www.resistenze.org - popoli resistenti - iraq - 10-01-08 - n. 210

da World Socialist Web Site - www.wsws.org/articles/2008/jan2008/iraq-j02.shtml
in Rebelion - www.rebelion.org/noticia.php?id=61355
 
La situazione in Iraq all’inizio del 2008
 
James Cogan - traduzione in spagnolo di Beatriz Morales Bastos
 
Le informazioni dei mezzi di comunicazione di massa sui festeggiamenti per l’anno nuovo a Baghdad non possono nascondere il fatto che gli iracheni hanno poco da sperare dal 2008 e, meno ancora, da celebrare il 2007. L’anno scorso è stato un altro anno di morte, di distruzione e di sofferenze. Persino i dati incompleti raccolti da Associated Press – che comprendono solo le morti registrate ed escludono i cosiddetti resistenti morti nei combattimenti contro le forze statunitensi e del governo iracheno – dimostrano che almeno 18.610 civili sono morti in conseguenza della violenza. Altre decine di migliaia di persone sono morte a causa degli effetti prodotti dalla denutrizione, dalle cattive condizioni dell’acqua potabile, dalla contaminazione con l’uranio impoverito e da un sistema sanitario che non funziona.
 
Il 2007 sarà ricordato come l’anno in cui l’agenzia britannica ORB ha calcolato che 1.200.000 iracheni sono morti sotto l’occupazione statunitense, confermando il numero di morti calcolato precedentemente da scienziati dell’Università John Hopkins. Sarà ricordato anche come l’anno in cui più di un milione di iracheni è stato obbligato ad abbandonare le proprie case, per fuggire dalla violenza settaria fomentata e incoraggiata dalle politiche dell’imperialismo statunitense. L’ “ondata” degli altri 30.000 soldati statunitensi inviati nel paese tra marzo e giugno è stata accompagnata da quella che forse ha rappresentato la peggiore pulizia etnica e di comunità della storia moderna dell’Iraq.
 
Il 21 dicembre l’UNICEF ha pubblicato una statistica che rivelava il livello sociale della distruzione: solo il 28% degli iracheni di 17 anni ha potuto svolgere gli esami finali nel 2007, mentre la violenza ha impedito a circa un milione di bambini di frequentare la scuola primaria.
 
Queste cifre mettono in rilievo l’accusa avanzata da WSWS il 24 maggio 2007, secondo cui gli artefici dell’invasione dell’Iraq avevano commesso un “sociocidio” – l’assassinio sistematico e deliberato di tutta una società – per appropriarsi del territorio del paese e delle sue risorse petrolifere a beneficio della classe dirigente imprenditoriale statunitense. Occorre indicare come responsabili di questi crimini di guerra gli appartenenti all’amministrazione Bush e i suoi alleati.
 
Migliaia di famiglie statunitensi e britanniche hanno pagato un prezzo amaro. Il numero dei soldati delle forze d’occupazione morti in Iraq nell’anno 2007 è stato il più alto dall’invasione di marzo 2003. Ha perso la vita un totale di 901 statunitensi, 47 britannici e nove soldati di altri paesi occupanti. La cifra totale delle vittime statunitensi di questa guerra illegale ammonta ora a 3.904 morti e 28.661 feriti – molti dei quali hanno sofferto danni cerebrali, hanno perso arti o soffrono per altri danni permanenti. Altri 30.185 soldati sono stati evacuati per lesioni non dovute direttamente armi da fuoco, come malattie o problemi psicologici. Almeno 132 soldati statunitensi si sono suicidati in questo paese devastato dalla guerra.
 
Il 2008 vedrà la continuazione delle morti e delle mutilazioni. Nella conferenza stampa di fine d’anno, celebrata il 29 dicembre, il comandante statunitense in Iraq, generale David Petraeus, ha buttato acqua gelata sulle dichiarazioni, secondo cui l’ “ondata” statunitense era riuscita a tenere sotto controllo il paese. Mentre segnalava la diminuzione delle morti statunitensi rispetto ai tre mesi precedenti – il numero dei morti è stato il più basso dall’inizio del 2004 – avvertiva che “inevitabilmente ci saranno ancora duri combattimenti, ancora giorni e settimane duri, anche se pochi, se Dio vorrà”.
 
L’avvertimento di Petraeus è da attribuirsi alla natura evidentemente temporanea della modesta diminuzione del rischio per i soldati statunitensi. La diminuzione degli attacchi alle forze di occupazione non è dovuta al fatto che ci sia stato qualche cambiamento nella durissima opposizione da parte degli iracheni alla presenza statunitense o qualche miglioramento nelle catastrofiche condizioni di vita in cui si trova la maggior parte degli iracheni, ma è da attribuirsi ad una serie di accordi disperati, orchestrati da Petraeus, per comprare vari gruppi della resistenza a base arabo-sunnita e per assicurarsi un cessate il fuoco con la principale opposizione fondamentalista sciita, l’Esercito Mahdi del religioso Moqtada Al Sadr.
 
