da: www.rebelion..org - 04/03/2005
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Georges Labica
La situazione creata dall’aggressione imperialista contro l'Iraq è fonte di insegnamenti: alcuni prevedibili, ma di un'importanza tale che i pronostici più lucidi non sempre avevano calcolato, e altri meno attesi, che sono sorti in conseguenza dei primi. Come affermava José Martí, “in politica il reale è ciò che non si vede”.
L'immagine
tradizionale ed accuratamente idealizzata della guerra non ha resistito alla
prova dei fatti. Gli strateghi del Pentagono, più comodi nei loro uffici
climatizzati che nei forni del deserto, avevano annunciato un lavoro pulito,
rapido e quasi terapeutico e non temevano di parlare di “attacchi chirurgici” o
di un'opzione a “morti zero”. Ovviamente, con quest’ultima espressione si
riferivano ai loro sbirri, perché l'avversario non rientrava nei loro conteggi.
Orbene, al quadro classico e banalizzato delle distruzioni di città [1] e dei
massacri di civili venne ad aggiungersi quello delle torture inflitte ai
prigionieri che furono sistematiche e decise dalle istanze più alte.
Dopo Guantánamo, che creó in modo artificiale il concetto di “combattenti
irregolari” e che negò a centinaia di uomini la qualità di soggetti di diritto,
sorse Abu Ghraib che aggiungeva le umiliazioni “numeriche” alle sofferenze
fisiche. Gli araldi della campagna del Bene contro il Male e del rispetto dei
diritti umani mostrano ciò che significa lo “scontro” di civiltà dando briglia
sciolta alla barbarie: il texano analfabeta saccheggia una civiltà prendendo a
modello la “sicurezza” dei pozzi di petrolio mentre si abbandona alla rapina il
museo più antico del mondo. La soldatesca impianta i suoi accampamenti nel
cuore dell'antica Babilonia di fronte alla disperazione degli archeologi [2].
In quanto al liberalismo, realizza la prodezza di mercanteggiare e privatizzare
la guerra. Stati Maggiori e personalità, al riparo nella loro “zona verde”,
affidano la loro sicurezza a 20.000 mercenari. È vero che il vantaggio di
questi “militari privati” non è poco.
Sulla base dei contratti firmati direttamente dai loro impresari - società
statunitensi o sudafricane, ugualmente private - con l'esercito degli Stati
Uniti, possono portare a termine operazioni tanto di sicurezza come offensive,
senza preoccuparsi di rendere conto a nessuno, vale a dire, in forma aliena al
diritto e nel segreto più assoluto. È certo che sono ben pagati, ma il loro
costo è molto inferiore a quello del soldato più modesto che dipende, già si
sa, da un'infrastruttura materiale ed umana molto più complessa di quella del
Vietnam. Inoltre i loro morti non si contabilizzano. Ma il quadro è incompleto
se non vi si aggiunge la disuguaglianza tra i due avversari. Il “primo esercito
del mondo” si vanta di andare a schiacciare alcune migliaia di uomini, di donne
e di bambini già ampiamente indeboliti dall’aggressione precedente, da un
embargo di 12 anni e - questo si conosce di meno - atrocemente impoveriti [3].
La vecchia massima “chi vince senza pericolo trionfa senza gloria” trova qui
una splendida illustrazione.
Invertendo
la famosa formula di Clausewitz, George W.Bush aveva già promosso la guerra al
grado di una politica il cui successo doveva essere assicurato dalla supremazia
della potenza militare. Si conoscono i suoi fini: proibire qualunque sviluppo
nazionale che cerchi di sfuggire al controllo statunitense, stabilire il
controllo sulle risorse energetiche più importanti del pianeta (quello che
Carlos Fuentes chiama il “petrol-potere”) e, nel caso del Vicino Oriente,
mantenere lo scudo nucleare israeliano. In modo ancor più radicale, si tenta di
mettere in moto una forza militare senza precedenti che assicuri la
conservazione dell'egemonia del dollaro, minacciata da un debito, anch’esso
senza equivalenti, e dall’espansione dell'euro.
