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- popoli resistenti - iraq - 18-01-11 - n. 347
Traduzione dall'inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
Quando la distruzione provoca ripugnanza
di Ron Jacobs
06/01/2011
Il gennaio di venti anni fa il mondo viveva in attesa dello scoppio di una guerra annunciata. Era il 16 gennaio 1991 quando la coalizione a guida Usa dava inizio all'attacco contro l'Iraq, che si concludeva dopo poco più di due mesi.
Milioni di persone in tutto il mondo scendevano nelle strade per opporsi alla guerra. Da Washington a Londra, da Berlino a Tokyo, dal Bangladesh a Gaza, proteste di massa avevano luogo durante i mesi successivi all'attacco del 16 gennaio. Io stesso presi parte a una delle più coinvolgenti manifestazioni contro la guerra cui abbia mai partecipato, proprio il giorno prima dell'attacco. Avvenne a Olympia, la capitale dello Stato di Washington. Circa 3.000 persone (in una regione con una popolazione di circa 100.000) si riunirono per marciare verso il Campidoglio di Washington. Occupammo l'edificio rimanendoci diverse ore. Ecco una breve descrizione del momento da un saggio che scrissi molti anni fa (che appare nel mio libro "Tripping Through the American Night-Ron"):
"Quando la maggioranza delle persone raggiunse l'area del parcheggio dinanzi al Campidoglio, Peter Bohmer cominciò a parlare. Tenne un discorso entusiasmante di venti minuti, che collegava la lotta per la giustizia con la lotta contro la guerra imperialista e poi esortava tutti ad unirsi a lui all'interno del Campidoglio, dove avevano intenzione di presentare una petizione per chiedere al Parlamento dello Stato di Washington di approvare una risoluzione che si opponesse alla guerra contro l'Iraq. I manifestanti si avviarono verso la porta. Quando entrarono, la polizia chiese loro di lasciare lì le bandiere. Una volta dentro, la gente cominciò di nuovo e con entusiasmo a cantare "No alla guerra!". Sebbene la maggior parte di noi era rimasta alla rotonda, circa 500 manifestanti andarono alla ricerca della porta d'ingresso alle camere. Finalmente, trovatane una, entrarono a frotte nella sala. L'assemblea era stata chiusa in anticipo a causa della manifestazione e la sala era vuota. Ma non lo fu per molto. Pochi minuti dopo, quasi un migliaio di persone la stipavano, cantando, parlando e ballando. Alcuni degli organizzatori cominciarono a pianificare una strategia a lungo termine. Richiamato il gruppo all'ordine, espressero il desiderio di occupare la camera fino a che i deputati non avessero risposto alla petizione. Nel frattempo, le forze di polizia si andavano raccogliendo all'esterno e la stampa dava la sua versione dei fatti attraverso la CNN. Nel giro di un'ora, la notizia dell'azione si era diffusa e molti altri media giunsero alla previsione che i manifestanti avrebbero proseguito la protesta per lungo tempo. In serata, la maggior parte dei compagni aveva lasciato la camera. Alcuni andarono a casa. Ma la maggioranza si unì a una veglia di preghiera che era cominciata un'ora prima nella rotonda del Campidoglio".
Il giorno dopo, le proteste contro l'attacco si accesero ovunque. Ma le condanne sono cadute nel vuoto. George Bush, il Congresso e il Pentagono volevano porre fine alla sindrome del Vietnam una volta per tutte, non importava come. Terminata una fase della guerra, con il ritorno di alcuni soldati americani che cominciarono a partecipare a manifestazioni di vuoto nazionalismo che comprendevano una serie di parate e generali che lanciavano la palla iniziale nelle partite della Major League di baseball, gli iracheni cercarono di ricostruire il loro paese come meglio potevano, mentre i soldati statunitensi venivano lasciati soli con i loro demoni. Durante la guerra, morirono meno di 500 tra soldati statunitensi e di altri paesi della coalizione, ma più di 50.000 iracheni. È stato stimato che nel corso degli anni oltre un milione di iracheni morirono a causa delle sanzioni imposte contro il loro paese dagli Stati Uniti (con la complicità del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite). Aerei da guerra statunitensi e britannici hanno continuato a svolgere raid contro l'Iraq, definiti ricognizioni, attaccando a volte le città irachene e le posizioni militari. Innumerevoli veterani statunitensi si ammalarono e/o morirono per cause legate alla guerra, e fra queste un nuovo fenomeno medico che divenne noto come Sindrome della Guerra del Golfo.
Le sanzioni e i voli di ricognizione non segnano in verità un periodo di pace. Quando si guarda indietro, è facile vedere che quegli eventi sono stati solo un'altra fase della guerra ventennale di Washington contro l'Iraq, una guerra che continua ancora oggi. Come tutti sappiamo, è una guerra che nel 2003 ha rotto gli argini diventando ancora più serrata quando George W. Bush seguì le orme di suo padre lanciando una fase ancora più sanguinosa. Questa fase ha portato alla morte di centinaia di migliaia di iracheni, la morte di oltre 4.400 soldati statunitensi e di diverse centinaia di soldati e lavoratori provenienti da altre nazioni. Una guerra la cui distruzione è stata quasi completa, che ha raggiunto molti degli obiettivi perseguiti, mentre altri sono stati offuscati e alcuni dimenticati o abbandonati. Nel Medio Oriente, Israele è ancora più forte di quanto lo era venti anni fa. Il governo di Saddam Hussein è stato completamente distrutto. Il prezzo del petrolio degli Stati Uniti non è a buon mercato e il controllo di Washington su di esso non è sicuro. E, soprattutto, l'Iraq è in totale rovina e continua a subire (tra le altre cose) le esplosioni di autobombe, il banditismo, la corruzione dilagante e la persistente mancanza di infrastrutture che sono state distrutte dalle forze statunitensi all'inizio della guerra del 1991, ricostruite dai tecnici irakeni e nuovamente distrutte nella fase della guerra iniziata nel 2003.
La morte, la distruzione e la sofferenza scatenate contro il popolo e la nazione dell'Iraq dagli Stati Uniti si distinguono come uno dei crimini più atroci della storia dell'umanità. Ma ancora nessuno ha dovuto rispondere per questo. Al contrario, molti dei principali responsabili di questo crimine sono presentate come persone rispettabili e anche dotate di principi morali. Sono premiati e gli vengono riconosciute onorificenze. George Bush il vecchio siede con Bill Clinton nelle organizzazioni che raccolgono fondi per le vittime del terremoto di Haiti, mentre le loro mani grondano il sangue di iracheni innocenti. Tony Blair è stato nominato inviato in Medio Oriente in rappresentanza delle Nazioni Unite. Bush il giovane e molti esponenti della sua amministrazione fanno profitti scrivendo libri, tra cui, nel caso di Bush, quelli che descrivono la sua complicità nella moltitudine di crimini di guerra in Iraq per conto degli Stati Uniti d'America. Forse dovrebbero firmare i loro libri col sangue degli uccisi. Generali e politici lucrano sui crimini conosciuti sotto molti nomi, come: Desert Storm, Shock and Awe, Operation Iraqi Freedom e ora Operation New Dawn. Infine, anche Barack Obama potrebbe trovarsi a fare l'eco a Lady Macbeth, mentre cerca un modo di lavare il sangue dalle mani. Oppure finirà con l'essere innocente come tutti gli assassini che lo hanno preceduto?
Ron Jacobs è uno scrittore e saggista statunitense. Scrive regolarmente per Counterpunch
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