L’impero colpira’ ancora?
di Cesare Allara
Nella marcia verso l’egemonia su tutto il pianeta, l’impero USA trova un’inattesa e ostinata resistenza da parte di individui, popoli e governi che non intendono essere privati della loro indipendenza, che non vogliono rinunciare alla propria cultura, e che non si sottomettono ai ricatti e alle direttive economiche dettate da Washington tramite organismi quali la Banca Mondiale o il Fondo Monetario Internazionale. Non solo questa marcia si è arrestata, ma siamo in presenza in alcuni casi di un vero e proprio ripiegamento. L’Uzbekistan, ad esempio, ha dato lo sfratto alle basi militari USA impiantate per la guerra all’Afghanistan, ma che servivano per controllare le risorse energetiche dell’Asia Centrale a discapito della Russia, e facevano parte di quel cordone sanitario formato per contenere e minacciare la Cina, l’avversario più pericoloso per le mire di Washington.
Quasi tutta l’America Latina, pur fra molte contraddizioni, sta cercando di affrancarsi dalla secolare dipendenza economica, politica e militare degli USA. In particolare, il presidente del Venezuela Hugo Chàvez con la rivoluzione bolivariana sfida apertamente gli USA stipulando accordi economici ed energetici con i più importanti paesi latino-americani; creando un polo informativo, Telesur, alternativo alle televisioni embedded come Fox o CNN, e praticando politiche antiliberiste che provocano l’ira di Washington. In un appassionato ed entusiasmante discorso durato quasi due ore, tenuto lunedì sera 17 ottobre alla Camera del Lavoro di Milano alla presenza di un migliaio di persone, il presidente Chàvez, in Italia per il 60° anniversario della FAO, ci ha raccontato gli sforzi del suo governo per la creazione di un asse del bene fra i popoli e i governi dell’America Latina per contrastare la minaccia dell’imperialismo USA; ci ha ricordato che la libertà senza eguaglianza serve solo ai forti per dominare i deboli, che l’unico modo per combattere la povertà e fare sì che i poveri prendano il potere, e che la salvezza dell’umanità risiede nel socialismo e passa per la sconfitta dell’imperialismo USA.
Gli USA hanno cercato di sbarazzarsi di Chàvez con il colpo di stato del 12 aprile 2002, subito abortito per la fedeltà d’una parte dell’esercito e per la straordinaria mobilitazione popolare. Poi il reverendo Pat Robertson, noto esponente della destra religiosa nordamericana, ha dichiarato che è indispensabile uccidere Chàvez per impedire che il Venezuela diventi “un trampolino di lancio per l’infiltrazione comunista e islamica in America Latina”. Lo stesso Chàvez ha poi denunciato pubblicamente che gli USA hanno approntato ormai da tempo piani operativi per invadere il Venezuela. In questi casi, nessuno in Italia si è indignato ed ha organizzato manifestazioni di protesta davanti all’ambasciata USA.
L’invasione del Venezuela non si è ancora realizzata per almeno due motivi. Il primo è l’enorme appoggio popolare di cui gode la rivoluzione bolivariana. Pertanto un’aggressione al Venezuela non sarebbe un blitz di pochi giorni per rovesciare un dittatore come fu per Noriega nel 1989 o un governo non gradito come a Grenada nel 1983, ma innescherebbe una guerra popolare con conseguenze imprevedibili per il Venezuela e per tutta l’America Latina. In secondo luogo, occorre tener conto delle impreviste e insormontabili difficoltà militari che gli USA trovano in Iraq. Il 28 dicembre 2002 quando era oramai evidente che l’aggressione all’Iraq era imminente, Donald Rumsfeld avvertì la Corea del Nord,che poco prima aveva annunciato la ripresa del suo programma atomico, che gli USA erano in grado di combattere anche due guerre contemporaneamente. In realtà, gli USA possono far fronte a più guerre a bassa intensità come in Afghanistan, ma non riescono a sostenere e a vincere una sola guerra di popolo come fu quella vietnamita e quale è quella irachena. L’imperialismo non è certo una tigre di carta, ma è un dato di fatto che alle difficoltà sul teatro di guerra iracheno cominciano a pesare sempre di più anche quelle interne. Il fronte interno contro la guerra si va ampliando come segnalano i sondaggi sulla declinante popolarità di Bush jr e, da quasi un anno, le forze armate non riescono più a raggiungere gli obiettivi mensili di reclutamento, nonostante che negli USA si contino 36 milioni di poveri. Per ovviare alla crescente indisponibilità dei giovani poveri all’arruolamento, il Pentagono ha recentemente commissionato una ricerca per individuare le famiglie e i giovani in difficoltà economiche per agevolare il compito dei reclutatori, e alcuni membri del Congresso hanno proposto di ricercare anche negli stati africani le truppe da inviare in Iraq.