Il metodo scelto consiste nello smembrare gli stati previamente demonizzati
(“stati canaglia”). Dopo la divisione della Yugoslavia in entità sottomesse
(Croazia, Slovenia), o durevolmente conflittuali (Bosnia, Kosovo), la scissione
dell'Iraq in tre parti - sciita, sunnita e curda - era l'obiettivo preso in
considerazione, mentre nel frattempo si continua a sollecitare la disgregazione
dell'antica URSS in stati meridionali come l’Azerbaigian o la Georgia ed
attualmente l’Ucraina, la cui rivoluzione “arancione” è stata cucinata a fuoco
lento dal Pentagono. Forse l'orchestrazione della campagna internazionale che
denunciò il “genocidio” in Darfour non cerca di punire il Sudan, colpevole di
vendere il suo petrolio alla Cina che, così come aveva annunciato Brzezinski
[4], è l'ossessione strategica a lungo termine? Forse non è programmata
l'implosione dell'Iran, sempre in nome della democrazia? [5] E chi non si rende
conto del fatto che il progetto denominato “Grande Medio Oriente” esprime
cinicamente la volontà di ridisegnare una mappa di paesi musulmani arabi
conforme agli interessi imperialisti meno dissimulati?
Il disprezzo dell'ONU, la sua debilitazione ed il servilismo del suo Consiglio
di Sicurezza - d'altra parte, obsoleto - servono solo all'ambizione egemonica.
La cosa certa è che il massacro degli indios, Hiroshima o la successione di
colpi di stato contro le nazioni dell'America Latina confermano che la guerra è
il modo d’esistere per gli Stati Uniti. Un osservatore privilegiato, il capo
indio Alfred Red Cloud (“Nuvola Rossa”), omonimo del suo celebre antenato, l'ha
appena ripetuto senza sotterfugi: “La storia
si ripete: gli Stati Uniti si comportano in Iraq allo stesso modo in cui si
comportarono in un altro tempo col mio popolo. Invadono la terra, distruggono i
luoghi, massacrano gli abitanti e si impadroniscono delle ricchezze”
[6]. Nel 1945, Harry Truman già definì alla perfezione l'associazione della
guerra “preventiva” con l'esportazione della “democrazia” proclamando la sua
dottrina: “Fare dell'America [sic] l'arsenale della democrazia”.
I
vantaggi legati alla lotta contro il terrorismo ed al discorso che gli fornisce
base ideologica sono considerevoli. Non solo consistono nel fare in modo che le
industrie della difesa marcino a tutto gas, ma si traducono anche in enormi
investimenti nella ricerca (il bioterrorismo dà già lavoro a 2000 scienziati),
nello sviluppo tecnologico (nucleare, missili, programmi di simulazione, etc.)
e nella fornitura di attrezzature di controllo elettronico (7000 milioni solo
per l'Afghanistan). Detto per inciso: le montature allarmistiche, che
alimentano l'ultra-sicurezza, sono di grande aiuto sul piano elettorale. Come
si è potuto comprovare, le reiterate menzogne di Bush e Blair a proposito delle
armi di distruzione di massa, che presumibilmente possedeva Saddam Hussein, o
della complicità di questi con Bin Laden, fanno parte della messa in scena.
L'ossessione costantemente alimentata di attacchi di ogni tipo ha conseguenza
per ogni dove, anche al di fuori degli Stati Uniti, l'inflazione dei bilanci
preventivi dell'esercito, della polizia e dei servizi segreti, il rafforzamento
delle misure autoritarie e l'arbitrarietà della repressione, il sacrificio
delle esperienze sociali e le regressioni della democrazia, il cui peggior
nemico è l'imperialismo, così come sappiamo dai tempi di Lenin. Nessuno dei
nostri paesi sviluppati, europei e liberi, sfugge a questo schema, tanto
favorevole che rafforza i poteri dominanti - della destra o della
socialdemocrazia - e provoca l'anestesia delle tensioni di classe, che al tempo
stesso non smette di attizzare. Benjamín Barber, l'ex consigliere di Clinton,
l'ha detto in tutta chiarezza: “Il terrorismo può incitare un paese ad avere
tanta paura da vedersi sottomesso ad una specie di paralisi” [7].
