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Da Baker a Bush: fine del gioco
Robert Dreyfuss, 30 novembre 2006
L'odierno rapporto diplomatico del Gruppo di Studio dell’Iraq (ISG), condotto dall’ex Segretario di Stato James Baker, che chiederà un ritiro delle forze di combattimento americane in Iraq, rappresenta l'inizio della fine della guerra in Iraq. Al di là delle sue paludate parole diplomatiche, le raccomandazioni dell'ISG sono un colpo secco per l'amministrazione di George W. Bush e per tutti quelli che la sostengono. Secondo il New York Time, uno dei membri di commissione dell'ISG ha affermato "avevamo da muovere il dibattito nazionale tra il fermare il corso e il come fare a incominciare ad invertirlo".
Di fronte al parere dell’ISG, appoggiato da una decisa maggioranza Democratica nel Congresso, che è stata catapultata al potere da un elettorato americano logorato della guerra, il Presidente Bush non avrà nessuna alternativa a capitolare. Agli inizi del 2007, truppe americane cominceranno a ritornare a casa. Logorata dalla guerra, la principale corrente dei Repubblicani, che è ansiosa di togliere l’Iraq dal tavolo prima delle elezioni del 2008, sosterrà fortemente la strategia di uscita dell'ISG. Ciò segna un ampio, irreversibile cambiamento di corso per la politica estera americana, un colpo ferale al Vicepresidente Dick Cheney e alla restante (ma calante) popolazione di neoconservatori nell'amministrazione.
Aggiungendo il danno alla beffa, questa politica sarà portata avanti dal Segretario della Difesa Robert M. Gates, un ex membro dell'ISG, che eliminerà dal Pentagono i neocon, i fedelissimi Rumsfeld e vari altri estremisti.
La decisione dell'ISG, che sarà annunciata ufficialmente 6 dicembre, rappresenta un formale riconoscimento dalle istituzioni della politica estera americana che la guerra di aggressione in Iraq, criminalmente intrapresa da Bush, è persa. Una guerra che è stata voluta per insegnare al mondo paura e timore reverenziale verso il potere americano, sta finendo come una prova effettiva che gli Stati Uniti sono troppo deboli per soggiogare una nazione frammentata di 25 milioni di persone. Una guerra che era stata voluta per assicurare una posizione preminente per gli Stati Uniti nel Golfo Persico, ricco di petrolio, sta finendo con l'America in piena ritirata, che lascia un Iraq devastato, un Iran risorgente ed un’Arabia Saudita adirata, amareggiata e disgustata dall’approssimazione americana. Una guerra che è stata voluta per migliorare la forza regionale di Israele sta ora finendo con ciò che sembra essere una spinta a rinvigorire la soluzione diplomatica della questione palestinese in Siria, in Libano e nei Territori Occupati- che avverrà a spese di Israele-
È una guerra che ha alienato gli alleati degli U.S., imbaldanzito i suoi avversari e rivali, infiammato i suoi nemici e sacrificato il suo prestigio. Per ogni giorno che si protrae l’occupazione statunitense dell'Iraq, ognuno di questi effetti è amplificato. Sostenendo la fine della guerra, il Gruppo di Studio dell'Iraq ha deciso di fermarne almeno il versamento di sangue.
E’ troppo tardi comunque per arrestare il tributo di sangue in Iraq. Dopo la morte di seicentomila iracheni, gli Stati Uniti partiranno dall’Iraq lasciandosi dietro una nazione i cui cittadini dovranno lottare per decenni per ricostruire la loro società. L'invasione statunitense dell'Iraq è un crimine di guerra di prima grandezza, una guerra illegale che ha distrutto una nazione che non aveva mai attaccato gli Stati Uniti, che non aveva alcuna arma di distruzione di massa, che non aveva legami con al-Qaida, che non aveva collegamenti con gli attacchi dell’11 Settembre e che, fin dall'inizio della guerra, era un piccolo paese impoverito con un esercito decimato. La Guerra Civile in Iraq può ottenere davvero il peggio e può durare per anni. Ogni singola morte e tutte insieme saranno sulla coscienza di George W. Bush- ammesso che davvero all'ipocrita propugnatore della Bibbia resti qualche coscienza.
