www.resistenze.org - popoli resistenti - iraq - 24-10-10 - n. 337

da Al-Ahram Weekly - http://weekly.ahram.org.eg/2010/1017/op13.htm
Traduzione dall'inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
 
La divisione dell'Iraq
 
La distruzione pianificata del paese e la trappola tesa al suo popolo
 
di Muhannad al-Azawi *
 
06/10/2010
 
L'occupazione statunitense ha fatto sprofondare l'Iraq nell'insicurezza e nel caos sociale e politico. Un guerra genocida si è presa quotidianamente centinaia di vite e ha compromesso il potenziale di risorse umane del paese, demolendo l'edificio dello stato moderno e facendo in modo che prevalesse la legge della giungla. Una combinazione questa che predispone un terreno fertile al terrorismo e alla violenza, che, a loro volta, hanno giustificato il mercato della sicurezza e l'invasione "soft".
 
Da subito, diversi settori arabi sottoscrissero l'impresa irachena ispirati dall’idea che ingraziandosi Washington avrebbero potuto ottenere un pezzo della torta. Ci sono chiari indizi che la torta sta per essere divisa in due parti, curda e araba, e, se non funzionasse, in otto piccoli stati. Alcuni settori arabi erano realmente interessati a promuovere questi piani, sebbene la loro applicazione potesse spingere la regione intera sull'orlo della guerra e del caos, e spostare sempre di più la bilancia regionale ed internazionale lontano dagli interessi arabi. Tuttavia sembra che, in questi giorni di caos arabo, i difensori e i promotori della divisione del paese abbiano concluso un patto con i mercanti di morte e i fedeli al dollaro di origine irachena.
 
Gli Stati Uniti si rifiutano di ammettere il peccato strategico compiuto con l’invasione dell'Iraq, cosa che rende questa situazione più complessa, specialmente alla luce dei valori in campo, con tutti i loro effetti negativi ed i rovinosi strumenti politici. Gli esperti dei centri di indagine politica e strategica, dei think tanks e dei centri decisionali degli Stati Uniti, hanno incolpato George W. Bush e la sua squadra di ideologi neoconservatori per il disastro politico, umanitario e della sicurezza che ha sconvolto l'Iraq, logorato l'efficacia della politica estera USA e contribuito all'espansione del ciclo di violenza e contro-violenza in Medio Oriente.
 
Tuttavia, gli avvenimenti cui attualmente assistiamo servono da prova insanguinata dei numerosi errori strategici che i vari settori dell’establishment statunitense hanno perpetuato per decenni, almeno dall'epoca successiva alla guerra del Vietnam. Attestano anche, ovviamente, la parzialità degli Stati Uniti in favore del loro principale alleato strategico, Israele, e la conseguente priorità assunta dalla forza militare come mezzo per conseguire obiettivi politici.
 
Sin dall’inizio dell'occupazione, gli Stati Uniti hanno applicato una politica di "partizione dolce" della società irachena attraverso il deplorevole processo politico messo in moto mediante l'imposizione di un insieme di strumenti giuridici e organi esecutivi progettati a tale fine. C'è anche una "partizione dura" che ha come obiettivo quello di mettere cunei fisici tra gli iracheni nelle città e province attraverso la creazione di un clima di conflitto interno. Il processo ha condotto a centinaia di assassini, alla deportazione di centinaia di migliaia di persone e all'eliminazione delle élite intellettuali. Andava diretto in particolare contro la classe media, perché al suo interno si trovavano le risorse tecniche e le competenze che avevano in precedenza gestito le istituzioni del paese. L'obiettivo era distruggere gli elementi di uno stato forte e unificato, e ciò ebbe come effetto di spianare la strada alla proliferazione e alla crescente ferocia delle milizie settarie ed etniche.
 