Al Qaeda può mantenere all'infinito la politica della guerra. L'invenzione di
questo nemico, tanto irraggiungibile da non disporre neanche di una base
geografica nazionale e che, per questo stesso motivo, può attaccare in
qualsiasi luogo, serve per propagare il terrorismo con un vigore analogo a
quello del discorso che lo denuncia in casa
propria, in Italia, in Francia, in Germania, in Spagna o in Gran
Bretagna, e perfino in altri luoghi dove le cose vanno peggio. Per esempio, in
un paese miserabile come l’Uzbekistan, un regime dittatoriale che autorizzò
l’insediamento della maggiore base militare statunitense dell'Asia Centrale,
“imprigiona a tambur battente in nome della guerra contro il terrorismo” e,
secondo Le Monde (18 giugno
2004), “getta in braccia all'islamismo una parte della popolazione”. Anche la
Cina invoca la “lotta contro il terrorismo” per reprimere il nazionalismo degli
“uiguri” di Xinjiang, qualificati come islamici.
In Palestina, dove a partire dall’11 settembre il presidente e premio Nobel
Arafat fu comparato a Bin Laden e poi a Saddam Hussein, l'esercito
d’occupazione si attribuì carta bianca per proseguire l'impresa della “Grande
Israele”: l'edificazione del muro dell'apartheid che preparava la strategia del
“trasferimento”. Inoltre, con fanfaronate molto simili, i governi che avevano
manifestato un’amabile ostilità verso l'aggressione contro l'Iraq,
incominciarono a poco a poco a chiedere scusa ed ad rientrare nell'ovile,
preparando il ricorso all'ONU ed all'intervento della NATO oppure, come nel
caso della Francia, votando a favore della risoluzione statunitense nel
Consiglio di Sicurezza e ristabilendo le relazioni diplomatiche coi fantocci
installati al potere a Baghdad. Inoltre, tutto il mondo deve sottomettersi al
controllo poliziesco imposto negli aeroporti dall'amministrazione degli Stati
Uniti. Qui e là, le pappardelle ufficiali contro l'antisemitismo,
ideologicamente associato all'antiamericanismo – evidentemente “primario” -
dispensano l'Unione Europea in tutti i modi dal sanzionare Israele. Con la
superpotenza al comando, è finito il tempo degli scontri interimperialistici
aperti. Il “trio” fa fronte comune.
Si tratta di una politica deliberata e concepita da tempo, prima degli attentati dell’11 settembre che semplicemente le offrirono l'alibi ideale. Era chiaro che, una volta chiusa la questione afgana, l’obiettivo seguente dell'impresa petrolifera era l'Iraq. Perfino se ci burliamo - con ogni ragione - della presunta “missione” civilizzatrice degli Stati Uniti ed ancor più del mito dell'esportazione della democrazia, di troviamo di fronte ad un'impresa di largo respiro, necessaria per la conservazione della superpotenza. Non sarebbe certo stato il coraggioso saldato John Kerry a dire il contrario, giacché durante la sua povera campagna elettorale non cessò di affermare (il 10 agosto scorso) il suo totale accordo con la crociata del suo avversario e che “tornerei a votare a favore della guerra”.
