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- popoli resistenti - iraq - 24-01-11 - n. 348
Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
Il nuovo grido di Fallujah
di Juana Carrasco Martín - Juventud Rebelde
17/01/2011
Il pianto che non cessa… Diversi anni dopo i bestiali attacchi statunitensi del 2004, Fallujah resta una "notizia". Stanno per essere pubblicate dall'International Journal of Environmental Research and Public Health le conclusioni di un nuovo studio scientifico riguardante le malformazioni natali, le malattie tumorali, le sofferenze croniche del tubo neurale e le cardiopatie che sono aumentate dopo quegli attacchi e che in pratica distrussero questa città di 350.000 abitanti (650.000 con le tre aree rurali attigue)
Soltanto le nascite con malformazioni sono quasi 11 volte maggiori rispetto al tasso normale. Durante il mese di maggio per esempio, nell'ospedale generale della città sono nati 547 bambini ed il 15% di loro presentava mutazioni e alterazioni. Neanche il bilanciamento dei sessi corrisponde più ai valori naturali, riporta un altro studio, perché dall'inizio dell'invasione dell'Iraq nel 2003 nasce il 15% in meno di maschi.
Uno degli autori della ricerca citato dal periodico britannico The Guardian, il tossicologo Mozhgan Savabieasfahani, ha cautamente dichiarato: "Noi sospettiamo che la popolazione sia cronicamente esposta ad un agente ambientale. Non sappiamo quale, ma stiamo facendo ulteriori ricerche per trovarlo".
Ma non sono tanto sconosciuti alcuni degli agenti causanti le anormalità che colpiscono principalmente le donne in gravidanza: ci sono "metalli coinvolti nella regolazione della stabilità del genoma" - aggiunge lo scienziato e precisa - "i metalli sono potenzialmente buoni candidati delle cause delle alterazioni alla nascita".
Ovviamente, ci sono i proiettili all'uranio impoverito (DU- depleted uranium) utilizzati nei due grandi assalti alla città - uno in aprile e l'altro nel novembre del 2004 -, le bombe al fosforo bianco ed altri componenti di armi chimiche o radioattive proibite dalle convenzioni internazionali. Si valuta che l'uranio impoverito permanga nell'ambiente come agente inquinante per un periodo di 4.500 milioni di anni.
Un grido eterno per Fallujah, che allora registrò altri danni evidenti: 7.000 case, 8.400 negozi, ambulatori e magazzini e altri edifici completamente distrutti; 65 moschee e santuari religiosi demoliti; 59 scuole di tutti i livelli; 13 edifici governativi; due stazioni elettriche, tre impianti di depurazione delle acque, le due stazioni ferroviarie e gravi danni al sistema di fognario della città ed al ponte occidentale; quattro biblioteche bruciate e con esse migliaia di libri e antichi manoscritti islamici, e si sa che fu una distruzione intenzionale il bombardamento del sito storico e del castello Saqlawia Abu al-Abbas al-Safah.
I morti? Per "neutralizzare" Fallujah nell'aprile del 2004, si conoscono i nomi di 749 persone assassinate. Una cifra parziale, perché questi sono gli identificati… Non ci sono i nomi della massa di civili che persero la vita nel secondo attacco, ma furono ancora di più. Sono caduti vittime delle armi chimiche anche centomila animali domestici e selvatici.
Ovviamente, gli aggressori negano la loro responsabilità per i "danni collaterali" che nascono oggi, irreversibili e riproducibili, garanti di un dolore eterno.
E sanno molto bene di aver già gettato quel seme maligno nel 1991, quando durante la guerra di Bush padre, usarono criminalmente l'uranio impoverito nei bombardamenti di Bassora e di altre città, dove il celebre scienziato Helen Caldicott ha riscontrato come da allora i bambini nati con malformazioni e tumori risultavano sette volte di più della norma.
La scomoda verità
Nella misura in cui la realtà è sconveniente, la si nasconde per quanto è possibile. Un attivista di una Ong che testimoniò alla 15° sessione del Consiglio di Diritti umani delle Nazioni Unite, Nahoko Takato, disse: "Quando visitai Fallujah nel 2009, fu molto difficile ottenere il visto d'ingresso (alla città). È circondata da posti di blocco… In fondo, solo chi ha un'identificazione fornita dall'esercito nordamericano può accedere. (…) I cittadini di Ramadi possono entrare a Fallujah a piedi, ma non con i propri automezzi, perché hanno bisogno di un documento speciale che è molto difficile da ottenere… Forse l'esercito statunitense teme che un internazionale possa raccogliere prove dell'inquinamento, le tracce di uranio….".
Non voglio parlare di punizione divina, perché se fosse così allora dovrebbero essere altri ad espiare la colpa. Tuttavia, gli invasori-uccisori, le braccia dei potenti padroni del complesso militare-industriale-mediatico, si stanno trasformando anche in vittime dei loro stessi crimini.