Nel 2003 gli USA si dimostrarono risoluti ad invadere l’Iraq anche da soli e si accontentarono di essere seguiti da una coalizione di volonterosi; oggi, pur mantenendo alta la pressione sugli stati canaglia, questi limiti costringono gli USA a mettere l’opzione militare all’ultimo posto, non avendo neppure la capacità di frenare l’afflusso verso l’Iraq di uomini ed armi dall’Iran e dalla Siria. Come dimostrano i casi del contestato programma nucleare iraniano e del presunto coinvolgimento del governo siriano nell’attentato all’ex primo ministro libanese Rafiq Hariri del 14 febbraio scorso, gli USA sono obbligati ad ostentare un approccio più diplomatico, ricercando pazientemente i più ampi consensi internazionali per imporre le sanzioni ONU ad Iran e Siria.
Le difficoltà degli USA in Iraq sono comprovate dalle dichiarazioni delle autorità militari e dell’amministrazione Bush, quando affermano che il ritiro delle truppe non potrà avvenire prima di dieci anni. Realisticamente, nessuna delle due parti in lotta in Iraq è in grado di vincere entro breve tempo questa guerra perché da una parte la resistenza non è in grado di cacciare gli invasori, per l’impossibilità di confrontarsi in campo aperto contro la strapotenza tecnologica e militare degli USA. I quali a loro volta non riescono ad avere ragione di combattenti che si muovono come pesci nell’acqua appoggiati dalla maggioranza della popolazione che, come dicono tutti i sondaggi, ne ha abbastanza dell’occupazione dell’USA.
Non potendo sbandierare vittorie militari, gli USA hanno celebrato il 30 gennaio scorso in un clima da stato d’assedio il rito delle elezioni, che si sono svolte senza alcun controllo internazionale, dove in molti casi gli elettori non conoscevano neppure i nomi dei candidati o l’ubicazione dei seggi, con il duplice scopo di dimostrare all’opinione pubblica mondiale che l’Iraq si stava avviando sulla strada della democrazia, e per insediare un governo che a sua volta approvasse la presenza delle truppe straniere nel paese.
