www.resistenze.org - popoli resistenti - iraq - 31-03-07
Da: La Rinascita Quotidiano online
www.comunisti-italiani.it/frames/index.htm
«Vogliono solo tornare a casa». I palestinesi in Iraq: parla Kassem al Aina
Domenico Giovinazzo
L’associazione Beit Aftal Assomud diretta da Kassem al Aina, che è anche coordinatore delle ong palestinesi in Libano, ha organizzato un’iniziativa in favore delle migliaia di rifugiati palestinesi in Iraq, molti dei quali profughi della guerra arabo-israeliana del 1948, che nel Paese sotto occupazione americana stanno subendo crimini e gravi discriminazioni.
Kassem, che cosa sta succedendo?
In Iraq ci sono circa 20mila rifugiati palestinesi, la maggior parte di loro vive lì da quando Israele li costrinse a fuggire dalla loro terra. Dall’inizio dell’occupazione americana dell’Iraq hanno subito, e continuano a subire, dei veri e propri attacchi armati, sia da parte dell’esercito di occupazione sia dai militari iracheni. Molti palestinesi sono stati uccisi, rapiti o maltrattati, e tutt’oggi vivono nel terrore di continui attacchi. E’ una situazione pesante anche a livello psicologico: se stanno male hanno paura di andare dal medico; i giovani, per il timore di subire violenze o di essere attaccati o sequestrati per strada, non frequentano le scuole e le università.
Perché questa violenza?
Molti sciiti in Iraq sostengono che i palestinesi, che sono sunniti, abbiano appoggiato il regime di Saddam Hussein. In realtà, questa è semplicemente una giustificazione pretestuosa. I palestinesi erano, come tutti gli altri iracheni, in balia del regime.
E’ vero che le autorità irachene hanno adottato anche alcuni provvedimenti discriminatori nei confronti dei palestinesi?
Sì, è vero, dei provvedimenti assurdi e ingiustificati: hanno bloccato il rilascio dei documenti, non concedono permessi per spostamenti all’interno del Paese o per andare all’estero, escludono i palestinesi da ogni tipo di aiuto umanitario che arriva in Iraq. Sono tutte discriminazioni ingiustificate.
C’è un’organizzazione dell’Onu, la Unrwa, che si occupa della tutela dei profughi palestinesi in tutto Medioriente, ma in Iraq non è mai stata autorizzata a farlo. Chi dovrebbe sostituirla?
I palestinesi in Iraq non sono mai rientrati sotto la copertura della Unrwa perché né le precedenti autorità irachene né quelle attuali l’hanno mai accreditata. L’Unhcr (l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, ndr) sin dal 2003 ha dichiarato che sono le autorità americane e quelle irachene a doversi assumere la responsabilità della protezione dei rifugiati palestinesi… ti ho già descritto come lo stanno facendo.
Molti tentano di scappare dall’Iraq, ma gli stati confinanti negano loro l’asilo…
E’ vero, sono molti ormai i palestinesi accampati al confine con l’Iran e la Siria, vivono nelle tende con tutti i disagi, e vengono respinti dagli altri stati. E’ anche per loro che noi chiediamo aiuto, hanno bisogno di assistenza sanitaria, medicine, cibo e beni di prima necessità.
In cosa consiste l’iniziativa che avete organizzato?
Abbiamo rivolto un appello a tutti coloro che si sentono vicini a questo dramma. Raccogliamo fondi che servono ad acquistare ciò di cui i rifugiati hanno più bisogno. Compriamo cibo, acqua, medicine e altri beni primari che vengono portati in Iraq grazie all’aiuto di alcune ong palestinesi presenti in Siria.
Quindi ci sono altre associazioni e organizzazioni attive come voi su questo fronte?
Qualcosa comincia muoversi anche grazie all’impegno che ci siamo assunti di portare questo problema all’attenzione del maggior numero di persone possibile. Io stesso ho tenuto delle conferenze nelle Università su questo. In Siria, come ho detto, ci sono organizzazioni palestinesi che forniscono assistenza ai profughi oltre il confine con l’Iraq. Il mondo dell’associazionismo e delle ong è abbastanza impegnato, quello che manca è il contributo dei governi.
Anche il Libano è un Paese che di rifugiati palestinesi ne ospita molti. Recentemente c’è stato uno sciopero nel campo palestinese di Nahr al Bared. Qual era il motivo della protesta?
I palestinesi si lamentano perché nel loro campo è presente Fatah al Islam, un gruppo di fondamentalisti che le stesse organizzazioni aderenti all’Olp considerano una fazione non palestinese. A causa della presenza del gruppo di Fatah al Islam nel campo di Nahr al Bared i palestinesi hanno continui problemi con l’esercito e la polizia libanesi, quello che chiedono è che questo gruppo se ne vada perché possa tornare la tranquillità.
Il ritorno dei profughi in Palestina è uno dei nodi più problematici nel processo di pace con Israele. Olmert si aspettava dal recente vertice di Riyadh la cancellazione di questo punto dalla proposta araba di pace del 2002. Si può effettivamente risolvere la questione israelo-palestinese senza trovare una soluzione al problema dei profughi?
Assolutamente no, è impensabile un percorso che non preveda il rientro dei profughi del 1948 in Palestina. Israele ha fatto e fa pressioni su alcuni leader arabi che hanno posizioni più morbide verso Tel Aviv, ma è impossibile che cedano su questo punto, non avrebbero neanche il diritto di farlo. Sono i palestinesi stessi a dover trattare sul rientro, e loro chiedono giustamente che venga rispettato il diritto dei profughi a tornare nel proprio Paese.