Ciò
nonostante, la situazione irachena ci offre un'altra lezione di enorme
importanza: la certezza che l'aggressione è fallita. È fallita due volte. Sul
terreno, l'esercito più potente del mondo, dotato della tecnologia più avanzata
e d’ineguagliabili mezzi di distruzione, mancante inoltre di qualunque scrupolo
morale od “umanitario”, non riesce a controllare un paese che già aveva
distrutto, né una popolazione che supponeva in ginocchio. La “vittoria della
coalizione”, celebrata con tanta enfasi, non ebbe luogo. Non resta che
ricordare che per Berlusconi si trattava solo di “alcuni beduini!”. Perfino se
dimentichiamo per un momento l'errore strategico - che già commisero in Vietnam
e che può capitare a qualunque Stato Maggiore – d’immaginare che niente resista
a chi possiede il ferro ed il fuoco e se allo stesso modo dimentichiamo quella
miseria culturale e congenita che vede unicamente nell'avversario, soprattutto
se arabo, l'infra-umano, è certamente impossibile dimenticare che, per quanto
l'umiltà non sia una virtù degli yankee, la loro arroganza batté qualsiasi
record, quando si consideri la nullità dei pronostici che fecero. No, la
popolazione non tese le braccia ai suoi liberatori e, se lo fece, fu per
strangolarli. No, l'esercito iracheno non affondò, solamente cambiò tattica.
No, il tessuto sociale non si strappò, e ciò nonostante i colpi ricevuti per un
decennio: sunniti e sciiti non si ammazzarono tra di loro. Al contrario, i
“vincitori” contano i loro morti ed i loro feriti a migliaia e si sforzano di
dissimularli davanti alla loro opinione pubblica. Malgrado non si pubblichino,
i rifiuti a servire l'esercito e perfino le diserzioni esistono.
Il Congresso incrementa senza tregua i crediti di guerra ed il Pentagono il
numero delle truppe, così come la durata del reclutamento. La resistenza, il
cui nome negano in modo tanto patetico i mezzi di comunicazione servili - che
solo parlano di “terroristi” o “ribelli” – non solo si è organizzata, bensì
tutto indica che è composta da un'insieme di forze politiche senza distinzione,
confessionali o no, e che, nonostante alcuni gruppi manipolati o mafiosi, gode
di un appoggio popolare molto ampio, che le permette di intervenire in forma
simultanea in tutte le regioni del paese. E’ forse necessario precisare che la
nostra solidarietà di occidentali non ci consente di dare alcun consiglio alla
resistenza irachena, qualunque siano le riserve che possiamo avere di fronte a
questo e quell’eccesso, giacché non sappiamo nemmeno se si tratta di puro
banditismo in questo caos monumentale che le forze d’invasione hanno creato nel
paese? Non abbiamo alcun diritto di giudicare le forme che adotta. Così come ha
detto in date recenti Walden Bello, Presidente di Focus on Global South, “questa deve essere una lezione per
la sinistra... i movimenti progressisti occidentali devono accettare
l'insurrezione e la resistenza irachene tali come sono e non dettare ciò che
dovrebbero essere”.
Avremmo per caso rifiutato nel secolo XVI di appoggiare i contadini tedeschi
che si sollevarono contro i loro signori, solo perché alla loro testa c’era il
sacerdote Thomás Münzer? Il supposto recupero della sovranità e gli annunci di
calendario, segnati dalla bacchetta di Iyad Allaui, un capo di Governo che è
contemporaneamente agente del controspionaggio, e di J.D. Negroponte, un
proconsole che fu supervisore degli squadroni della morte in Honduras ed in
altri luoghi, non hanno fatto altro che aggravare la situazione e moltiplicare
le azioni contro l'occupante. La farsa elettorale, annunciata con grande
sostegno propagandistico, è stata tanto convincente, popolare e democratica
quanto lo fu il regime di Laval nella Francia nazificata o quello
dell'imperatore Bao-Dai nell'Indocina coloniale, o quello di Karzai
nell'Afghanistan liberato. E’ necessario aggiungere che la rapacità
finanziaria, tanto chiaramente esposta da Michael Moore nel suo Fahrenheit 11.09, ancora non ha raggiunto
i suoi obiettivi e che Halliburton continua a non poter recuperare i suoi
investimenti? Il prezzo dell'oro nero sale ed i contribuenti si angustiano per
la fattura.
