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- popoli resistenti - iraq - 23-09-08 - n. 242
Traduzione dal francese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
Iraq, il ritiro delle truppe USA: “Uno show su misura per le elezioni americane”
Bush si appresta a ritirare 8.000 soldati dall’Iraq. Gli Stati Uniti hanno vinto la guerra? Lo abbiamo domandato allo specialista per il Medio Oriente, Mohammed Hassan.
di Danny Claes
Bush racconta agli elettori americani che le cose in Iraq migliorano progressivamente.
Mentre lo show mediatico entra nel vivo, è bene rivolgere l’attenzione ai fatti. Nel 2003, il barile di petrolio costava 27 dollari. Con l’occupazione dell’Iraq, gli Stati Uniti volevano acquisire il controllo delle enormi riserve petrolifere di questo paese. Questo controllo sull’Iraq avrebbe permesso agli Stati Uniti di manipolare i prezzi petroliferi e di dominare ancora più i loro concorrenti.
Di tutte queste belle prospettive, niente si è realizzato, al contrario. Oggi, il controllo sul petrolio iracheno è soprattutto apparente. Il petrolio è oggi a 101 dollari il barile, i concorrenti petroliferi degli Stati Uniti sono diventati molto ricchi e gli stessi Stati Uniti stanno conoscendo una profonda crisi finanziaria alle prese con una gigantesca montagna di debiti. In una tale situazione, parlare di progresso mi ha fatto pensare a qualcuno che cadendo dal tetto di un edificio di 100 piani, al piano 39 dice: “Fin qui, tutto bene”.
Tuttavia, i media agitano l’immagine di un prudente progresso sul campo.
Ci sono 145.000 soldati americani in Iraq e, inoltre, 35.000 uomini dei servizi d’informazione e circa 100.000 paramilitari (servizi privati di sorveglianza, ecc.). Si parla del “ritiro di 8.000 uomini”. Però, quello che in realtà Bush realizza è un’estensione pianificata, con lo spostamento delle truppe verso l’Afghanistan: un ricambio di 4.500 uomini. In conclusione, saranno ritirati 3.500 uomini, 1,25% delle forze d’occupazione sul campo. Quantità del tutto trascurabile, dunque. Ma intanto, all’elettore americano si può dire: “Siamo sulla buona strada, i nostri ragazzi ritornano tutti dolcemente a casa”. Ed è ciò che le persone vogliono sentire, perché due terzi della popolazione americana pensa che questa guerra in Iraq debba concludersi il più rapidamente possibile.
Da qui, si ha l’impressione che gli Stati Uniti riescano a dare responsabilità al governo iracheno, per ridurre così la loro presenza.
La verità è più complessa. L’occupazione americana dell’Iraq poggia su quattro pilastri. Il primo, e il più strategico, è rappresentato dalla costruzione e dall’approvvigionamento materiale ed umano di 48 basi militari, a partire dalle quali gli USA possono controllare militarmente l’Iraq ed i suoi vicini. Non di una riduzione o di ritiro delle truppe si tratta, ma di un investimento di miliardi di dollari e di una presenza militare permanente. Di ciò, non si è discusso durante la campagna elettorale. Obama non lo rimette neanche in discussione.
Il secondo pilastro è la privatizzazione della guerra e della sicurezza. Tutto lo sfruttamento economico - il saccheggio, piuttosto! - del petrolio iracheno, della distribuzione dell’acqua, ecc., è nelle mani delle multinazionali e protetta da eserciti privati. Se volete un’immagine efficace per descrivere il libero mercato nel ventunesimo secolo, guardate l’Iraq. Il saccheggio coloniale del Congo, a confronto, è uno stuzzichino.
Il terzo è la formazione di un esercito iracheno. Si parla molto di questo, ma il comandante in capo americano Petraeus [da poco sostituito da …., N.d.T.] è chiaro a questo proposito: avanza troppo lentamente, non funziona, abbiamo bisogno di più di tempo… La resistenza inasprisce i suoi attacchi nel cuore stesso di Baghdad ed il governo è impotente. L’esercito è un’accozzaglia di frazioni e partiti concorrenti, molti hanno legami con l’Iran… Un vero vespaio, per gli americani.
Ed il quarto pilastro?
È il programma di contro-insurrezione, il tristemente celebre programma Phoenix. Qui, si tratta di condurre una guerra sporca, com’è accaduto nel Vietnam, in Salvador, in Colombia… Del resto, gli specialisti di queste operazioni sono strettamente implicati nella guerra sporca in Iraq. Si tratta di un complicato groviglio di attentati militari, di manipolazioni e di menzogne mediatiche attraverso cui si vuole spezzare ogni opposizione all’occupazione. L’assassinio sistematico di intellettuali iracheni, in grado di tramutarsi nei rappresentanti di un’opposizione nazionale irachena contro l’occupazione, è la componente più tristemente celebre di questo programma.
Il principale successo di quest’operazione consiste in quello che, nei media occidentali, è presentato come un Iraq avvolto in un’interminabile guerra civile tra gruppi religiosi rivali.
Appena dopo l’occupazione dell’Iraq, è stato chiaro a tutti che la resistenza irachena si rivolgeva violentemente contro l’occupante americano. Lo si è pubblicato in lungo e in largo. A partire dal 2005, nella stampa internazionale si è completamente occultata la resistenza e non si parla d’altro che di Al-Qaeda, mentre questo gruppo non rappresenta un gran che sul campo. Ma non si può eliminare la resistenza accontentandosi di non parlarne per nulla.
Nella maggior parte delle province insorte, gli americani avrebbero dalla loro delle milizie sunnite.
Ancora un elemento dell’operazione Phoenix. Dall’inizio del 2007, si sono reclutati in pochissimo tempo 100.000 giovani uomini, diciamo come mercenari. Si è spesa una grande quantità di denaro. In Iraq, dove milioni di persone sono senza lavoro e sono diventate povere, non è molto complicato. Le milizie sunnite sono state organizzate dai clan sotto la direzione di capi di tribù che, sul posto, possono descriversi come signori della guerra. L’intenzione di questa operazione è di far scontrare la resistenza, tradizionalmente forte tra la popolazione sunnita, con i suoi rivali sul campo ed a scatenare così una guerra civile. La resistenza non ha abboccato a questa provocazione. Ha sospeso il grosso delle operazioni militari nella regione ed ha seguito una tattica intelligente. Elementi della resistenza si sono fatti arruolare come membri di una milizia, ed hanno ricevuto una sorta di reddito fisso ed un accesso alle armi. È stato ben giocato. Intanto, alcuni ferventi collaboratori pro-americani sono stati sistematicamente isolati. Le milizie non sono più attive tranne che nei loro villaggi. La resistenza pensa dunque a lungo termine ed ha l’intenzione di creare una larga unità nazionale tra il popolo iracheno