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Elezioni in Iraq. Più
della metà degli iracheni non andranno a votare
Ci chiediamo in questi giorni:"Le
elezioni del 30 gennaio in Iraq saranno democratiche? Davanti all'insicurezza
ed i rischi di guerra civile, l'occupazione americana non è il male minore?". Le risposte.
Davide Pestieau & Mohammed Hassan
26-01-2005
Sono democratiche queste elezioni? Se ne può dubitare fortemente. Innanzi tutto
la maggioranza degli iracheni non andrà a votare. Anche il generale in capo del
truppe US in Iraq, Thomas Metz, l'ha ammesso. "Aree significative in 4 province irachene su 18 non sono
abbastanza sicure affinché il voto abbia luogo»(1).Queste 4 province
costituiscono il cuore dell'Iraq dove vive metà della popolazione.
Si tratta delle province di Bagdad ed Anbar (comprendendo Fallujah e Ramadi,
all'ovest), di Nineveh che comprende Mossoul, la seconda città del paese.
Infine di Salahadin (comprendendo Tikrit). L'esclusione di queste province
dallo scrutino toglie già ogni rappresentatività.
Inoltre, se 75 partiti e 9 coalizioni elettorali partecipano alle votazioni
(2), più di 70 partiti le boicottano. I candidati più conosciuti sono quelli
mostrati da mesi dai media controllati dagli Stati Uniti, finanziati largamente
dalle ONG americane (3).
E colmo del colmo, la maggior parte dei candidati saranno anonimi. Sì, avete
letto bene: la maggior parte dei 275 candidati che compongono le liste non sono
rappresentati sulla scheda elettorale. La maggioranza dei manifesti elettorali
sui muri delle città ritraggono persone che non si presentano. L'immagine del
grande ayotallah Ali al-Sistani, di Qassem, presidente dell'Iraq dal 1958 a
1963 e addirittura di Ronaldinho, il celebre giocatore di calcio brasiliano,
che viene utilizzato dalla lista della "federazione generale della
gioventù irachena" (4)
In quanto agli osservatori internazionali, obbligatori in Venezuela o in
Ucraina, saranno assenti dall'Iraq. Un organismo controllerà lo svolgimento
delle elezioni da Amman in Giordania(5).
Non da meno, per ultimo, queste elezioni si svolgono dopo una modifica profonda
di tutte le leggi irachene da parte dell'occupante americano. "In base
alle convenzioni di Ginevra e dell'Aia, la forza occupante non ha l'autorità di
cambiare le leggi un paese occupato".(6)
Nel frattempo il Pentagono ha organizzato squadroni della morte, in
un'operazione conosciuta sotto il nome di codice "Opzione
salvadoregna", in riferimento a ciò che è accaduto in quel paese
dell'America centrale negli anni 80. Questo vuol dire l'assassinio sistematico
di migliaia di oppositori reali o supposti del regime al potere.(7). Queste
elezioni dimostrano cos'è la democrazia imperialistica americana: la libera
scelta tra i differenti partiti filo-americani per una piccola minoranza di
votanti il terrore per chi si oppone all'occupazione.
"200.000 insorti" afferma il capo
dello spionaggio iracheno
"Una minoranza di terroristi
sunniti vuole impedire la vittoria della maggioranza sciita" affermano i
grandi media prima delle elezioni irachene del 30 gennaio. "Può così
essere riassunta la situazione?" chiedevamo recentemente ad un
giornalista di France-Info.
La divisione in Iraq non è tra sunniti e sciiti (8). Le 4 province che non
parteciperanno alle elezioni sono regioni multi-etniche. La resistenza opera
anche nel Sud iracheno, a maggioranza sciita. L'esperto militare americano
Anthony Cordesman ammette che ci sono fino a 7 gravi attacchi per settimana a
Bassorah, la principale città del Sud.(9)
Inoltre movimenti sciiti importanti si oppongono alle elezioni. Il 16 gennaio,
migliaia di manifestanti, sostenitori del leader sciita Moqtada Al-Sadr, si
sono radunati davanti al Ministero del petrolio. Tra loro degli operai del
settore petrolifero che protestano contro la penuria di elettricità e di
petrolio. "E' veramente grave
vedere questi politici interessati unicamentealle elezioni. Dovrebbero
preoccuparsi piuttosto dei bisogni essenziali della popolazione"
affermavano i manifestanti.(10)
Il celebre giornalista britannico Robert Fisk afferma che le elezioni
organizzate dall'occupante possono sviluppare delle divisioni religiose. "Il problema reale, non è tanto la
violenza, la maggior minaccia per la democrazia è che quattro province che
contengono la metà della popolazione dell'Iraq siano in stato di emergenza e la
maggior parte di queste città nelle mani dei ribelli, queste elezioni aggraveranno
le differenze tra sunniti, sciiti e curdi come mai visto prima." (11)
Poiché gli americani loro stessi hanno previsto già di designare dei
rappresentanti sunniti come "deputati" di queste province.
Queste elezioni non offrono speranza alla maggioranza degli iracheni che si
volgono sempre più verso la resistenza. Il generale Mohammed Shahwani, capo
dello spionaggio iracheno pro-US, l'ha dovuto confessare: "penso che la
resistenza sia più importante dell'esercito americano. Penso che la resistenza sia composta da più di 200.000 uomini"
Interrogato sulle ragioni dell'ampiezza di questa resistenza, ha ammesso:
"Le persone hanno attraversato questi due anni senza alcun miglioramento,
nell'insicurezza, nella mancanza di elettricità, sentono che devono fare
qualche cosa. Ed io direi che non stanno perdendo."(12)
Gli Stati Uniti non sono in Iraq per risolvere l'insicurezza e fermare i
pericoli di guerra civile. Al contrario. Sono loro che alimentano da due anni
le contraddizioni etniche e religiose. Sono loro la prima causa di insicurezza
ed i principali responsabili dei 100.000 morti iracheni fino ad oggi.
"L'esercito USA fuori
dall'Iraq", diranno allora i manifestanti che protesteranno contro la
venuta di George Bush in Belgio il 21 e 22 febbraio prossimi.
1 The New York Times, 7 janvier 2005 · 2 The Independent
on Sunday, 16 janvier 2005 · 3 The New Standard, 17 janvier 2005 · 4 Financial
Times, 12 janvier 2005 · 5 Financial Times, 21 janvier 2005 · 6 The New
Standard, 22 novembre 2004 · 7 Aljazeera, 20 janvier 2005 · 8 Le sunnisme et le
chiïsme sont deux courants religieux en Islam plus semblables entre eux que le
protestantisme et le catholicisme le sont dans la religion chrétienne · 9
Anthony Cordesman, Center for Strategic and International Studies, 22 décembre
2004 · 10 AFP, 17 janvier 2005 · 11 The Independent on Sunday, 16 janvier 2005
· 12 AFP, 3 janvier 2005.
traduzione dal francese del Ccdp