Anche mentre a Washington sono aumentati quelli che si arrampicano per trovare una formula per porre fine alla guerra, Bush era sballottato in un altro viaggio all’estero, come un forsennato Capitain Queeg. Dalla Lettonia, al vertice Nato, mettendo ancora una volta in imbarazzo gli Stati Uniti, Bush concionava "Io non ritirerò le nostre truppe dal campo di battaglia prima che la missione sia completata" e "Noi non possiamo accettare nulla di meno della vittoria". Lasciata la Lettonia, Bush è sbarcato ad Amman, Giordania. Là, è stato umiliato da Nouri al-Maliki, il vano primo ministro senza potere dell’Iraq, che ha deciso di avere cose più importanti da fare che tenere una cena di incontro col presidente degli Stati Uniti. (Con Bush sufficientemente umiliato, si incontrerà oggi.)
Il naufragio della politica del Medio Oriente di Bush si prospetta di fronte a lui. Come ha indicato con poco tatto Re Abdullah di Giordania, il Medio Oriente non affronta una ma tre guerre civili separate: in Iraq, in Libano e in Palestina. Il megalomani ayatollah iraniani stanno mostrando i loro muscoli in tutta la regione, addestrando i ribelli sciiti in Iraq, appoggiando Hezbollah in Libano e premendo le cleptocrazie arabe del Golfo. Un arcigno Israele sta indurendo le ostilità ai palestinesi, mentre minaccia Libano e Siria e lancia cupi avvertimenti di bombardare le installazioni nucleari dell’Iran. L’Afganistan sta entrando in un circuito fuori controllo. Il Pakistan potrebbe cedere qualsiasi giorno alla destra radicale islamista e andare verso la guerra con l'India. Il riscontro di Bush in Medio Oriente è di un’incredibile incompetenza. La vuota retorica della "Guerra Globale al Terrore" non riesce a mascherare una politica che ha condotto al caos e alle stragi.
Le raccomandazioni dell'ISG non sono sufficienti. La loro intenzione annunciata di richiedere un ritiro di 15 brigate da combattimento lascia ancora aperta la porta a una rimanente presenza militare U.S. in Iraq molto più grande del necessario. Questa evidente omissione di richiesta di una precisa scadenza, sebbene l'espediente politico- si dice un compromesso fra i suoi membri Repubblicani e Democratici- che lascia spazio a dilazioni o uno stallo. Ma nell'avviare il processo, l'ISG ha fatto a George Bush un'offerta che lui non può rifiutare.
Tuttavia l’ISG- in realtà neanche migliaia di ISG lo potrebbero- non riesce a garantire che le ripercussioni dell'occupazione U.S. dell'Iraq non inneschino un processo fuori controllo. Con l'aiuto di un massiccio sostegno diplomatico esterno ed il coinvolgimento positivo dei sei paesi confinanti, la guerra civile in Iraq potrebbe calmarsi. Oppure potrebbe accelerare, lasciando un altro milione e più di iracheni morti. E, così facendo, potrebbe trascinare Iran, Turchia, Arabia Saudita ed altri, facendo esplodere un sanguinoso conflitto regionale. Nessuno lo sa. L'ISG non lo sa.
Ci sono misure che possono essere prese per diminuire le possibilità che si presenti il caso dello scenario peggiore. Tali misure non possono essere lasciate agli Stati Uniti. In ogni modo il processo in Iraq è ora imballato e dovrà farsi avanti la comunità mondiale- le Nazioni Unite, la Lega Araba, i paesi confinanti dell'Iraq, l'Organizzazione della Conferenza Islamica e potenze come la Cina e il Giappone-. Kofi Annan, il segretario generale dell'ONU, ha già proposto di tenere una conferenza di riconciliazione nazionale tra sette e gruppi etnici iracheni in conflitto. Saranno necessarie centinaia di altre iniziative come questa. Non è troppo tardi per sperare.
Traduzione dall’inglese per resistenze.org di Bf.