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da "Granma"

Iraq: uccisi giornalisti cinque volte più che in Vietnam

Lisanka Gonzalez Suarez

21/12/2007

La guerra in Iraq voluta dagli Stati Uniti ed i suoi soci, prossima ad arrivare al quinto anno, ha lasciato sul campo un numero impressionante di giornalisti morti mentre svolgevano il loro lavoro di informare su fatti e notizie.
La situazione non ha precedenti. In nessuno dei conflitti che hanno sconvolto il mondo sono caduti tanti corrispondenti e lavoratori di supporto dei mezzi d’informazione. La cifra di 63 corrispondenti morti nei 20 anni di guerra in Vietnam, definita come la più sanguinosa per i professioni del settore, sembra ora rimpicciolirsi.

I dati forniti dal Tribunale di Bruxelles, fino al 27 ottobre 2007, parlano per l’Iraq già di 300 morti tra giornalisti, cameraman, fotografi e lavoratori di supporto, nazionali e stranieri.

Le statistiche diffuse da media e organizzazioni che, contraddicendo queste cifre, riportavano un numero minore di vittime, erano riferite esclusivamente ai giornalisti non iracheni.

In cambio, la maggior parte dei professionisti del settore morti sono del posto.

Se ci atteniamo ai dati diffusi da questa organizzazione, in tutta la guerra, dal suo inizio nel marzo 2003, sono stati uccisi 276 professionisti di nazionalità irachena. 160 erano reporter, 27 cameraman, 6 fotografi, 12 traduttori ed il resto lavoratori di supporto. I corrispondenti esteri uccisi sono stati 24.

In totale, se si sommano i 5 morti per cause non violente, la cifra raggiunge l’astronomico numero di 305, di cui 276 erano uomini e 29 donne.

Gli anni con maggiori perdite sono stai il 2006 con 89 colleghi morti e il 2007 con 78.

Le cifre, nonostante le timide proteste di alcune organizzazioni che venga rispettata la vita di chi svolge la missione di informare, sono aumentate considerevolmente dal 2005, quando si registravano 3 morti ogni mese, rompendo tutti i record conosciuti.

Fino ad ora, 18 dei 70 sono morti in questa nazione per fuoco diretto delle forze di occupazione nordamericane, cosa che ha portato diverse organizzazioni internazionali a chiedere protezione per la vita dei giornalisti, alcune hanno anche chiesto all’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) di avviare un’inchiesta internazionale.

Essere corrispondente, soprattutto indipendente, e dire la verità su quello che sta succedendo in questa nazione è un lasciapassare verso la morte. Non c’è nessuna garanzia per la vita di coloro che informano su questa guerra, in particolare se di origine irachena.

La mano criminale, ora, sta arrivando anche ai familiari, come ultimamente a Baghdad. La Rete di Notizie dell’Iraq, organo indipendente di informazione, ha diffuso un comunicato denunciando che un gruppo di ignoti ha assassinato 11 membri della famiglia del giornalista Dia al Kauaz, redattore capo di questo quotidiano digitale. Gli omicidi, indica la nota, sono stati commessi nella mattinata di domenica 25 novembre da cinque uomini armati che, dopo aver fatto irruzione nella casa di Kauaz, hanno crivellato di colpi tutta la sua famiglia. Tra le vittime diverse donne e bambini.

D’altro lato ben 62 professionisti dell’informazione sono stati sequestrati, la maggioranza aveva preso posizione contro l’occupazione. Per questi, molti di origine irachena, il destino è ignoto.

Sicuramente fino a che non si ponga fine alla guerra non si saprà quale sia stato il destino di molti colleghi scomparsi. I loro nomi si uniscono a quelli di altre vittime, tra cui centinaia di professori universitari, professionisti ed intere famiglie che sono state massacrate con il pretesto di essere presunti insorgenti.

Traduzione di Gabriele Proglio per www.resistenze.org