Questi accordi sono venuti alla luce. Nell’ovest dell’Iraq e nelle enclavi sunnite dentro Baghdad e nei dintorni di questa città ci sono almeno 70.000 membri della milizia pagati dall’esercito nordamericano. I suoi dirigenti, molti dei quali erano in relazione con il regime di Saddam Hussein, stanno cercando di svolgere un ruolo politico maggiore mediante un sordido accordo per la spartizione del potere con i partiti fondamentalisti sciiti e quelli nazionalisti curdi che dominano il governo fantoccio dell’Iraq sostenuto dagli Stati Uniti. In questo processo, tutte le fazioni si stanno contrapponendo alle speranze e alle aspirazioni della classe lavoratrice dell’Iraq, che appartiene a tutte le sette e gruppi etnici.
 
A circa due milioni di profughi iracheni in Siria e in Giordania si sta raccontando che avranno la possibilità di ritornare alle loro case. Ma che possano ritornare o meno dipenderà dal fatto che appartengano alla medesima setta, la cui milizia in questo momento sta controllando il quartiere di cui sono originari. A migliaia di sciiti è stato impedito di entrare in zone che si trovano sotto l’autorità della milizia sunnita e che, in molti casi, sono sbarrate da mesi da muri di cemento alti 12 piedi, innalzati dagli statunitensi. Contemporaneamente, decine di migliaia di sunniti e cristiani espulsi dalle milizie sciite hanno perso tutto. In base all’accordo tra Sadr e Petraeus, l’Esercito Mahdi ha assunto il potere in ampie zone di Baghdad e le governa come un feudo settario in nome del religioso.
 
La rabbia per la divisione della città, negoziata con gli Stati Uniti, e per l’ascesa delle milizie, viene accresciuta dall’incapacità dell’occupazione di assicurare lavoro e servizi essenziali. La miscela di disoccupazione e lavoro precario in zone come Sadr City raggiunge il 70%, ragion per cui nuovi focolai di resistenza sono inevitabili.
 
Anche nel sud dell’Iraq a maggioranza sciita, la situazione è instabile. In termini pratici, l’accordo di Sadr con le forze di occupazione ha significato l’abbandono dei suoi sostenitori (che in maggioranza fanno parte della classe lavoratrice) all’esercito statunitense e al Consiglio Supremo Islamico Iracheno (SIIC, la sua sigla in inglese), il maggior partito sciita favorevole all’occupazione e rappresentante degli interessi dei più potenti ambienti affaristici sciiti e delle elites clericali. In conseguenza di ciò, centinaia di uomini della milizia sadrista sono stati considerati come “elementi indesiderabili”, si è dato loro la caccia e sono stati imprigionati o ammazzati.
 
Osservatori della politica irachena stanno notando la crescita della disaffezione tra la base sadrista per il tira e molla di Sadr e la sua collaborazione con l’esercito statunitense. Il mese scorso, Peter Harling dell’International Crisis Group ha dichiarato a McClatchy Newspapers: “Non so per quanto tempo si potrà continuare così. I sostenitori di Sadr sembrano essere estremamente frustrati, sono intenzionati a rispettare la decisione di Moqtada (la cessazione del fuoco), ma non per molto tempo ancora”.
 
Secondo un articolo del 26 dicembre del Washington Post, c’è stata una retata contro molti di loro a Najaf, Karbala, Hilla e Diwaniya. Ci sono prove che l’esercito statunitense, insieme alle forze irachene leali al SIIC, stia preparando un’offensiva contro i sadristi e contro i partiti a loro legati, milizie e sindacati della città di Bassora, ricca di petrolio. Questa operazione potrebbe essere la più sanguinosa del nuovo anno e scatenare ribellioni contro l’occupazione in tutto il sud dell’Iraq.
 
Mentre continuano i massacri, diversi settori dell’elite dirigente statunitense stanno sfruttando la stessa carneficina da essi provocata per sostenere la tesi che l’esercito statunitense dovrebbe restare in Iraq per creare le condizioni necessarie alla “democrazia”. Questa propaganda altro non è che una sfacciata apologia del più grave crimine di guerra del XXI secolo, tuttora in corso. L’occupazione sta governando, con l’aiuto delle divisioni settarie e della repressione quotidiana dell’opposizione alla sua presenza. La condizione necessaria perché l’Iraq si riprenda dalla catastrofe sociale e politica causata dalla guerra è il ritiro immediato e senza condizioni dall’Iraq di tutte le truppe statunitensi e straniere.
 
Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare