da Il Manifesto del 16-02-2005
http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/16-Febbraio-2005/art37.html
Inferno Falluja - Il racconto di chi ha visto
di Dahr Jamail
Reporter freelance Dahr Jamail è un giornalista americano con un blog molto seguito.
Ha trovato un medico testimone dell'assedio americano.
Niente prigionieri. I marine sparavano su tutto e su tutti.
Anche su chi si arrendeva e sui malati in camera operatoria.
Ora i profughi hanno paura.
Queste sono le storie che continueranno a emergere dalle macerie di Falluja per anni. Anzi, per generazioni. Parlando a condizione di mantenere l'anonimato, il dottore è seduto insieme a me in una stanza d'albergo ad Amman, dove ora si è rifugiato. Aveva parlato di ciò che ha visto a Falluja nel Regno Unito ed ora è minacciato dai militari statunitensi, qualora tornasse in Iraq. «Ho cominciato a parlare di quello che era successo a Falluja durante entrambi gli assedi affinché queste cose si sappiano, e gli americani hanno fatto irruzione a casa mia per tre volte» dice, parlando così in fretta che riesco a malapena a stargli dietro. Avendo lavorato a Falluja, possiede prove video e fotografiche di tutto ciò che mi racconta.
«Sono entrato nella città con un convoglio sanitario e
umanitario britannico alla fine di dicembre, e sono rimasto fino alla fine di
gennaio, ma ero già stato a Falluja per lavorare con la gente e vedere quali
fossero i loro bisogni, perciò ero lì dall'inizio di dicembre». Quando gli
chiedo di spiegare cosa ha visto quando è entrato a Falluja a dicembre, mi
risponde che era come se la città fosse stata colpita da uno tsunami. «Falluja
è circondata da campi profughi dove le persone vivono in tende e vecchie
automobili», spiega. «Mi sono tornati in mente i campi profughi palestinesi. Ho
visto bambini tossire per il freddo, e non ci sono medicine. Quasi tutti hanno
lasciato le loro case senza niente, senza soldi. Come possono vivere dipendendo
solo dagli aiuti umanitari?». In un campo profughi nell'area nord di Falluja
c'erano 1200 studenti che vivevano in sette tende.
«Una storia riguarda una ragazza di sedici anni», racconta,
riferendosi a una delle testimonianze che ha filmato recentemente. «Lei è rimasta
per tre giorni in casa con i corpi dei suoi familiari che erano stati uccisi.
Quando i soldati sono arrivati, si trovava in casa con suo padre, sua madre, il
fratello di 12 anni e due sorelle. Ha visto i soldati entrare e sparare a sua
madre e a suo padre direttamente, senza dire niente». La ragazza è riuscita a
nascondersi dietro il frigorifero con il fratello e ha assistito a questi
crimini di guerra. «Loro hanno percosso le due sorelle della ragazza, poi hanno
sparato loro in testa», dice. «Dopo questo fatto suo fratello, in preda a uno
scatto d'ira, è corso verso i soldati urlandogli qualcosa, così quelli hanno
ucciso anche lui». «Dopo che i soldati se ne sono andati lei è rimasta
nascosta. È rimasta con le sue sorelle perché sanguinavano, erano ancora vive.
Aveva troppa paura di chiedere aiuto perché temeva che i soldati tornassero e
uccidessero anche lei. È rimasta lì tre giorni, senza acqua né cibo. Alla fine
uno dei cecchini americani l'ha vista e l'ha portata all'ospedale», aggiunge
prima di ricordami ancora una volta che tutta la testimonianza della ragazza è
documentata su pellicola.
Mi racconta brevemente un'altra storia che ha documentato, di
una madre che era in casa durante l'assedio. «Il quinto giorno d'assedio la
casa è stata bombardata e il tetto è caduto sul figlio tranciandogli le gambe»
dice usando le mani per mimare la scena. «Per ore la donna non è potuta uscire
perché avevano annunciato che avrebbero sparato a chiunque fosse andato in
strada. Perciò non ha potuto fare altro che fasciargli le gambe e guardarlo
morire davanti ai suoi occhi». Fa una pausa per tirare il fiato, poi continua.
«Uno dei miei colleghi, il dottor Saleh Alsawi, ha parlato di loro con grande
rabbia. Si trovava all'ospedale principale quando loro hanno fatto irruzione,
all'inizio dell'assedio. Sono entrati nella sala del teatro dove stavano
lavorando su un paziente... lui era lì perché è un anestesista. Sono entrati
con gli scarponi addosso, hanno malmenato i dottori e li hanno portati via,
lasciando il paziente a morire sul tavolo operatorio». Questa storia è già
stata riferita dai media arabi. Il medico mi parla del bombardamento della
clinica Hay Nazal durante la prima settimana di assedio. «Questa conteneva
tutti gli aiuti stranieri e le apparecchiature sanitarie di cui disponevamo.
