www.resistenze.org - popoli resistenti - iraq - 20-04-07
da Parti du Travail de Belgique - PTB
www.ptb.be/scripts/article.phtml?section=A1AAABBSBA&obid=34360
Per il 78% degli iracheni gli Usa sono la causa delle violenze
Gli attentati contro i civili sono fonte d’attualità. L’Irak sprofonda nella guerra civile. I rapporti americani contraddicono questa testi.
Tony Busselen
18-04-2007
Secondo un recente sondaggio pubblicato per il quotidiano britannico The Sunday Times, solamente il 27% degli Iracheni intervistati pensano che la violenza con la quale convivono tutti i giorni sia il risultato di una guerra civile[1] secondo un sondaggio realizzato dall’università americana del Meryland, il 78% degli iracheni sono convinti che la presenza delle truppe americane più che portare stabilità generi violenza. Sono il 71% quelli che vogliono che se ne vadano[2]
L’istituto Brookings a Washington si è incaricato di pubblicare un rapporto quotidiano su tutte le cifre riguardanti la guerra in Irak. Gli altri numeri del rapporto si basano sulle fonti ufficiali americane. Il numero degli attentati è arrivato l’anno passato da una media di 185 per giorno, il doppio rispetto al rapporto dell’anno precedente. Il 75% degli attentati sono contro l’esercito americano, il 17% contro quello iracheno ufficiale e solamente l’8% contro obbiettivi civili non specificati[3]Questi obbiettivi civili comprendono ugualmente servizi privati e le imprese che lavorano direttamente o indirettamente per gli occupanti americani. Ma malgrado tutto, e sfortunatamente, una parte degli attentati colpisce anche dei civili iracheni. Si può parlare di combattimenti tra milizie rivali che difendono degli interessi di capi locali. Ci sono, anche qui, delle milizie delle parti del governto che, costituite in squadroni della morte, terrorizzano villaggi intieri per conservare il loro potere.
Per molti iracheni esiste un legame tra le milizie e gli occupanti americani. Abdul Abdulla, 68 anni, è fuggito da Bagdad tre mesi fa. Spiega che “ molti iracheni non osano uscire di casa per paura delle milizie. Per contro, le milizie si appostano all’angolo di ogni via per fermare tutti quelli che entrano od escono degli abitanti. Questi commandos della morte sono sono comparsi dopo la venuta del vecchio ambasciatore americano Jhon Negroponte. E il governo iracheno è certamente implicato nella gestione di queste milizie[4]
Centinaia di migliaia di iracheni reclamano forte e chiaro la partenza degli occupanti.
Lunedì 9 aprile, centinaia di migliaia di iracheni hanno manifestato nella città di Najaf contro l’occupazione americana nell’occasione del quarto anniversario della caduta di Bagdad. La maggioranza dei manifestanti si è avvolta nelle bandiere irachene. Le bandiere americane invece sono state bruciate e calpestate.
Questa manifestazione è stata indetta dal capo spirituale sciita Moqtada al Sadr, che non fa parte della resistenza militare contro l’occupazione. Fino a lunedì dirigeva in effetti un blocco politico con 6 ministri in governo, di cui la maggioranza di ispirazione filoamericana. Ma anche tra queste parti, che hanno accolto con gioia la caduta di Saddam Hussein, l’opposizione agli Usa non smette di crescere. Hussein Ali, professore, dice “ Noi siamo stati molto pazienti, è troppo tempo che speriamo per una situazione migliore. Ma al contrairo stiamo cadendo in una palude di odio tra fratelli e tutti questi spargimenti di sangue servono unicamente agli interessi dei capi della guerra per conquistare ancora più potere e denaro”. Un consiglio comunale della città portuale di Basra conclude: “per 4 anni le autorità americane e irachene sono state impegnate in una guerra, mettendo i loro piani in esecuzione, per prenderci il nostro petrolio e far esplodere il nostro paese”[5]n altro manifestante è più esplicito ancora “l’occupante vuole che l’irak sia libero. Ma quale libertà? Quale liberazione? Tutto è solo distruzione. Noi non abbiamo bisogno della loro liberazione ne della loro presenza. Vogliamo che se ne vadano dal paese”[6]
1) The Sunday Times, 18 mars 2007 • 9 avril 2007, page 26
2) WorldPublicOpinion.org , 27 septembre 2006
4) IPS, 11 avril 2007;
5) IPS, 11 avril 2007
6) Reuters, 10 avril 2007
traduzione dal francese per resistenze.org a cura di Gabriele Proglio