I decreti emessi dal famoso Bremer accordarono al nuovo sistema una patina di legittimità politica e giuridica, tracciando linee rosse che le nuove élite politiche, perfino adesso, non sono disposte ad attraversare o a modificare. Le leggi e i decreti dell'amministrazione dello stato, lo sradicamento del partito Baath, la dissoluzione dell'antico esercito iracheno e l'assimilazione delle milizie nelle nuove forze armate, la legge contro il terrorismo, la forma del nuovo governo e, di fatto, la nuova costituzione, sono stati progettati espressamente in vista dei piani di separazione. Qui di seguito i piani ufficiali per la partizione dell'Iraq diffusi recentemente:
 
1) Nel luglio 2006, venne pubblicato sul Armed Force Journal un progetto del Pentagono per la ristrutturazione del Medio Oriente, "Frontiere di sangue: Come sarebbe un Medio Oriente migliore?", scritto dal tenente colonnello in congedo Ralph Peters, un esponente del pensiero neoconservatore statunitense. Il progetto proponeva di ridisegnare la mappa della regione con l'obiettivo di preservare il controllo di Israele su tutti i territori occupati arabi e palestinesi, e salvaguardare la pace e la stabilità regionali, da un lato per mezzo del potere di dissuasione dell'opprimente superiorità militare israeliana, e dall'altro attraverso la frammentazione di Iraq, Siria e Arabia Saudita in piccoli stati ostili fra loro. Il piano prevedeva la creazione di un "grande Kurdistan", composto dalle tre province del nord dell'Iraq, compresa quella ricca di petrolio Kirkuk, e da parti di Iran, Siria, Turchia, Armenia e Azerbaigian. Il pretesto dichiarato è la "restaurazione dei diritti storicamente calpestati delle minoranze".
 
2) Agli inizi di maggio 2008, Joseph Biden, che era allora senatore democratico del Delaware, e Leslie Gelb, presidente onorario del Consiglio per le relazioni estere del senato, chiesero la divisione dell'Iraq in tre regioni autonome: una curda, una sunnita ed una sciita.
 
3) "The case for soft partition in Iraq" [Il caso della partizione dolce dell'Iraq] è un documento politico rilasciato dal "Saban Centre for Middle East Policy" che fa parte della Brookings Institution, di Washington. Nel documento si discute la praticabilità della divisione dell'Iraq in regioni confessionali ed etniche vincolate da un governo federale. Oltre a valutare i possibili rischi e quanto era stato fatto fino a quel momento, il documento offre raccomandazioni per superare le difficoltà che dovrebbero affrontare le diverse parti. Il progetto fatto conoscere come "Piano B" dai suoi autori, Edward Joseph, docente alla Brookings Institution, che servì nelle forze di mantenimento della pace delle Nazioni Unite nei Balcani, e Michael O'Hanlon, specialista in sicurezza nazionale statunitense e membro della Brookings Institucion, anche lui nelle forze di peace keeping dell'ONU in diversi paesi. Tenendo conto di questo elemento comune nei loro precedenti non è sorprendente che forze di peace keeping congiunte lungo le frontiere delle tre regioni svolgano un ruolo chiave nel loro progetto.
 
4) In un discorso pronunciato nell’agosto 2010 sul ritiro delle truppe statunitense dall'Iraq, il vicepresidente Biden sollecitò curdi, sciiti e sunniti a "condividere la ricchezza ed il potere e mettere fine alle differenze". La formula è un chiaro riferimento agli strumenti politici destinati a promuovere e perpetuare il triangolo etnico-confessionale del progetto di divisione.
 
Tutti gli iracheni devono stare in guardia contro i piani statunitensi e sionisti diretti ad avanzare nel progetto di divisione dell'Iraq. Di seguito le informazioni più rilevanti di tali progetti:
 
1. Nord dell'Iraq:
 
Nel discutere questa questione usiamo in modo assolutamente neutrale i fatti che seguirono al collasso del sistema precedente, di cui uno dei segni più rilevanti fu il costante tentativo dei partiti separatisti curdi di monopolizzare l'accesso al potere, la capacità di influenza e le ricchezze a spese di uno stato iracheno unificato. Hanno tentato di rafforzare la loro cultura nazionale separatista attraverso diverse pratiche e istanze che dividono gli iracheni in cittadini di prima, seconda e terza categoria. Tali influenze hanno creato una generazione politica completamente nuova, ferma nel convincimento della secessione, del partitismo etnico e di un piccolo stato indipendente proprio, sebbene le milizie dei partiti curdi si fossero scontrate tra loro durante il decennio del 1990 per ragioni relative a dispute familiari, e riguardanti ricchezze e saccheggi.
 
Inoltre, nell'epoca successiva all'invasione, si constata un uso sempre più frequente dell’espressione "aree contese". La nozione contrasta in modo inquietante con l’idea e la realtà di uno stato unificato. Considerando però Kirkuk, produttrice di petrolio, insieme alla fertile Mosul e a tutte le province che costituiscono i depositi strategici dell'Iraq al centro della lotta, si comincia a percepire il motivo per cui tale espressione ha fatto proseliti.
 
Non appena dileguati i fumi dell'invasione, i rappresentanti delle industrie petrolifere straniere ed i loro referenti politici si affrettarono a raggiungere il nord dell'Iraq, dove ottennero incentivi finanziari per introdurre nella costituzione irachena disposizioni a beneficio della privatizzazione degli asset strategici del paese, in modo tale che questi potessero essere dati in mano ai capi dei partiti a struttura familiare del nord.
 
La milizia curda peshmerga conta più di 80.000 effettivi forti e dotati di armi del vecchio esercito iracheno confiscate nel 1991 e 2003. Nell'autunno 2008, tre aeroplani C-130 carichi di armi leggere atterrarono a Suleimaniya. Poco dopo si accese uno scontro tra i miliziani curdi e le forze del governo centrale a Janqin e nei paesi vicini. Né il governo, né la stampa ne fecero menzione.
 
Le forze di occupazione hanno addestrato le milizie curde per qualche tempo. Ma perché, per quale motivo ed in che condizioni? Responsabili statunitensi hanno manifestato apertamente il timore di una guerra arabo-curda. L'ambasciatore degli Stati Uniti, Ryan Crocker, ha amplificato questa preoccupazione esaminando gli avvenimenti relativi alla formazione del governo. Si è tirata anche in ballo [la rivista] Foreign Policy con l’articolo "Quello che gli Stati Uniti hanno lasciato in Iraq". Il testo parla delle aspirazioni curde di assumere il controllo delle zone arabe e dell'imminente esplosione del "barile di polvere da sparo arabo-curdo”. Questo fantasma si fa sempre di più vicino, a giudicare dall'allarmante evoluzione politica attuale.
 
2. Sud dell'Iraq
 
Le richieste di aiuto dal sud dell'Iraq hanno generato in quelle province una corsa febbrile alle armi tale da alzarne il prezzo di cinque volte. Ciò accade sullo sfondo di una proliferazione di autorità religiose, del frastuono delle loro ideologie e propaganda, della ferocia crescente nella lotta per il potere e l’influenza, e dell'espansione delle loro milizie. Ci sono attualmente almeno 14 milizie con alleanze, orientamento ideologico e fonti di finanziamento differenti, oltre alla presenza di un governo ideologicamente schierato e che si muove con fervore settario. Il sud dell'Iraq non si è solo trasformato in terreno fertile delle milizie, come si trattasse di una nuova professione, ma anche in luogo di detenzione, tortura sistematica e di intenso riarmo della regione. Questa situazione caotica trabocca di pericoli imprevedibili, non ultimo quello di una riproduzione della sindrome libanese o somala, che potrebbe essere deliberatamente provocata alimentando i conflitti o perfino incoraggiando una guerra civile, apparentemente in risposta alle voci che ora si levano a favore della secessione di Bassora o della Provincia del Sud, senza includere la Provincia Centrale dell’Eufrate che attualmente si sta internazionalizzando come il "Vaticano sciita".
 
3. Centro dell'Iraq
 
Il centro e il nord dell'Iraq vacillano dal 2005 sotto il flagello di una guerra civile. In un contesto nel quale i partiti confessionali hanno monopolizzato gli strumenti di potere e le nuove istituzioni di governo, la politica di esclusione, le violazioni dei diritti umani, la pulizia etnica, la fame imposta, le detenzioni di massa e gli assassini sistematici si moltiplicano senza freno. Se avessimo accesso al numero incalcolabile di persone che vengono arrestate ogni giorno, noteremmo che la maggioranza lo è per ragioni che hanno a che vedere con la lealtà di setta e la gelosia di classe, e che se si formulano imputazioni contro di loro senza nessuna prova concreta. Il recente incidente di Falluja offre la testimonianza più evidente. La preferenza per la repressione, l'uso della tortura e di altre forme di maltrattamento fisico e psicologico è il denominatore comune dei nuovi politici. L'opportunismo e l'avidità sono anch'essi tratti comuni. Un governo arabo ha lavorato alla separazione della provincia di Al-Inbihar in una regione autonoma e questo scopo ha assunto una squadra di mercenari politici locali e mercanti di morte. Il disegno è condannato al fallimento perché la popolazione di Al-Inbihar sta in guardia contro il progetto. C'è anche in corso un tentativo affinché si riconosca internazionalmente la separazione di Kirkuk come provincia, in conformità con una proposta del rappresentante delle Nazioni Unite. La proposta del Saban Centre è che siano l'ONU e la Lega Araba ad incaricarsi della partizione dell'Iraq e il caso del Sudan testimonia tali progetti.
 