Il secondo fallimento si colloca sul piano della coscienza, ma non solo in quella della nazione irachena, bensì in quella che senza esagerazioni possiamo denominare universale. Ricordiamo lo straordinario movimento di opinione - senza precedenti storici - che in tutti i paesi si espresse contro l'aggressione. In realtà, non si trattava tanto di opinione pubblica quanto di popoli ed i più decisi furono precisamente quelli dei governi della “coalizione”, e ciò rese chiaro, sia detto per inciso, l'autentica natura delle democrazie borghesi. In contraddizione con le vigliaccherie o le complicità dei dirigenti, questo movimento non si debilitò. Ottenne perfino alcuni nuovi successi con la ritirata delle truppe che imposero le manifestazioni (Spagna, Filippine). L'opinione favorevole che gli stessi soggetti dell'Impero avevano dell'avventura irachena è diminuita da una percentuale superiore al 80% a meno del 50%! Siamo in presenza di una coscienza di massa che non si lascia ingannare dai proclami magniloquenti sul Diritto, la Democrazia od i Valori; né dalle menzogne in cerca di legittimazione guerriera “preventiva”; né dalle manipolazioni che utilizzano il ricatto della paura e neanche dalle campagne di disinformazione. Il discorso del terrorismo produce i suoi stessi anticorpi le cui reti e la cui efficacia, sebbene non abbiano vinto la partita, sono tanto dominanti che hanno aperto una prospettiva di lotta.
Questa lotta antimperialista non è in alcun modo un concetto teorico od un'astrazione. Non romperà di punto in bianco il giogo dell'ordine egemonico, ma d’ora in poi dispone di mezzi per confrontarsi con esso. Ha per vocazione il riunire le forze ancora disperse che a volte si cercano tra di loro, e ciò attraverso i fori sociali, i movimenti antiglobalizzazione o le organizzazioni progressiste più classiche, in vista della costituzione di un fronte internazionale di resistenza democratica, che non può escludere il ricorso alla violenza rivoluzionaria. Il suo primo compito, il cui esempio più inedito e decisivo è costituito dalla resistenza irachena, è inseparabile dalle manifestazioni militanti di solidarietà verso coloro che si trovano nelle postazioni più avanzate: il popolo iracheno e, insieme ad esso, il popolo palestinese e tutti i “paria” della terra, tanto del Nord come del Sud della cui speranza sono bandiera.
Una versione leggermente più breve di questo testo apparve ne L'Ernesto (Roma - agosto 2004), e in Utopie critique (Parigi - settembre 2004).
[1] Falluja ha ingrossato la lista delle città martiri, insieme a Guernica, Dresda, Coventry, Oradour, Hiroshima o Nagasaki. Una riproduzione della tela di Picasso su Guernica, pubblicata dal Ministero Venezuelano della Cultura, porta in sovrimpressione la parola “Falluja”.
[2] Gli specialisti parlano perfino di “genocidio culturale”. Il dottor Curtis, direttore delle antichità del Vicino Oriente nel British Museum, ha consegnato una relazione sulle distruzioni dei luoghi archeologici le cui informazioni sono state qualificate come “terrificanti” da Lord Redescale, Presidente della Commissione Parlamentare britannica di archeologia (vedasi Joëlle Penochet, Combat-Nature, nr.143, novembre 2003).
[3] L'Iraq conquistato ha dovuto pagare enormi “danni di guerra” ai suoi vincitori; per esempio, 16.000 milioni di dollari al Kuwait, 2.000 milioni alla “Commissione di indennizzazione” dell'ONU che consegnò 70 milioni a Stati Uniti e Gran Bretagna. Le multinazionali fanno la parte del leone in questa miniera: 18 milioni a Halliburton, 7 a Beschtel, 2,3 a Mobil, 1,6 a Shell, 2,6 a Nestlé, 3,8 a Pepsi, 1,3 a Philip Morris e 321 al Kentucky Fried Chicken; nel 1999, Texaco aveva ricevuto 505 milioni di dollari.
[4] Si veda Le grand échiquier.
[5] Si veda l'ultima produzione dello stesso Brzezinski, Le vrai choix.
[6] Si veda l’intervista apparsa su Le Monde des religions, gennaio-febbraio 2005.
[7] Si veda L'Empire de la peur.