da: www.rebelion - 10/02/2005
http://www.rebelion.org/noticia.php?id=11234
Perché appoggiamo la resistenza all'occupazione.
Il diritto all'autodeterminazione nazionale.
Paul D’Amato - Socialist Worker
Tradotto per Rebelión da Paloma Valverde
Quando gli Stati Uniti cominciarono ad affermarsi come potere mondiale con il
cambio di secolo [dal XIX al XX], il Presidente William McKinley disse ad un
gruppo di missionari di “pregare per ottenere una risposta sul che fare delle
Filippine, ora che le forze armate statunitensi hanno strappato la colonia alla
Spagna”.
Disse che sarebbe stata una “vigliaccheria” restituire le Filippine alla
Spagna, “un cattivo affare” offrirla ai rivali commerciali Francia e Germania,
e che restituirla al popolo filippino avrebbe portato semplicemente ad
“anarchia e malgoverno”, perché le Filippine erano “incapaci di
autogovernarsi”.
“Non resta altro da fare” concluse meditabondo McKinley, “salvo prenderle [le
Filippine], educare i Filippini ed elevare la loro condizione, civilizzarli e
cristianizzarli e, per la grazia di Dio, fare il più possibile per loro, come
nostri fratelli per i quali Cristo morì. E dopo andrò a riposare e dormirò
placidamente”.
Mentre McKinley dormiva placidamente, l'elevazione della condizione dei Filippini
si sviluppava nella forma di una guerra contro il movimento nazionale
filippino, il che implicò un eccidio di massa.
C’è più di un eco lontano di quell'imperiale arroganza del “mandato dell'uomo
bianco” nella frase di Condoleezza Rice a giustificazione del mantenimento
dell'occupazione in Iraq, sulla base del fatto che gli iracheni “non hanno
capacità”. L'argomento utilizzato dal governo statunitense, che occorra elevare
la condizione del popolo iracheno affinché sia capace di autogovernarsi, e che
ritirarsi dall'Iraq porterà “anarchia e malgoverno”, è indistinguibile dalle
giustificazioni di McKinley per la conquista.
Disgraziatamente argomenti simili si trovano tra i liberali che affermano di
opporsi alla guerra dell'Iraq. Lakshmi Chaudhry, in AlterNet Senior, afferma che sarebbe “immorale per noi”
lasciare il popolo iracheno “morire nel fuoco incrociato di una violenta guerra
civile, ravvivata da estremisti”, che pianificano di stabilire un “regime stile
talebani in Iraq”. In sintesi, la volpe
deve continuare a stare nel pollaio per il bene stesso delle galline.
D’accordo con questa logica contorta e paternalistica, gli iracheni devono
accettare per il proprio bene una forza d’occupazione che è già costata più di
100.000 morti civili, la prigione e la tortura dei loro concittadini,
l'imposizione di un regime dittatoriale, la distruzione delle infrastrutture e
dell'economia, l'imposizione di elezioni che accresceranno la possibilità di
lotte religiose.
In tutto ciò è implicita l'idea che gli USA rappresentino “democrazia” e quelli
che resistono alla conquista armata rappresentino “estremismo” e “terrorismo”.
Tale idea dipinge la violenza dell'oppressore (USA) in forma più benefica
rispetto alla violenza degli oppressi (il popolo iracheno che resiste con tutti
i mezzi possibili).
Come scrisse il rivoluzionario russo Trotsky: “Uno schiavista che mediante
astuzia e violenza leghi con catene uno schiavo ed un schiavo che mediante
astuzia o violenza rompa le catene: non permettiamo agli spregevoli inetti di
dirci che sono uguali davanti ad un tribunale di moralità!”
Un altro rivoluzionario russo, Lenin, difendendo il diritto
all'autodeterminazione delle nazioni oppresse e conquistate militarmente,
attaccò fermamente qualunque manifestazione di quello che egli chiamò “il gran
sciovinismo russo”, ovvero la salda abitudine instillata dai governanti della
Russia imperiale che consideravano diritto innato il fatto che la Russia
controllasse sotto il suo giogo Ucraina, Lettonia, Polonia ed altre nazioni.
La classe dominante statunitense instilla sistematicamente ed insidiosamente lo
sciovinismo USA, aiutata dalla connivenza dei mezzi di comunicazione. Come
risultato, la grande maggioranza degli statunitensi accetta inconsciamente il
diritto degli Stati Uniti ad estendere il loro potere attorno al mondo e a
dominare le istituzioni internazionali, così come accetta la maggior parte
degli stereotipi su arabi e musulmani, che aiutano a giustificarne le azioni.
Ma lo sciovinismo statunitense è ancora più insidioso della sua variante russa,
perché va unito alla trappola ideologica della democrazia borghese. Gli USA
rivendicano di essere promotori della democrazia nel mondo ed un potere
mondiale “contro la loro volontà”, spinti unicamente dal rispetto per i diritti
umani, la dignità, ecc.