In sintesi, ci sono molte ragioni per temere che i think tanks e le imprese dei mercenari occidentali proseguano ostinatamente nell'alimentare conflitti e fomentare guerre civili mediante le divisioni etniche e confessionali in Iraq. Questo dove condurrebbe l'Iraq ed il popolo iracheno? Evidentemente ad una soluzione simile a quella della Somalia, cioè verso la divisione dello stato. Con dozzine di milizie che operano fuori dal controllo delle autorità centrali, sottostanti unicamente agli ordini dei loro partiti e bramosi di agire, e con elementi terroristici infiltrati nel paese, il terreno è propizio per tali esperimenti.
 
Quasi sette mesi dopo la farsa delle elezioni irachene patrocinate dagli Stati Uniti, l'Iraq sperimenta un aumento dell'agitazione politica che minaccia tutto il popolo iracheno. Questo clima incoraggia tanto la classe dei mercenari, demagoghi, trafficanti del settarismo e del sangue iracheno, come quelli che salgono a bordo del treno patriottico col proposito di ingannare il popolo iracheno, di renderlo cieco dinanzi al complotto che si sta ordendo per dividere l'Iraq e per il quale sono conniventi con gli ideatori.
 
Nel frattempo, niente è realmente cambiato nel tragico scenario iracheno. La crudele occupazione ancora pesa sul popolo iracheno in tutto il paese nonostante la sistematica campagna di propaganda. Le televisioni possono mostrare immagini del ritiro delle truppe ma, in realtà, ciò che sta avendo luogo è una diminuzione delle unità, spostate in Afghanistan, e sottili cambiamenti nel modo di fare la guerra. Allo stesso tempo, il controverso impianto giuridico continua a essere in vigore nonostante, anche questo, sia stato completamente minato da diverse macchinazioni politiche, con l'eccezione della privatizzazione del primo ministro dei partiti confessionali, l'immortale benché ufficialmente spirato articolo 140, la clonata la Legge antiterrorismo statunitense, applicata fanaticamente e in modo pregiudiziale per far tacere gli oppositori politici, e il suo contrario, la Legge di amnistia usata per assolvere i ladri e gli assassini che sono riusciti a scalare i vertici governativi. In quanto alle cosiddette forze armate governative, esse fondano la loro azione sulle voci calunniose e settarie di spie a libro paga.
 
Ci sono milioni di iracheni profughi, tanto in Iraq come all'estero, che sono vittime del terrorismo internazionale e di quello delle milizie. Ci sono un milione di vedove e cinque milioni di orfani. Decine di migliaia di detenuti sono morti o marciscono nelle prigioni irachene. L'esercito dei disoccupati raggiunge il 70% della popolazione, tuttavia, l'Iraq importa manodopera straniera. Se queste cifre si riferissero a vittime statunitensi, tutto il mondo protesterebbe furiosamente. Abbiamo visto il presidente Obama congratularsi con il suo esercito, ma non dire una parola di scuse al popolo iracheno per il suo olocausto. Apparentemente, i popoli del terzo mondo non sono altro che combustibile e foraggio per le guerre degli Stati Uniti.
 
Quindi, incoraggiamo il popolo iracheno affinché non cada nella trappola dalla divisione del paese e dello scontro civile, e distrugga i deleteri fondamenti del settarismo politico. Il vero ed autentico popolo iracheno deve unire le sue forze per lottare contro i piani che hanno come obiettivo lo smantellamento dell'Iraq, la divisione del suo popolo, e l'assunzione del controllo delle sue fonti di ricchezza. A tale scopo essi devono sviluppare e seguire un piano di lavoro per rilanciare il potere in Iraq, per ripristinare e salvaguardare la stabilità e l'equilibrio in questa regione e nel mondo. Dopo tutto, le chiavi del potere e dell'influenza irachena continuano ad esserci, occorre però la volontà comune di usarle.
 
* Muhannad al-Azawi è direttore del Centro Saqr di Studi Strategici.
 
 

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