Tutti i comandanti Usa lo sapevano, perché glielo avevamo detto in modo che non
la bombardassero. Ma nella prima settimana d'assedio l'anno bombardata due
volte». Poi aggiunge: «Naturalmente hanno preso di mira tutte le nostre ambulanze
e i dottori. Lo sanno tutti».
Il dottore mi dice che lui e alcuni altri medici stanno
cercando di citare in giudizio l'esercito americano per il seguente episodio,
per il quale egli ha la testimonianza su nastro. È una storia che mi è stata
raccontata da molti profughi anche a Baghdad... alla fine dello scorso novembre
mentre l'assedio era ancora in corso. «Durante la seconda settimana di assedio
sono entrati e hanno annunciato che tutte le famiglie dovevano lasciare le loro
case e recarsi all'incrocio della strada portando una bandiera bianca. Gli
hanno dato 72 ore per andarsene e poi sarebbero stati considerati nemici»
spiega. «Abbiamo documentato questa storia con un video: una famiglia di 12
persone, tra cui un parente e il suo figlio più grande di 7 anni. Avendo
ricevuto queste istruzioni, sono andati via con tutto il cibo e i soldi che
potevano riuscire a portare, e le bandiere bianche. Quando sono arrivati al
punto di raccolta dove le famiglie si stavano affollando, hanno sentito
qualcuno gridare “ora!” in inglese, e dappertutto sono cominciati a piovere
colpi di arma da fuoco».
Il giovane che ha raccontato questo episodio, ha visto i
cecchini sparare a suo padre e a sua madre: sua madre alla testa e suo padre al
cuore. Sono state colpite anche le sue due zie, poi suo fratello è stato
colpito al collo. L'uomo ha detto che quando si è alzato dal terreno per
chiedere aiuto, gli hanno sparato a un fianco. «Dopo alcune ore ha alzato il
braccio per chiedere aiuto e gli hanno sparato al braccio» continua il dottore,
«dopo un po' ha alzato la mano e gli hanno sparato alla mano». Un ragazzino di
sei anni si è sollevato sopra i corpi dei suoi genitori; piangeva, e hanno
sparato anche a lui. «Sparavano a chiunque si alzasse» aggiunge il dottore, che
mi ha detto di avere fotografie dei morti e delle ferite da arma da fuoco dei
sopravvissuti. «Dopo che è sceso il buio, l'uomo che ha parlato con me con suo
figlio, sua cognata e sua sorella è riuscito a strisciare via. Hanno raggiunto
un edificio e ci sono rimasti otto giorni. Avevano un bicchiere d'acqua e
l'anno dato al bambino. Hanno messo olio da cucina sulle ferite che
naturalmente si erano infettate, e per mangiare hanno trovato delle radici e
dei datteri».
Qui il dottore si ferma. Si guarda intorno, mentre fuori
passano le macchine sulle strade bagnate... l'acqua sibila sotto le gomme. Ha
lasciato Falluja alla fine di gennaio, perciò gli chiedo com'era la situazione
quando se n'è andato, recentemente. «Forse è tornato il 25% delle persone, ma
non ci sono ancora medici. Ora l'odio a Falluja contro ogni americano è
incredibile, e non li si può biasimare. L'umiliazione ai check-point non fa che
rendere la gente ancora più furiosa» mi spiega. «Sono stato lì, e ho visto che
chiunque volti la testa viene minacciato e malmenato dai soldati americani e
iracheni... un uomo lo ha fatto, e quando il soldato iracheno ha tentato di
umiliarlo, l'uomo ha preso il fucile di un soldato che si trovava lì vicino e
ha ucciso due soldati iracheni. Poi naturalmente gli hanno sparato». Il dottore
mi dice che l'esercito americano che sta girando dei film di propaganda sulla
situazione. «Il 2 gennaio al check-point nella zona nord di Falluja davano 200
dollari a famiglia per tornare in città in modo che potessero filmarli, quando
in realtà in quel momento nessuno stava tornando» dice. Questo mi ricorda della
storia che mi ha raccontato un mio collega su quello che ha visto a gennaio. In
quel periodo la troupe della Cnn è stata scortata dai militari a filmare i
netturbini che erano stati assunti come figuranti, e i soldati che davano le
caramelle ai bambini. «Tu devi capire - conclude il dottore - dopo tutto questo
odio è diventato difficile per gli iracheni, me compreso, distinguere tra il
governo americano e il popolo americano».
Traduzione di Marina Impallomeni