www.resistenze.org - popoli resistenti - iraq - 19-05-05

da: www.rebelion.org - 17-05-2005
http://www.rebelion.org/noticia.php?id=15253

Un "desfile de bienvenida” de sangre y de ira al rojo vivo
Una “sfilata di benvenuto” di sangue e rabbia rosso fuoco


di Dahr Jamail

Come se fossero cosa da poco più di 400 iracheni morti violentemente durante la prima quindicina del “governo” iracheno appena installato, la Segretaria di Stato USA, Condoleeza Rice, ha fatto una visita a sorpresa alla più recente colonia degli Stati Uniti.

Dopo aver visitato il nord dell’Iraq, che non è stato interessato dal peggio dell'attuale violenza, Rice si è recata nella “zona verde”, fortemente trincerata nel centro di Baghdad, dove si trova l’“ambasciata” degli USA. Nell’antico Palazzo Repubblicano si è rivolta ad una multitudine, scenario perfetto per la sua simbolica visita all'Iraq, dove un numero sempre maggiore di iracheni definisce la devastante occupazione che opprime il loro paese come la loro nuova “sanguecrazia”.

“Siamo riconoscenti del fatto che ci siano statunitensi disposti a sacrificarsi, affinché il Medio Oriente sia un tutt’uno, libero, democratico ed in pace”, ha annunciato prima di tornare col suo immenso contingente di elicotteri militari nel nord dall'Iraq, al rifugio montano fortificato del leader del Partito Democratico Curdo, Massoud Barzani, e prima di abbandonare la nazione distrutta dalla guerra.

Invece di una sfilata di benvenuto con coriandoli e petali di rosa per la Segretaria di Stato degli USA, che fu uno degli architetti dell'invasione, oggi sono stati scoperti in tutto l'Iraq 34 cadaveri di uomini, uccisi a colpi d’arma da fuoco, decapitati o sgozzati.

Altri aspetti del suo caloroso benvenuto hanno incluso sparatorie al passaggio in Baghdad, costate la vita ad un alto funzionario del Ministero dell’Industria, al suo autista e ad un illustre religioso sciita, così come un attacco con due bombe a Baquba, che quasi costò la vita al  governatore della provincia di Diyala (ma perirono altri quattro membri del suo convoglio). Una seconda bomba è stata recapitata, dopo la prima, da un uomo che, correndo a piedi verso un convoglio, ha fatto detonare la sua cintura di esplosivi.

Quando sono arrivate le ambulanze, il loro personale, prestando cure a 37 iracheni feriti, ha trovato pezzi di corpi sparsi in pozze di sangue e frammenti di vetro.

Non soltanto la vasta maggioranza degli iracheni in Iraq si oppone con veemenza all'attuale occupazione, ma ad Amman, quelli che ho incontrato nella “Compagnia di Trasporti Tra Due Fiumi”, erano ugualmente furenti per l'occupazione.

Nel grande ufficio del direttore generale della compagnia, autisti di Baghdad, Baquba, Sadr City, Falluya, Ramadi e Bassora, sunniti e sciiti allo stesso modo, ascoltando le mie domande, si sono raccolti attorno a bicchieri di tè caldo per esprimere le loro frustrazioni.

Prima dell'invasione, erano soliti effettuare tra i 4 ed i 5 viaggi al mese tra Amman e Baghdad. Ora fanno un viaggio al mese, soprattutto perché prima di attraversare la frontiera giordana si vedono obbligati ad affrontare una coda di diversi chilometri... per 18 giorni. Questo è dovuto, ritengono, ad un incalzare non necessario da parte delle autorità di frontiera giordane.

Dormono nelle cabine dei loro camion mentre la fila arranca verso la frontiera. Un autista di Bassora mi dice che nel momento in cui lasciano di notte i loro camion i soldati statunitensi sparano loro. Guardo tutti nella sala e vedo che tutti assentono con la testa.

Nessuno è contento della situazione.

