Il nuovo volto dell’Iraq dopo le elezioni del 30 gennaio
Non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere.
Coloro che hanno raccontato la farsa elettorale del 30 gennaio scorso in
Iraq definendola come “atto fondante della democrazia” , piuttosto che come primo
passo verso la teocrazia, hanno dato prova, nel migliore dei casi, di una
totale cecità e/o di una evidente disonestà intellettuale.
Nulla, in effetti, di queste elezioni, nel loro svolgimento e nei loro
risultati somiglia neppure lontanamente
ad una consultazione democratica credibile. Fini all’ultimo minuto la schiacciante maggioranza dei candidati
era sconosciuta alla maggioranza dei loro elettori, la dislocazione dei seggi
tenuta segreta, per non parlare dell’esclusione volontaria o imposta di buona
parte del corpo elettorale e della completa mancanza di osservatori
stranieri. Se simili elezioni si
fossero tenute in qualsiasi altro paese (ricordate l’Ucraina?) avremmo sentito
strillare come aquile e gridare allo scandalo i portavoce della Casa Bianca e
del Dipartimento di Stato. Viceversa,
anzichè indignazione, abbiamo assistito ad una eclatante esibizione di cinismo
politico e mediatico, soprattutto da parte di Dick Cheney, che rivolgendosi
agli ascoltatori di Fox News ha dichiarato: “Dobbiamo stare attenti a non
dimenticare che ciò che succede in Iraq non può assomigliare ai fatti politici
che avvengono in Wyoming o a New York. L’avanzamento della democrazia in Iraq
si compirà nel rispetto della sua storia, della sua cultura, delle diverse fedi
religiose e del ruolo che si vorrà attribuire alla religione nella società”.
A questo punto è lecito chiedersi se era necessario provocare cosi tanti danni
e vittime, mobilitare una tale potenza militare distruttiva, per arrivare ad un
tale pietoso risultato, ossia ad un regime teocratico con alla testa uomini le
cui mani sono sporche di sangue iracheno.
Dal primo ministro uscente Allawi all’ultimo arrivato, Ibrahim Jaafari,
fino al presidente del partito islamico sciita, Al-Da’awa, passando poi per i leaders
tribali curdi, Barzani e Talebani, e
molti altri cosiddetti democratici sbarcati dalle jeeps delle truppe di
occupazione, “astri sorgenti” della “democrazia irachena”, hanno tutti un
torbido passato. Allawi non si vanta
forse di essere stato all’epoca di Saddam, l’organizzatore, su mandato della
CIA, di attentati terroristici nel pieno centro di Bagdad? Il partito di
Al-Jaafari non ha forse rivendicato, tra i molti crimini compiuti, il
tentativo di assassinare il figlio
primogenito di Saddam? Il braccio
armato del suo partito non è forse responsabile degli spettacolari attacchi
armati contro l’ambasciata irachena di Beyrut nel 1981 e contro le ambasciate
francesi e statunitensi in Kuweit nel 1983?
Che dire delle milizie islamiche sciite addestrate nelle caserme dei
Guardiani della Rivoluzione iraniana e dei Peshmerga curdi addestrati e armati
dagli israeliani e che ora costituiscono la spina dorsale del nuovo esercito
iracheno?
Queste sono le forze emergenti del nuovo potere iracheno risultate elette dal
voto del 30 gennaio che avranno l’ultima parola nella elaborazione della nuova
costituzione, prevista per la fine del 2005, che consacrerà, con la benedizione
USA, il carattere teocratico del regime quale premessa di nuovi, sanguinosi
conflitti interni.
Ci chiediamo se non sia troppo tardi per evitare il peggio.
Una parte crescente di iracheni è ormai convinta che l’unica strada possibile
per uscire dalla catastrofe sia la fine dell’occupazione e la riconciliazione
nazionale. Non sono solo i sunniti a
rifiutare il progetto che gli americani ed i loro alleati vorrebbero imporre al
loro paese.. Le personalità più
rappresentative di questo schieramento, invitati collaborare nella redazione
della nuova costituzione esigono in via preliminare “un calendario di ritiro
delle forze di occupazione, preciso, chiaro e garantito internazionalmente”,
nonché “la rinuncia alla distribuzione del potere su basi confessionali,
razziali o etniche” e “il riconoscimento del popolo iracheno a resistere contro
le forze di occupazione”. Pur
esprimendo “rifiuto degli atti terroristici contro iracheni innocenti ed i
luoghi di culto”, negano all’amministrazione nata dalle elezioni del 30 gennaio
(definita illegittima e fraudolenta) “il diritto di concludere trattati
internazionali che snaturino la sovranità dell’Iraq e la sua indipendenza
nonchè la svendita delle sue ricchezze nazionali”.
Non sembra proprio che queste richieste siano così esorbitanti. In ogni caso si fa strada la convinzione,
nelle forze che resistono all’occupazione, che in mancanza di un accordo di
riconciliazione delle forze rappresentative della società irachena, finalizzato
alla ricostruzione di un Iraq democratico, uno e indivisibile, l’attuale bagno
di sangue proseguirà e si estenderà al di là delle sue frontiere dilagando nei
paesi del mondo arabo.
La polveriera curda a Kirkutz, sorvegliata a distanza con apprensione da
Turchia e Siria, la crescita dell’integralismo sciita ed il rischio di
“contagio” paventato dai vicini Stati del Golfo, nonché il rischio di
destabilizzazione dell’Iran e della Siria, tentati di costituire con il Libano
una sorta di “arco sciita” ai bordi del caos iracheno, sono altrettante mine
che rischiano di esplodere sotto i piedi dell’occupante americano.
Majed Nehmè
Traduzione di Se Ri da Afrique Asie, marzo 2005)