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da rebelion.org - http://www.rebelion.org/noticia.php?id=39636
19/10/2006
 
L'occupazione si sta sgretolando
Jim Lobe
 
Se il primo ministro iracheno Nuri Kamal al-Maliki confidava ciecamente nella promessa del presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, circa il mantenimento dei suoi soldati in Iraq in forma indefinita, dovrà pensare qualcosa di meglio. L'occupazione è sempre più difficile da sostenere.
 
Benché Bush si mantenga fermo nella sua determinazione di conservare in Iraq le truppe, le circostanze politiche, senza parlare della situazione sul campo - che scivola rapidamente verso una guerra settaria generalizzata - cospirano contro i suoi piani.

Ci sono chiara segni che l'appoggio alla strategia del presidente di mantenere i suoi piani, si sta erodendo. Sempre più leader del Partito Repubblicano - come il presidente del Comitato dei Servizi Armati del Senato, John Warner - esprimono preoccupazione per la situazione in Iraq e mettono in dubbio la promessa del presidente circa la trasformazione di quel paese in una democrazia, che addirittura dovrebbe diventare un modello per il Medio Oriente.

E poi c’è l’ostacolo del probabile trionfo del Partito Democratico nelle prossime elezioni legislative statunitensi del 7 novembre, che potrebbe recuperare il controllo della Camera dei Rappresentanti, e magari anche del Senato.

La maggioranza dei democratici appoggiano l'idea di fissare il termine di un anno per il ritiro delle truppe. Quella posizione ha permesso loro di guadagnare un crescente appoggio popolare, nonostante siano stati qualificati come “deboli” nella lotta contro il terrorismo.
 
Segnali simili si vedono anche Londra, il più stretto alleato di Washington nella “guerra mondiale contro il terrorismo” ed il maggiore contribuente di truppe nella coalizione che occupa l'Iraq.
Il nuovo capo dell'Esercito della Gran Bretagna, Richard Dannatt, in una lunga intervista per il Daily Mail, ha usato gli stessi argomenti branditi l'anno scorso dal più acceso sostenitore del ritiro delle truppe tra i democratici statunitensi, il congressista John Murtha.

Il governo britannico “dovrebbe tirarci fuori, dall'Iraq, e presto, perché la nostra presenza aumenta i problemi di sicurezza”, ha dichiarato al giornale, ed ha aggiunto che in Iraq una democrazia liberale tale quella pronosticata da Bush è fuori da ogni realtà.

Le dichiarazioni di Dannat, così come quelle dell'ex istruttore nella Reale Accademia Militare britannica ed ora direttore del Centro per Analisi di Politica Estera, Paul Moorcraft, riflettono il pensiero di tutto il “sistema militare britannico.”

Il fatto che le opinioni di Moorcraft siano state pubblicate il lunedì nel The Washington Times, incondizionatamente sostenitore delle politiche di Bush, lascia l'impressione che perfino i repubblicani più conservatori sono arrivati ad un punto di rottura con la guerra in Iraq.

In realtà, il quotidiano lunedì annunciava un articolo che contrastava le valutazioni ottimiste fatte agli inizi di quest’anno dal massimo comandante degli Stati Uniti in Iraq, George Casey, con le sue più recenti dichiarazioni, in cui metteva in dubbio la capacità delle forze di sicurezza irachene di rimpiazzare quelle statunitensi, la condizione minima di Bush per iniziare un graduale ritiro.
Casey aveva pronosticato che gli Stati Uniti potrebbero ridurre il numero di soldati in Iraq, dagli attuali 130.000 a circa 30.000 per dicembre. Ma Washington ha aumentato i militari presenti superando i 140.000 negli ultimi mesi, un livello che secondo il capo dell'Esercito, Peter Schoomaker, dovrebbe essere mantenuto fino al 2010. Questa stima ha provocato vero panico tra i congressisti repubblicani, coscienti che l'occupazione dell'Iraq è il maggiore scoglio per la vittoria nelle elezioni di novembre.

L'incremento del numero di soldati è dovuto soprattutto all'aggravamento della violenza a Baghdad, dove il numero di morti registrate per mese dal Ministero della Sanità irachena - arrivate a 1.400 già agli inizi dell'estate – in settembre sono arrivate ad oltre 2.600.
Incrementando la presenza di truppe nella capitale irachena, Washington spera di contenere la violenza settaria, ma ciò sembra molto lontano dall’accadere.
“I militari statunitensi hanno un programma in due fasi per la sicurezza a Baghdad”, ha spiegato in un'intervista televisiva l'analista Juan Colai, specialista sull’Iraq dell'Università del Michigan.
“Ma la battaglia per Baghdad è cominciata ad agosto, e non solo non c’è stata una diminuzione degli attacchi, ma questi sono aumentati. Nella capitale abbiamo avuto 50, 60, 70 cadaveri ogni giorno, trovati tutti con spari dietro le orecchie”, ha detto Colai, che ha proposto un “ritiro graduale”. Ma la violenza non è limitata a Baghdad, né al baluardo insorto sunnita della provincia di All'Anbar, confinante con la Giordania.

Il fine settimana, una serie di assassini di rappresaglia tra sunniti e sciiti ha fatto più di 100 morti nella città di Belate, circa 80 chilometri al nord della capitale, in un'area in cui la vigilanza è stata affidata alle forze irachene dagli Stati Uniti appena il mese scorso.
Frattanto, anche i caduti statunitensi sono aumentati ad agosto, proprio quando sono stati inviati più soldati per pacificare Baghdad.

Il numero di caduti, è passato dai 63 in agosto ai 74 in settembre, ed in questo mese è già arrivato a 60. Ottobre potrebbe diventare il mese con più perdite registrate in quasi due anni, aggiungendo argomenti a beneficio di chi chiede un'urgente ritiro.
Tutto questo ha creato il panico tra i sostenitori dell'occupazione, specialmente tra i neoconservatori, che avevano spinto con entusiasmo l'invasione nel 2003.

In un articolo pubblicato questa settimana su Weekly Standard, l'analista Reuel Marc Gerecht, del centro accademico conservatore American Enterprise Institute, ha ammesso che “cresce un consenso a Washington”, in tutti i settori politici, sulla necessità di una “rapida uscita” dall'Iraq.
 
Traduzione dallo spagnolo di FR per www.resistenze.org