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da Osservatorio Iraq - www.osservatorioiraq.it
 
La Shell torna in Iraq
   
di Ornella Sangiovanni  
  
04/10/2008
 
A 36 anni dalla nazionalizzazione del settore petrolifero in Iraq, la Royal Dutch Shell è la prima compagnia internazionale a tornare nel Paese – con un ufficio nella capitale irachena.
 
La decisione fa seguito all’accordo firmato il 22 settembre con il ministero iracheno del Petrolio, per una joint venture nel settore del gas, che vedrà la compagnia anglo-olandese operare nella zona di Bassora, nel sud. Un accordo, si dice, il cui valore potrebbe raggiungere i 4 miliardi di dollari.
 
"Oggi ho inaugurato l’ufficio di Baghdad", ha annunciato Linda Cook , direttore esecutivo della Shell, lo stesso giorno in cui, nella capitale irachena, assieme al ministro del Petrolio Hussein al Shahristani, metteva nero su bianco l’intesa che darà alla compagnia il 49% della joint venture, mentre il 51% resterà al governo iracheno. Per la multinazionale petrolifera “si tratta di una pietra miliare”, ha aggiunto la Cook.
 
Certo, la mossa non è priva di rischi, e infatti i funzionari della compagnia non rivelano dove si trovi l’ufficio, tuttavia dicono che i piani sono di continuare a espandere la presenza in Iraq.
 
L’accordo concluso – in realtà ancora nella fase preliminare, a quanto riferito da Shahristani – prevede una partnership fra la Shell e la South Gas Company, la società di Stato irachena che gestisce i giacimenti di gas nel sud del Paese, per sfruttare il gas che si forma durante l’estrazione del petrolio, e che attualmente viene bruciato.
 
L’area di operazioni è la provincia di Bassora. Il gas liquido naturale prodotto – 20 milioni di metri cubi al giorno, secondo Shahristani - verrà inizialmente utilizzato per le esigenze del mercato interno, ma alla Shell dicono che in futuro, una volta soddisfatta la domanda locale, potrebbe anche essere esportato – nei Paesi del Mediterraneo e in Europa.
 
"L’Iraq ha una delle maggiori riserve di gas naturale al mondo, e sono lieta che il governo iracheno, compreso il ministero del Petrolio, abbia sostenuto la Shell come partner per la joint venture con la South Gas Company", ha detto la Cook, nel corso di una conferenza stampa assieme a Shahristani nella superfortificata Green Zone di Baghdad.
 
Non tutti però sono così entusiasti. Arrivano critiche, in particolare per il fatto che non c’è stata una gara d’appalto.
 
"Qui il grosso problema riguarda il fatto che tutta la cosa è stata fatta in segreto”, commenta Greg Muttitt di Platform, una organizzazione britannica che si occupa di monitorare le compagnie petrolifere, e negli ultimi anni ha lavorato molto sull’Iraq.
 
“Non ci dicono quali siano i termini dell’accordo” – sottolinea – “e perché non ci sia stata nessuna gara con presentazione di offerte". "Quello che è chiaramente successo qui è che un Paese sotto occupazione ha introdotto una politica petrolifera che è favorevole alle compagnie petrolifere occidentali”.
 
Ma a criticare non sono solo attivisti.
 
Issam Chalabi, un esperto petrolifero di fama internazionale che è stato ministro del Petrolio in Iraq dal 1987 al 1990, mette a sua volta in discussione il fatto che non ci sia stata gara d’appalto, e sostiene che l’accordo è andato alla Shell come una sorta di “bottino di guerra”.
 
"Perché scegliere la Shell quando si sarebbe potuto scegliere la ExxonMobil, la Chevron, la BG o la Gazprom? Sembra che la Shell paghi 4 miliardi di dollari per entrare in possesso di risorse che fra 20 anni potrebbero valere 40 miliardi di dollari”, ha commentato Chalabi con il Guardian. L’Iraq - ha aggiunto - sta dando via metà della sua ricchezza nel settore del gas per un lavoro che avrebbe potuto fare da solo.
 
L’ex ministro del Petrolio iracheno sa di cosa parla, e spiega che il suo Paese negli anni ’80 aveva speso 2 miliardi di dollari per realizzare un progetto di raccolta del gas nel sud che nel 1990 era pienamente operativo. Poi, nel 1991, è arrivata la guerra del Golfo, che ne ha danneggiato le infrastrutture - infrastrutture che i 13 anni di sanzioni economiche imposte dalle Nazioni Unite hanno impedito di riparare.
 
Ma dal 2003 non è stato fatto nulla, sottolinea Chalabi. Anche se – dice – “c’erano studi finanziati dal Giappone che mostravano come si sarebbe potuto farlo per poche centinaia di milioni di dollari”.
 
Fonti: Reuters, Agence France Presse, McClatchy Newspapers, New York Times, Guardian