Per giustificare l’occupazione dell’Iraq, la propaganda USA attribuisce alla presenza delle truppe multinazionali un ruolo di mediazione e di garanzia fra sciiti, sunniti e kurdi per evitare lo scoppio d’una guerra civile, e di protezione contro i terroristi di Al Qaeda a cui sono ascritti tutti gli attentati che colpiscono anche la popolazione civile. La storia dell’Iraq ci racconta invece che: 1) In Iraq non sono mai avvenuti conflitti religiosi. 2) Il contenzioso fra le due etnie, araba e kurda, ha riguardato esclusivamente il controllo delle zone petrolifere di Kirkuk e Mosul e la conseguente spartizione dei proventi petroliferi. 3) Il passato regime non ha favorito solo i sunniti, come invece all’unisono ripetono tutti i mezzi di comunicazione per spiegare il revanscismo sciita e quindi giustificare un ruolo d’interposizione delle truppe straniere, ma ha privilegiato chiunque gli dimostrasse fedeltà prescindendo dall’etnia o dalla corrente religiosa d’appartenenza: basta scorrere l’elenco dei dirigenti baathisti per appurarlo. Le potenze imperialiste per mantenere i loro possedimenti coloniali hanno sempre adottato il metodo del divide et impera. Nell’Ottocento, ad esempio, l’Inghilterra inserendosi nei conflitti regionali ora fomentandoli ora soffocandoli, favorì la nascita nella penisola araba di piccoli emirati, molto deboli militarmente e quindi meglio controllabili, definiti da confini disegnati esclusivamente su misura degli interessi britannici. Gli USA tentano di ripetere l’operazione in Iraq facendo svolgere un referendum che, con l’obiettivo del federalismo, sancisce la divisione etnica e religiosa del paese in tre staterelli, anche con lo scopo di evitare che in futuro l’Iraq possa tornare ad essere una potenza regionale ostile ad Israele.
Per sminuire il ruolo della resistenza popolare contro l’occupante, gli USA ascrivono tutte le operazioni militari contro le loro truppe e tutti gli attentati che colpiscono anche la popolazione civile ai terroristi di Al Qaeda. In realtà, il più agguerrito gruppo terroristico operante in Iraq è la CIA. Presente in forze insieme al Mossad nel Kurdistan iracheno già dall’istituzione della no fly zone settentrionale nell’aprile 1991, costretta per breve tempo a ritirarsi per l’avanzata dell’esercito iracheno nell’agosto-settembre 1996 durante la guerra civile kurda, ma subito reintegrata con l’operazione Desert Strike, dopo l’invasione del 2003 la CIA ha installato a Baghdad la sua più grande base operativa mondiale dopo Langley in Virginia. Compito principale dei vari servizi di intelligence operanti in Iraq è quello di provocare ed alimentare le divisioni degli iracheni per dimostrare la loro incapacità a decidere autonomamente il loro destino.
A Basrah, il 19 settembre scorso, due agenti speciali inglesi in abiti civili arabi tentano di forzare un posto di blocco su un’auto carica di armi ed esplosivi, sparando e uccidendo due poliziotti iracheni, ma sono arrestati. Il giorno seguente, dieci carri armati inglesi con la copertura di elicotteri da battaglia sfondano il muro del carcere di Basrah e liberano i due agenti speciali. Il consiglio comunale di Basrah, all’unanimità, sospende la collaborazione con le autorità militari britanniche pretendendo scuse e indennizzi, mentre il portavoce della polizia afferma che i due arrestati “pianificavano di far esplodere delle bombe in luoghi santi sciiti, lavoravano per il Mossad e le armi in loro possesso dovevano servire a provocare il caos”.
A Baghdad, l’11 ottobre scorso, come riporta l’agenzia Iraqwar, alcuni abitanti di un quartiere della capitale notano due individui vestiti da arabi che armeggiano vicino a quella che si rivelerà essere un’autobomba. Una pattuglia della polizia irachena arresta i due sospetti che risultano essere due cittadini USA, ma intervengono subito i militari USA che portano via i due sospetti.
L’enorme spiegamento militare e le ingenti risorse economiche che gli USA stanno investendo in questa guerra, peraltro perfettamente compatibili con le esigenze del military industrial complex spina dorsale dell’economia USA, fa capire che in Iraq si sta combattendo una guerra le cui conseguenze non riguardano solo il futuro di quel paese o gli assetti del Medio Oriente. Una sconfitta o una non vittoria USA in Iraq avrà ripercussioni politiche, economiche e sociali devastanti e forse sovvertitrici per il mondo intero, ma di quanto sopra, in Italia tutta la sinistra alternativa e antagonista, immersa nelle piccole miserie politiche quotidiane sembra non accorgersi.
Torino, 2 novembre 2005