Non imparano dalle loro lezioni, quella del Vietnam, per esempio, dove l'Agente Orange, utilizzato, tra le altre cose, come defoliante per affamare alla morte un popolo combattente, lasciò una scia nefasta di malattie tumorali, feti malformati ed altre conseguenze che ancora fanno sentire i loro effetti sull'ecosistema e sulla popolazione vietnamita, ma che segnarono anche ai soldati statunitensi e la loro discendenza.
Lo scorso novembre, il quotidiano The Oregonian ha riferito che in un esposto avanzato da 32 soldati della Guardia nazionale dello stato dell'Oregon, si indicava come il consorzio Kellogg, Brown and Root - la KBR dell'allora vicepresidente Dick Cheney – fosse al corrente, sulla base di esami medici realizzati nel 2003, che le truppe statunitensi erano state esposte al cromo esavalente in Iraq, un agente cancerogeno utilizzato nell'impianto Qarmat Ali per il trattamento delle acque, diretto dalla KBR.
Il cromo esavalente era proibito negli Stati Uniti, ciononostante in Iraq il vento portava la polvere arancione fino ai posti dove erano dislocati i soldati, benché i lavoratori dell'impianto utilizzassero maschere antigas, ma la KBR non cessò di utilizzare il prodotto chimico. Ovviamente lo assorbirono anche i contadini residenti nelle vicinanze, ma di questi non ci si preoccupa e chissà quando gli si rivelerà il problema.
Tuttavia, la vicenda non si limitò soltanto ai soldati dell'Oregon. Istanze simili sono state avanzate da militari dell'Indiana, West Virginia e Gran Bretagna. E, quel che è peggio, la maggior parte dei soldati non ha saputo di essere stata esposta a sostanze chimiche corrosive che cinque anni dopo il servizio in Iraq.
E se si considera l'uranio impoverito, presente nei proiettili sparati in Fallujah e in generale in tutti i campi di battaglia iracheni, si scopre che esso è parte integrante dell'arsenale statunitense e delle nazioni sue alleate, malgrado contamini non solo il gene umano ma tutte le specie viventi.
Fin dalla prima guerra del Golfo, in cui migliaia di giovani rimasero avvelenati, il Pentagono cercò due nomi per le malattie dai molteplici sintomi: PTSD (Disturbo post-traumatico da stress) e GWS (Sindrome della Guerra del Golfo); ma non riconobbe mai che la loro genesi si sarebbe potuta trovare in parte nell'uranio impoverito ed in altri componenti chimici delle armi utilizzate, a cui erano esposti anche i soldati.
A 20 anni dalle operazioni Desert Shield e Desert Storm, iniziate il 2 agosto 1990 da George Bush padre, e dall'inferno che ne è seguito, provocato da George W. Bush figlio, si sa che almeno un quarto dei 697.000 uomini e donne che servirono nella prima Guerra dal Golfo (1990-1991) sono affetti da malattie croniche e "inspiegabili".
Parlano di stanchezza, mal di testa, fibromialgia, insonnia o disturbi del sonno, perdita di memoria, comportamento irritabile, perdita di peso anormale, sintomi cardiovascolari, neurologici e neuropsicologici, disturbi mestruali, problemi della pelle e disfunzioni respiratorie e gastrointestinali e dispepsia, come di tumori e leucemia.
L'uranio impoverito, radioattivo fino al 60% rispetto all'uranio naturale, chimicamente tossico e quasi due volte più denso del piombo, che è stato rilasciato dal materiale contenuto nelle migliaia di proiettili e nelle corazze di centinaia di carri armati, si è trasferito sul suolo statunitense.
Tra 315 e 350 tonnellate di uranio impoverito furono utilizzate nella prima guerra del Golfo, e si stima che in quella attuale ne siano state usate cinque volte di più.
Il risultato è inquietante e potrebbe essere interpretato come delitto e castigo per coloro che utilizzano vergognosamente queste armi per imporre col ferro e il fuoco il proprio dominio sul mondo, con l'intento di accrescere l'impero degli Stati Uniti e le tasche dei ricconi, i veri criminali che, per adesso, "dormono bene", mentre Fallujah piange.
Le armi all'uranio impoverito
Per quanto si sa, l'esercito Usa cominciò a sviluppare le armi all'uranio impoverito nel 1968. Nel 1973 le passò a Israele affinché le impiegasse nella guerra di Yom Kippur contro le nazioni arabe. Le utilizzarono anche nella guerra dei Balcani e, ovviamente, nell'attuale scenario bellico afgano.
Come per le altre armi, anche quelle all'uranio impoverito vengono testate e sono presenti nei poligoni statunitensi come quello di Fallon, nello stato del Nevada, e da Portorico fino al Pacifico, tanto che si stima che 42 paesi o territori siano inquinati e 29 nazioni abbiano acquistato l'uranio impoverito dal grande fornitore: gli Stati Uniti.
Il professore giapponese K. Yagasaki, ha calcolato che 800 tonnellate di uranio impoverito sono equivalenti a 83.000 bombe di potenza uguale a quella lanciata dagli Usa su Nagasaki, e che Washington dal 1991 nelle sue guerre ha utilizzato l'equivalente di 400.000 bombe atomiche del tipo lanciato su quella città giapponese.
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