www.resistenze.org - popoli resistenti - iraq - 08-03-05

Il nuovo volto dell’Iraq dopo le elezioni del 30 gennaio


Non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere.  Coloro che hanno raccontato la farsa elettorale del 30 gennaio scorso in Iraq definendola come “atto fondante della democrazia” , piuttosto che come primo passo verso la teocrazia, hanno dato prova, nel migliore dei casi, di una totale cecità e/o di una evidente disonestà intellettuale.

Nulla, in effetti, di queste elezioni, nel loro svolgimento e nei loro risultati somiglia neppure lontanamente  ad una consultazione democratica credibile.  Fini all’ultimo minuto la schiacciante maggioranza dei candidati era sconosciuta alla maggioranza dei loro elettori, la dislocazione dei seggi tenuta segreta, per non parlare dell’esclusione volontaria o imposta di buona parte del corpo elettorale e della completa mancanza di osservatori stranieri.   Se simili elezioni si fossero tenute in qualsiasi altro paese (ricordate l’Ucraina?) avremmo sentito strillare come aquile e gridare allo scandalo i portavoce della Casa Bianca e del Dipartimento di Stato.   Viceversa, anzichè indignazione, abbiamo assistito ad una eclatante esibizione di cinismo politico e mediatico, soprattutto da parte di Dick Cheney, che rivolgendosi agli ascoltatori di Fox News ha dichiarato: “Dobbiamo stare attenti a non dimenticare che ciò che succede in Iraq non può assomigliare ai fatti politici che avvengono in Wyoming o a New York. L’avanzamento della democrazia in Iraq si compirà nel rispetto della sua storia, della sua cultura, delle diverse fedi religiose e del ruolo che si vorrà attribuire alla religione nella società”.

A questo punto è lecito chiedersi se era necessario provocare cosi tanti danni e vittime, mobilitare una tale potenza militare distruttiva, per arrivare ad un tale pietoso risultato, ossia ad un regime teocratico con alla testa uomini le cui mani sono sporche di sangue iracheno.   Dal primo ministro uscente Allawi all’ultimo arrivato, Ibrahim Jaafari, fino al presidente del partito islamico sciita, Al-Da’awa, passando poi per i leaders tribali curdi, Barzani e Talebani,  e molti altri cosiddetti democratici sbarcati dalle jeeps delle truppe di occupazione, “astri sorgenti” della “democrazia irachena”, hanno tutti un torbido passato.   Allawi non si vanta forse di essere stato all’epoca di Saddam, l’organizzatore, su mandato della CIA, di attentati terroristici nel pieno centro di Bagdad? Il partito di Al-Jaafari non ha forse rivendicato, tra i molti crimini compiuti, il tentativo  di assassinare il figlio primogenito di Saddam?   Il braccio armato del suo partito non è forse responsabile degli spettacolari attacchi armati contro l’ambasciata irachena di Beyrut nel 1981 e contro le ambasciate francesi e statunitensi in Kuweit nel 1983?   Che dire delle milizie islamiche sciite addestrate nelle caserme dei Guardiani della Rivoluzione iraniana e dei Peshmerga curdi addestrati e armati dagli israeliani e che ora costituiscono la spina dorsale del nuovo esercito iracheno?

Queste sono le forze emergenti del nuovo potere iracheno risultate elette dal voto del 30 gennaio che avranno l’ultima parola nella elaborazione della nuova costituzione, prevista per la fine del 2005, che consacrerà, con la benedizione USA, il carattere teocratico del regime quale premessa di nuovi, sanguinosi conflitti interni.
Ci chiediamo se non sia troppo tardi per evitare il peggio.

Una parte crescente di iracheni è ormai convinta che l’unica strada possibile per uscire dalla catastrofe sia la fine dell’occupazione e la riconciliazione nazionale.   Non sono solo i sunniti a rifiutare il progetto che gli americani ed i loro alleati vorrebbero imporre al loro paese..   Le personalità più rappresentative di questo schieramento, invitati collaborare nella redazione della nuova costituzione esigono in via preliminare “un calendario di ritiro delle forze di occupazione, preciso, chiaro e garantito internazionalmente”, nonché “la rinuncia alla distribuzione del potere su basi confessionali, razziali o etniche” e “il riconoscimento del popolo iracheno a resistere contro le forze di occupazione”.    Pur esprimendo “rifiuto degli atti terroristici contro iracheni innocenti ed i luoghi di culto”, negano all’amministrazione nata dalle elezioni del 30 gennaio (definita illegittima e fraudolenta) “il diritto di concludere trattati internazionali che snaturino la sovranità dell’Iraq e la sua indipendenza nonchè la svendita delle sue ricchezze nazionali”.

Non sembra proprio che queste richieste siano così esorbitanti.   In ogni caso si fa strada la convinzione, nelle forze che resistono all’occupazione, che in mancanza di un accordo di riconciliazione delle forze rappresentative della società irachena, finalizzato alla ricostruzione di un Iraq democratico, uno e indivisibile, l’attuale bagno di sangue proseguirà e si estenderà al di là delle sue frontiere dilagando nei paesi del mondo arabo.

La polveriera curda a Kirkutz, sorvegliata a distanza con apprensione da Turchia e Siria, la crescita dell’integralismo sciita ed il rischio di “contagio” paventato dai vicini Stati del Golfo, nonché il rischio di destabilizzazione dell’Iran e della Siria, tentati di costituire con il Libano una sorta di “arco sciita” ai bordi del caos iracheno, sono altrettante mine che rischiano di esplodere sotto i piedi dell’occupante americano.

Majed Nehmè

Traduzione di Se Ri da Afrique Asie, marzo 2005)