www.resistenze.org - popoli resistenti - iraq - 24-03-09 - n. 266

da Michel Collon in www.ptb.be/hebdomadaire/article/irak-les-usa-se-cramponnent-a-leur-pouvoir-militaire.html
Traduzione dal francese per www.resistenze.org a cura di CT del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
 
Gli USA si aggrappano al potere militare
 
Obama ha dichiarato di voler ritirare una parte delle truppe americane stanziate in Iraq. Dopo sei anni di occupazione, le cose stanno finalmente per cambiare per gli Iracheni? Non subito, spiega Mohamed Hassan, specialista del Medio Oriente.
 
di Tony Busselen
 
Come descrivereste la situazione in Iraq dopo sei anni di occupazione americana?
 
Mohamed Hassan. Per la popolazione la situazione è catastrofica. L’instabilità e l’insicurezza nel paese sono più forti che mai. Malgrado la promessa fatta da Obama, lo scorso febbraio, di ritirare le truppe americane dall’Iraq, il numero di attentati dinamitardi resta alto.
 
Nelle città sono stati eretti muri per dividere i quartieri abitati dalle differenti comunità, che una volta vivevano tranquillamente insieme. Come era successo in Irlanda. Le donne, cemento della società, che un tempo erano considerate tra le più emancipate del mondo arabo, sono oggi per la maggior parte escluse dalla vita pubblica e assistono alla disgregazione della società.
 
La scorsa settimana, Oxfam International ha pubblicato un rapporto sulla condizione della donna in Iraq. Il 60% delle donne intervistate ha dichiarato che l’insicurezza rappresenta la loro maggiore preoccupazione. Il 55% ha dichiarato di essere diventata, dopo l’invasione americana del 2003, oggetto di atti di violenza diretta e indiretta. Il 40% è madre di bambini non alfabetizzati. Un quarto ha rivelato che la sua famiglia non ha un accesso costante all’acqua potabile.
 
Obama ha annunciato il ritiro di una parte delle sue truppe. Questo migliorerà la situazione in Iraq?
 
Mohamed Hassan. Assolutamente no. Per la semplice ragione che l’Iraq resterebbe comunque sotto occupazione statunitense. A Bagdad, è stata costruita la più grande ambasciata americana del mondo e questo è sufficiente per provare che gli Americani non hanno alcuna intenzione di lasciare l’Iraq. Obama ritirerà effettivamente poco più della metà dei suoi soldati ma oltre 100.000 mercenari resteranno in Iraq, così come 60.000 soldati fissi acquartierati in più di 58 basi militari, per i quali non è stato stabilito ancora nessun termine di rientro. Per sicurezza, tutti i soldati resteranno nel Paese fino alla fine delle elezioni, che si svolgeranno a dicembre. Ma sappiamo bene che lo scopo è quello di assicurare che le marionette pro-americane entrino a far parte del governo eletto. Obama, d’altronde, ha annunciato che invierà nuove truppe se il governo iracheno ne farà richiesta. Il comandante delle truppe americane, il generale Odierno, ha dichiarato la scorsa settimana alla rete televisiva ABC che ritirerà le truppe solo se tale sarà il desiderio del governo iracheno.
 
Si può sperare in una diminuzione degli atti di violenza tra le diverse comunità?
 
Mohamed Hassan. Proprio come all’epoca dell’occupazione britannica, l’obiettivo è di fare dell’Iraq un protettorato militare, politico e economico degli Stati Uniti. La balcanizzazione fa parte di questo processo. Prima dell’occupazione il livello di istruzione in Iraq era molto elevato e la popolazione viveva principalmente nelle città. Per evitare il rischio di una resistenza organizzata, gli Americani, nel corso di questi ultimi sei anni, si sono impegnati seriamente nell’applicazione di una politica di divisione e dominazione. L’esercito iracheno, che dispone di un effettivo di 100.000 uomini, è interamente al servizio dei partiti sciiti del governo. Nel nord del paese i leader curdi pro-americani dispongono di un proprio esercito. Quanto alle milizie sciite, esse continuano a perpetrare impunemente assassini etnici.
 
Gli americani pagano le milizie sunnite con il pretesto di combattere i terroristi di Al Qaida: potranno così ritirarsi nelle loro basi militari e lasciare che gli iracheni combattano tra loro mentre conservano il controllo sul paese e sul petrolio. Potranno inoltre approfittare della posizione strategica dell’Iraq per mantenere saldo il loro dominio in Medio Oriente.
 
Significa che gli Americani hanno vinto la guerra?
 
Mohamed Hassan. L’odio verso l’occupante americano è più diffuso che mai tra la popolazione. Abbiamo potuto vedere l’entusiasmo e la popolarità che ha raccolto il gesto del giornalista che ha lanciato le scarpe all’ex-presidente americano. Alcuni amici curdi-iracheni, che vivono in Belgio, che all’inizio dell’occupazione speravano in un miglioramento della situazione per i membri della loro famiglia, mi hanno confessato di aver perso tutta la loro simpatia per gli Americani.
 
La resistenza armata contro l’occupante rimane forte, tanto che gli Americani, nonostante controllino il paese, non sono in grado di sfruttare in modo produttivo o di esportare le immense ricchezze petrolifere irachene. Il loro obiettivo di distruzione dello stato iracheno mira inoltre a fare di Israele una potenza militare incontrastata nella regione. Ma anche qui hanno fallito e la vittoria di Hezbollah in Libano e la resistenza di Hamas a Gaza ne sono prova.
 
Secondo lei come si evolverà questa guerra?
 
Mohamed Hassan. Una cosa mi preoccupa ed è il fatto che più gli Stati Uniti sprofondano nella crisi economica, più si aggrappano al loro potere militare. Obama ha stimato un deficit di bilancio di 1.745 miliardi di dollari nel 2010. Una somma enorme e nonostante tutto Obama, che è giustamente stato eletto per le sue promesse di porre fine alla guerra in Iraq, sta portando avanti la stessa politica militare di Bush. Per il 2010, il nuovo presidente prevede un budget di 534 miliardi per le spese militari fisse dell’esercito americano - e di 513 miliardi per quest’anno – a cui si aggiunge la somma di 205 miliardi di dollari per le guerre in Iraq e in Afghanistan, portando l’ammontare delle spese militari per il 2010 alla cifra record di 739 miliardi di dollari. Per esempio, Obama prevede per quest’anno un taglio di 10 miliardi di dollari alla protezione ambientale e di 76 miliardi alle cure sanitarie e altre spese sociali.
 
Obama non ha ancora finito con l’Afghanistan.
 
Mohamed Hassan. In Afghanistan l’opposizione è ancora più forte che in Iraq. Obama prevede pertanto di aumentare le forze americane, puntando così ad un’intensificazione dello sforzo bellico.
 
Porta avanti la stessa politica promossa da Bush per spingere il Pakistan a lanciarsi in una guerra contro l’Afghanistan: questo porterà ad un allargamento della guerra afgana in Pakistan, il paese più popolato della regione. Se a tutto ciò si aggiunge il ricorso all’aggressività crescente dello stato di Israele e il tono minaccioso verso l’Iran, si comprende facilmente perché Obama ha scelto come ministro della Difesa colui che era già in carica sotto la presidenza Bush.