“Tutti i nostri problemi si devono agli statunitensi”, dice Ahmed, un autista che sta tentando di portare rifornimenti a Ramadi: “I soldati hanno circondato la città per molto tempo, vi è una sola entrata e tutta la gente nella città soffre. Gli statunitensi hanno portato con loro tutti questi problemi”.

Si menziona il tema della guerra civile e Mohammed, un autista sciita di Sadr City esplode: “Gli occupanti stanno creando questi problemi tra sciiti e sunniti, ma non ci divideranno! Tutte le occupazioni significano soltanto distruzione e sofferenza!”

Di nuovo, guardo intorno, nello spazio strapieno di iracheni collerici e vedo che tornano ad assentire.

Ahmed alza la voce sugli altri e, con gli occhi ardenti d’ira, rilancia: “Mio cugino è ad al-Qaim, e mi ha appena detto che gli statunitensi in quell'area hanno distrutto tante case ed ucciso donne e bambini!”

Tutta l'attenzione nella sala si concentra su un uomo grande, con baffi, che porta una dishdasha marrone, mentre continua:

“Entrano nelle nostre case, dove sono donne e bambini, e questo si scontra totalmente con le nostre tradizioni e cultura. Devono immediatamente abbandonare il nostro paese!”

Ad Amman, non solo gli iracheni si oppongono alla brutale occupazione del loro paese. La maggioranza dei giordani con cui ho parlato durante l'ultima settimana la pensa allo stesso modo. Come mi ha detto due giorni fa nel mio hotel un anziano giordano, proveniente della Palestina: “Gli  iracheni devono resistere a questa occupazione adesso, o finiranno come i palestinesi”.

Nell'ufficio dei camionisti, l'umore è di estrema collera, frustrazione ed urgenza.

Hamad, uno sciita di Bassora, partecipa alla discussione e dichiara: “Li ho visti distruggere tre fattorie a Diyala! Perché non possono rimanere nelle loro basi come i britannici al sud? Se rimanessero nelle loro basi le cose andrebbero molto meglio per noi”.

“Ho visto coi miei stessi occhi gli statunitensi, quando una loro pattuglia fu raggiunta da una bomba sul bordo della strada, aprire il fuoco contro tutte le automobili civili circostanti” esclama Mohammed.

Tutti cominciano a parlare allo stesso tempo, udendo le sue parole, e la collera fa alzar loro la voce.

Al di sopra del chiasso, Rathman, un autista di Falluya, afferma: “Se Bush fosse veramente un uomo, dovrebbe uscire da solo in strada!”

“Insh'Allah [Se Dio vuole] l'Iraq sarà la tomba degli statunitensi”, aggiunge Ahmed, “al-Qaim è costituita da tre piccoli villaggi e con tutti i loro aerei e carrarmati non riescono a controllarli. Se hanno un po' di coraggio, che attacchino uno o due villaggi senza aerei ed elicotteri e carrarmati e che combattano da uomo a uomo!”

Un autista sciita di Hilla, una piccola città a sud di Baghdad, dice con serietà che gli USA sono “l’impresa madre del terrorismo”.

Il mio interprete Abù Talat, il mio amico Aisha ed io, decidiamo che è ora di accomiatarci. Diversi  uomini ci seguono nella strada e, mentre aspettiamo un taxi, continuano ad esprimere le loro opinioni. Sono ansiosi di proseguire, vedono la mia penna come una valvola di sfogo per le loro frustrazioni, mentre io continuo a prendere nota.

“Perché i mezzi di informazione non forniscono più notizie su al-Qaim?” domanda Ahmed, mentre si avvicina un taxi per raccoglierci.

“Consigliamo energicamente al popolo statunitense di far pressione sul suo governo, affinché se ne vada dall'Iraq”, dice un uomo di al-Karma che chiede lo chiami Alì.

Mentre entriamo nel veicolo domanda: “Ora siamo liberi da Saddam Hussein, cosicché sono venuti gli statunitensi come liberatori o come acquirenti?”

Traduzione a cura di Adelina Bottero e Luciano Salza