in Iraq: La resistenza cresce


di José Reinaldo Carvalho
vicepresidente del Partito Comunista del Brasile (PCdoB)
http://www.pcdob.org.br , mailto:internacional@pcdob.org.br

L’articolo è apparso nel sito “Vermelho” (www.vermelho.org) il 7 gennaio 2004

L’inevitabile si sta realizzando in Iraq. Le ultime settimane dello scorso anno e i primi giorni dell’anno in corso sono stati segnati da una scalata della violenza, con una successione di azioni armate di tipo diverso contro le forze di occupazione e le truppe del governo fantoccio. Decine e decine di soldati iracheni e degli eserciti di aggressione, ed anche funzionari governativi, collaboratori di aziende straniere e collaborazionisti di ogni risma sono rimasti uccisi da ordigni esplosivi e da attentati suicidi, da imboscate, da sabotaggi in particolare ad impianti petroliferi e da attacchi frontali contro gli eserciti nemici. Nella prima settimana del nuovo anno, le azioni ostili nei confronti dell’occupazione sono culminate nell’attacco in cui è morto Ali al-Haidri, governatore di Baghdad. Dal maggio dello scorso anno, quando le forze di resistenza uccisero il capo del Consiglio di Governo, il governatore di Baghdad è stato l’autorità di maggior rilievo ad essere eliminata in Iraq sotto occupazione americana.

L’attuale scalata delle azioni armate in Iraq ha una relazione diretta con la farsa elettorale che si effettuerà tra alcune settimane. Le prove delle insufficienti condizioni politiche e di sicurezza per procedere alle elezioni del 30 gennaio sono tali, che il presidente ad interim dell’Iraq, Ghazi al-Yawar, ha proposto di posticipare le elezioni e che il Partito Islamico Iracheno, sostenuto da decine di organizzazioni sunnite, ha annunciato giorni fa che non prenderà parte al processo elettorale, a causa delle gravi lacune nel censimento degli aventi diritto al voto e dell’incalcolabile deficit di democrazia. Nonostante tutto ciò, il presidente degli Stati Uniti, George Bush, ha respinto ogni tentativo di rimandare le elezioni. E’ un’altra dimostrazione, tra le tante, del fallimento dell’occupazione dell’Iraq da parte dell’esercito di aggressione di quel paese. Gli avvenimenti previsti per i prossimi giorni diranno se le elezioni si svolgeranno o meno il 30 gennaio. In ogni caso, non sarà una consultazione democratica, la tensione si manterrà, l’insicurezza sarà ancora maggiore e il dopo elezioni non presenterà un paese pacificato, stabile e unito. I leader delle superpotenze sbagliano nel modo più assoluto quando pensano che la farsa elettorale offrirà vie d’uscita politiche alla crisi irachena, dal momento che esiste una questione di fondo di altra natura che esige una soluzione.

Il problema è che le elezioni in un paese occupato non sono altro che una farsa. L’Assemblea eletta è destinata ad essere un organismo inerte e la Costituzione che essa si appresta a scrivere conterrà solo parole vuote. L’Iraq sarà una nazione sovrana con istituzioni democratiche normali e legittime solamente con la fine dell’occupazione determinata dall’aggressione militare dell’imperialismo USA, compiuta nel marzo 2003 in nome di ragioni false, in violazione del diritto internazionale e contro la volontà delle Nazioni Unite. Oggi l’amministrazione imperialista degli Stati Uniti, dopo aver manifestato disprezzo verso le Nazioni Unite, impugna la risoluzione 1546, che sancisce la “normalizzazione” dell’Iraq, stabilendo che il 30 gennaio sarà un giorno di elezioni costituzionali. Ma i fatti si impongono comunque con la forza di uno tsunami, rivelando fino a che punto è giunta la situazione irachena dopo che il diritto internazionale e gli organismi multilaterali sono stati strumentalizzati e posti al servizio della forza.

Ci sarà resistenza fino a quando continuerà l’occupazione – e sarà sempre più sanguinosa. Sotto tutti gli aspetti, la guerra e l’occupazione si dimostreranno un fallimento per gli Stati Uniti. Politicamente, sebbene la risoluzione 1546 sia stata accettata dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU e nonostante la rielezione di Bush, l’isolamento politico dell’imperialismo degli Stati Uniti non è mai stato così accentuato, persino nei confronti degli alleati tradizionali: l’esempio più significativo è rappresentato dal ritiro della Spagna dalla coalizione degli aggressori. Militarmente, l’occupazione è stata un fiasco, dal momento che il controllo delle città e dei confini è debole e la sicurezza delle installazioni è vulnerabile. La conquista delle città è realizzata a costo di inimmaginabili distruzioni e del genocidio, come quello perpetrato a Fallujah. Sebbene affermi che la situazione è sotto controllo, il governo degli Stati Uniti, i suoi generali, l’amministrazione marionetta ad interim sanno bene che stanno fronteggiando un’insurrezione generalizzata che coinvolge migliaia e migliaia di persone che si sono unite massicciamente alle forze di resistenza. Sotto il punto di vista morale e psicologico, la situazione delle forze di occupazione è vergognosa, con diserzioni e suicidi che avvengono su larga scala.

Le forze della pace, della sovranità nazionale e del progresso sociale in tutto il mondo sono solidali con il popolo iracheno e con la sua lotta di liberazione. Esse auspicano una via d’uscita politica, l’unità nazionale, la ridemocratizzazione del paese, la riconquista della pace e della stabilità, obiettivi non raggiungibili nel quadro dell’occupazione e della farsa elettorale prevista per il 30 gennaio.

Traduzione a cura del
Centro di Cultura e Documentazione Popolare