da: www.rebelion..org -
06-02-2005
http://www.rebelion.org/noticia.php?id=11064
Votare davanti
alla canna del fucile
Dopo l’Afghanistan, l’Iraq si unisce alla
farsa elettorale
Rebelión - Pascual Serrano
Dopo le elezioni irachene tutti i mezzi d’informazione ed i leader politici si
sono affrettati a sottolineare l'alta partecipazione e l'esempio di democrazia
dato dal popolo dell'Iraq, di fronte ai cosiddetti terroristi. Ancora una volta
si è imposto un discorso unico ed uniformato, nell’attualità informativa, un
discorso di partecipazione elettorale e d’analisi che altro non è, se non
quello propinato dall’esercito occupante nordamericano.
Se ci si scomoda ad analizzare più in dettaglio la giornata e le circostanze
elettorali, si può scoprire meglio l’effettiva realtà. Il giorno seguente,
mentre tutti i mezzi annunciavano l'alta partecipazione, la BBC britannica
intervistava il colombiano Carlos Valenzuela, capo della missione elettorale
delle Nazioni Unite in Iraq. La sua risposta circa il livello di partecipazione
fu la seguente: “Non esiste realmente alcuna precisione riguardo alla quantità
di persone che vennero a votare, in nessuna parte dell'Iraq (…). In questo
momento non abbiamo a disposizione alcuna percentuale, perché non c'è
precisione. Stiamo aspettando i risultati di tutto il paese”.
Era normale che non avessero alcun dato di partecipazione, perché il censimento
elettorale è segreto e non lo conosce nessuno, salvo gli USA, e perché i 192
osservatori internazionali registrati sono stati collocati negli hotel di
Baghdad e, per ragioni di sicurezza, da lì non si sono mossi.
Quello stesso giorno un portavoce dell'Alleanza Nazionale Irachena (ANI),
partito musulmano sciita, dichiarava già dal New York Times che il suo partito
aveva ottenuto il 50% dei voti. La sua fonte: i militari statunitensi e
britannici. Le truppe occupanti cioè maneggiavano già risultati elettorali,
mentre gli osservatori dell'ONU non avevano nemmeno la percentuale di
partecipazione.
I primi dati che si andavano offrendo e che “confermavano” il successo delle
elezioni, attestavano una partecipazione del 60% degli elettori censiti.
Occorre però ricordare che, secondo lo stesso governo iracheno, si era iscritto
solo il 60% della popolazione con diritto di voto. Degli iscritti residenti
all'estero votò invece il 94%. Pertanto, potremmo affermare che votò solamente
il 35% dei cittadini iracheni aventi diritto. Ovvero: un 65% optò per l'opzione
proposta dalla resistenza.
E’ anche stato taciuto che, durante la campagna elettorale, era proibito fare
appelli all'astensione, cosa lecita e legale in qualunque sistema europeo.
Anche il giornalista indipendente Dahr Jamail, in un reportage intitolato “Chi
non vota non mangia”, ha informato che molti iracheni avevano denunciato che le
autorità avrebbero negato loro la razione di cibo se non avessero votato,
ovvero come si erano sentiti minacciati dal fatto che il governo intendesse
utilizzare contro di loro gli elenchi degli astenuti. Bisogna ricordare che i
censimenti elettorali erano stati elaborati a partire dagli elenchi di
distribuzione alimentare.
In quanto a valore e legittimità delle elezioni, il professore di Diritto
Internazionale Augusto Zamora ci segnala anche la mancanza di credibilità di
elezioni sotto occupazione di 200.000 soldati stranieri. Ci ricorda anche che a
Timor Est le Nazioni Unite posero come condizione, prima di celebrare le
elezioni, la ritirata delle truppe indonesiane. A tutto ciò dobbiamo aggiungere
la segretezza, per motivi di sicurezza, dell'identità dei candidati e,
ovviamente, dei programmi politici, nella misura in cui non vi furono atti
pubblici.
Le autorità nordamericane hanno voluto tracciare parallelismi tra queste
elezioni e quelle in El Salvador nel 1982, anche queste realizzate in piena
guerra tra il governo e le forze insurrezionali del Frente Farabundo Martí de
Liberación Nacional (FMLN), considerate un successo. Ciò che sembrano non
ricordare è che dopo quel “successo elettorale” la guerra in El Salvador durò
più di nove anni, lasciò 70.000 morti in un paese molto più piccolo dell’Iraq e
gli insorti arrivarono perfino a prendere la capitale nel 1989. Tutto ciò senza
l'umiliazione di un'occupazione straniera e senza guerriglieri disposti al
martirio.
Forse la similitudine c’è con un titolo del New York Times del 4 settembre
1967: “Gli USA incoraggiati dalla votazione in Vietnam. Funzionari riportano
una partecipazione del 83% del terrore del Vietcong”. Poco dopo iniziava
l'offensiva vietnamita del Tet e cominciava la fine dell'occupazione
statunitense.
Con questa farsa elettorale gli Stati Uniti pretendono legittimare la loro
occupazione e coinvolgere la comunità internazionale nel saccheggio e nella
colonizzazione di un paese sovrano. Come ha affermato Carlos Varea,
coordinatore della Campagna Statale contro l'Occupazione e per la Sovranità
dell'Iraq, le elezioni non legittimano l'occupazione, è l'occupazione che
delegittima le elezioni.
Con questa nuova buffonata gli USA sommano le elezioni irachene alla farsa
elettorale afghana, mentre il mondo sembra giustificare violazioni del diritto
internazionale, invasioni e massacri il cui sangue caldo pare possa venir
cancellato da schede elettorali.
Traduzione dallo spagnolo a cura del Ccdp