Purtroppo tra gli effetti dello sciovinismo sul movimento contro la guerra, vi
è anche il rifiuto ad appoggiare la resistenza irachena.
Per fare un esempio: in un'opera presentata il 22 gennaio [2005] nel Portside listserve (di sinistra),
intitolata “La sinistra statunitense e le elezioni irachene”, Mark Solomon
affermava che “buona parte” della resistenza irachena “non ha niente in comune
col Vietnam né con altre lotte di liberazione [nazionale]”. Perché? Perché
manca di “un programma pubblico dichiarato”. Insiste Solomon: alle “piccole
cellule nazionali manca un programma diverso da quello di liberare il loro
paese dall'occupazione”. Inoltre,
continua Solomon, parte della resistenza, se vince, vuole stabilire in Iraq una
“teocrazia reazionaria” e “la maggioranza” sono “ex-baathisti” che “ora che si
sono separati dai loro antichi alleati statunitensi, ma che rimangono ancora
nemici delle forze popolari democratiche”, cercano d’insediare una dittatura
del Baath.
Molly Bingham, giornalista del Boston Globe
che ha passato quasi un anno fino all'estate scorsa in Iraq facendo ricerca
sulla resistenza, ha concluso che “l'impulso primario di quasi tutte le persone
con le quali ho parlato era nazionalista - il desiderio di difendere il loro
paese dall'occupazione, non di difendere Saddam Hussein od il suo regime…
Vedono se stessi e sono visti dagli altri come iracheni e musulmani, mettendo
in evidenza che la loro lotta è per difendere le loro case, il loro paese, il
loro onore e la loro fede contro l'imposizione di una struttura politica da
parte di una nazione straniera. La loro lotta contro di noi non è più complessa
di così, e credo che la violenza continuerà fino a che ce ne andremo”.
Quand’anche fosse certo che la resistenza sia dominata dai baathisti e dalla
linea dura islamista, ciò non sarebbe una questione centrale. Non importa quale
sia l’affiliazione religiosa e politica delle distinte organizzazioni e gruppi
della resistenza, l'obiettivo principale, quello che unisce le differenti forze
è “liberare il loro paese dall'occupazione straniera”. È precisamente
questo programma della resistenza a
richiedere il nostro appoggio.
Ha il popolo iracheno il diritto all'autodeterminazione o no? Se ce l'ha,
allora ha diritto di resistere all'occupazione statunitense utilizzando tutti i
mezzi a sua disposizione. Negare questo diritto, negare il suo diritto
all'autodeterminazione e, per estensione, negare l'appoggio alla resistenza
(sulla base del fatto che ha dirigenti politici “sbagliati”) è la stessa cosa
che accettare il diritto degli USA a restare in Iraq ed imporre lì la loro
volontà.
Questo è precisamente il tallone d’Achille della sinistra statunitense oggi,
avendo perso il suo forte proposito di opposizione all'imperialismo USA; la
maggioranza della sinistra ha fallito nel comprendere la questione centrale in
Iraq, preoccupandosi di aspetti secondari che contraddicono e negano il punto
chiave: l'imperialismo statunitense ha invaso l'Iraq per proseguire nei suoi
obiettivi imperialistici.
Solo su questa base la resistenza all'occupazione merita il nostro appoggio.
Possiamo argomentare che gli statunitensi non hanno alcun diritto a prendere
decisioni sul tipo di società che avranno - quella decisione dovrà essere presa
nel loro nome. “L’Iraq agli Iracheni”: qualunque altra posizione è una
capitolazione allo sciovinismo.
Trotsky spiegava che la lotta delle nazioni oppresse per la loro indipendenza
nazionale era progressista non solo perché liberava la nazione oppressa dal
giogo politico, militare ed economico, bensì anche perché “assestava un colpo
all'imperialismo”. Per Trotsky, quando si tratta della dominazione di una
nazione debole da parte di un potere imperialista, la questione non è la natura
dei governi o dei politici implicati, bensì il carattere oggettivo della
guerra.
[Trotsky] scrisse: “questa, in particolare, è la ragione per cui, nella lotta
tra una repubblica civilizzata, imperialista e democratica ed una monarchia
retrograda e barbara in un paese coloniale, i socialisti stanno totalmente
dalla parte del paese oppresso, nonostante la sua monarchia, e contro il paese
oppressore, nonostante la sua “democrazia”. L'imperialismo camuffa i suoi
obiettivi peculiari - conquistare colonie, mercati, fonti di materie prime,
sfere d’influenza - con idee del tipo: “[essere] guardiani della pace contro
gli aggressori”, “difendere la terra”, “difendere la democrazia”, ecc. Queste
idee sono false dal principio alla fine. È obbligo dei socialisti non
appoggiarle bensì, al contrario, smascherarle davanti alla gente”.
* Paul D'Amato scrive, per il periodico Socialist
Worker, la colonna “Il significato del Marxismo”.
Traduzione dallo spagnolo a cura del Ccdp