Liberatela, i nemici veri sono gli americani
di Stefano Chiarini
su Il Messaggero del 06/02/2005
Appello di Ghaffur Samarrai, del Consiglio degli ulema, ai rapitori di Giuliana
Sgrena: «Liberatela. Non è una nemica, è qui per scrivere delle sofferenze della
nostra gente di Falluja. Prego per lei. Penso che presto sarà in un posto
sicuro»
Tre fortissime esplosioni in rapida successione, probabilmente tre colpi di
mortaio nel nord della «zona verde», dove si trovano l'ambasciata americana,
quella britannica e gli uffici del governo Allawi, hanno scosso ieri al
tramonto la capitale irachena, facendo vibrare porte e finestre a chilometri di
distanza e, insieme alle notizie sugli attacchi alle forze di occupazione - che
ieri hanno provocato la morte di quattro marine e di venti soldati iracheni -
hanno riportato la città alla realtà di uno scontro quotidiano, senza quartiere
e in gran parte senza testimoni. Non si sa quasi nulla poi di quel che avviene
fuori della capitale, dove le truppe di occupazione farebbero sempre più
ricorso a massicci e devastanti bombardamenti. Allo scontro tra resistenza e
occupanti s'intreccia poi, in un'atmosfera sempre più cupa, quello tra bande
criminali, lo scontro tra i partiti al governo per accaparrarsi, armi alla
mano, contratti e beni mobili o immobili, le razzie delle truppe di occupazione
americane, le operazioni degli squadroni della morte delle varie milizie
pro-governative, quelle dei mercenari e infine la pratica, comune a bande e a
milizie di ogni tipo, dei rapimenti a scopo di estorsione. Per non parlare di
quella, ancor più misteriosa e inquietante, della sistematica uccisione di
professori universitari, uomini di scienza, ricercatori, professionisti come se
ci fosse qualcuno deciso a togliere di mezzo tutto quel che di moderno e di
avanzato c'è in Iraq. Su questo sfondo già drammatico il rapimento della nostra
Giuliana Sgrena ha suscitato forte impressione sulla stampa e nella società
irachena. Praticamente tutti - in albergo, al mercato, per strada - appena
sanno di aver a che fare con degli italiani ti chiedono scusa per il rapimento
in nome di tutto il popolo iracheno, salvo poi ricordarti però la stretta
collaborazione del nostro paese con gli Stati uniti.
Il quotidiano Azzaman ha riportato ieri la notizia del rapimento in prima
pagina e così l'altro importante giornale Al Sabah mentre dal mondo
politico-religioso sunnita è giunta ieri una prima, importante, presa di
posizione per la liberazione di Giuliana Sgrena. Si tratta di una dichiarazione
dello sheik Ahmad Abdul Ghaffur al Samarrai, imam della moschea di Um al Qora,
nel quartiere di al Ghazaliya, alla periferia occidentale di Baghdad, lungo la
strada che porta al cuore della rivolta contro le truppe di occupazione, verso
Abu Ghraib, Falluja e Ramadi. La moschea è la sede dell'Associazione degli
Ulema musulmani, formatasi all'indomani della caduta del regime di Saddam
Hussein, per dare una qualche forma di rappresentanza politico- religiosa alla
comunità sunnita. L'alto rappresentante sunnita, ieri pomeriggio, ha rivolto un
accorato appello per il rilascio della giornalista italiana: «Spero che le mie
parole siano ascoltate. Penso che questa donna si trova in una condizione di
grave difficoltà e i suoi sequestratori devono capire che i veri nemici sono
gli americani». Sheik Samarrai, ha poi dichiarato «i rapitori devono avere un
atteggiamento positivo. Questa giornalista non è una nemica, è venuta in Iraq
per scrivere degli americani e delle sofferenze della nostra gente di Falluja
sotto occupazione americana». L'esponente dell'Associazione degli Ulema
musulmani, che raccoglie i rappresentanti di oltre 3.000 moschee, di tutte le
tendenze, in tutto l'Iraq, si è poi dichiarato convinto che la sua posizione
rifletta comunque quella dell'intero consiglio e ha significativamente
aggiunto: «Non c'è ancora un comunicato perché molti ulema sono fuori dal
paese, ma è la posizione di tutto il Consiglio. Personalmente prego per la
giornalista. Penso che presto sarà in un posto sicuro». Il Consiglio degli
ulema, forte della sua autorità morale che gli viene dall'avere al suo interno
religiosi ai quali guardano molti dei gruppi della resistenza irachena, ha
svolto un ruolo molto importante nel caso di precedenti sequestri inimicandosi
sia le truppe di occupazione, che lo accusano di essere una specie di Fronte
politico della resistenza, ma anche i settori più estremi della guerriglia,
alla al Qaeda, che vedono di malocchio il suo moderatismo e soprattutto la sua
consapevolezza della necessità di una soluzione politica al problema dell'occupazione.
Il Consiglio degli Ulema, inoltre, si è distinto per cercare di portare a
conoscenza dell'opinione pubblica internazionale la tragedia di Falluja - a
cominciare dall'uso da parte delle forze americane di armi micidiali come
quelle a biglia o quelle tagliamargherite che con le loro mille lame tagliano a
fette qualunque cosa incontrino sul loro cammino - ed ha fatto di tutto per
portare aiuto ai profughi della città che si sono accampati nel parco
dell'università, presso moschee o edifici pubblici. Quei profughi che Giuliana
Sgrena aveva appena intervistato al momento del sequestro.
La giornata di ieri, mentre continua lo spoglio delle schede delle elezioni del
trenta gennaio - siamo al 35% delle schede scrutinate e la lista appoggiata dal
ledaer sciita Al Sistani ha il 67% dei consensi -, senza che però ancora si
sappia la percentuale dei votanti, ha visto la stessa Associazione degli Ulema
rilanciare sul piano politico «aprendo» ad una possibile partecipazione dei
sunniti alla stesura della prossima costituzione a patto che sia annunciata una
data per il ritiro delle truppe di occupazione. Parlando alla stampa dopo
l'incontro tra l'inviato del segretario dell'Onu Kofi Annan in Iraq, Ashraf
Qazi, e il segretario dell'Associazione degli Ulema, sheik Arith al Dari, il
portavoce dell'organizzazione, sheik Omar Ragheb, ha sostenuto che sarebbero in
corso intense consultazioni tra le associazioni e le organizzazioni che hanno
boicottato le elezioni per elaborare una posizione comune da presentare poi «a
tutti i partiti in modo da raggiungere un consenso generale nel mondo politico
iracheno sul ritiro delle forze straniere». Se ciò si dovesse realizzare, con
la fissazione di una data per il ritiro delle truppe, allora, ha sostenuto il
portavoce dell'Associazione, i religiosi, forti della loro autorità, potrebbero
far comprendere alla resistenza la necessità di un «cessate il fuoco» per
preparare il paese a quello storico giorno nel quale l'ultimo soldato americano
avrà lasciato la Mesopotamia.