www.resistenze.org
- popoli resistenti - iraq - 27-06-11 - n. 370
Pubblichiamo una riflessione di Cesare Allara sollecitata dalla lettera di un lettore del Corriere della Sera, a cui risponde Sergio Romano sulle colonne del quotidiano il 16 giugno. La lettera poneva alcune domande: Come mai sui giornali dell’epoca non è stato riportato questo comportamento scorretto del Kuwait? Come mai l’Arabia Saudita e l’OPEC non sono intervenuti sul Kuwait per fargli rispettare l’impegno contratto?
1991: Invasione del Kuwait
di Cesare Allara
21/06/2011
Le questioni sollevate dalla sua lettera pubblicata sul Corriere della Sera del 16 giugno scorso sono molte, sono cruciali per comprendere gli eventi mediorientali del 1990/1991 e seguenti, e certamente non possono essere esaurientemente trattate nel poco spazio a disposizione dell’ambasciatore Sergio Romano. Provo quindi ad allargare un poco i ragionamenti con la seguente premessa.
Non so cosa pensasse e scrivesse l’ambasciatore Romano nel 1990/1991 all’epoca della seconda guerra del Golfo, ma se avesse detto e scritto ciò che ha risposto a lei, l’ambasciatore Romano sarebbe stato incluso nella lista degli amici di Saddam Hussein, dei nemici degli Stati Uniti d’America e della civiltà occidentale, come l’allora corrispondente della RAI Lucio Manisco.
Dopo l’invasione del Kuwait del 2 agosto 1990, si possono contare sulle dita di una mano i paesi e i capi di Stato che si batterono effettivamente per la ricerca di una composizione pacifica del conflitto interarabo. Fra costoro vanno menzionati Cuba e lo Yemen (all’epoca membri non permanenti del CDS dell’ONU), che pur condannando l’invasione del Kuwait, nelle decine di risoluzioni prodotte dall’ONU contro l’Iraq fra l’agosto 1990 e il gennaio 1991 si astennero o votarono contro.
Occorre ricordare la posizione sempre intransigente della Chiesa e di molti suoi esponenti a cominciare ovviamente da papa Giovanni Paolo II che nel suo messaggio natalizio definì la guerra ormai alle porte “un’avventura senza ritorno”, e che negli anni Novanta condannerà sempre senza attenuanti l’embargo dell’ONU che provocherà 1,5-2 milioni di morti. Ma anche il patriarca cattolico di Gerusalemme Michel Sabbah che, nel settembre 1990, mentre le truppe della coalizione affluivano massicciamente in territorio arabo, dichiarò: “Questa invasione di truppe occidentali è un nuovo colonialismo, è una nuova crociata. E’ l’Occidente che vuole le ricchezze del mondo arabo”. Nonché il patriarca cattolico-caldeo iracheno Raphael I Bidawid: “Si ritiri questa marea di truppe USA, arrivate da noi con forza, con rabbia, solo per amore del petrolio”.
Solo Yasser Arafat e re Hussein di Giordania tentarono di trovare una soluzione ragionevole per tutti del conflitto. In verità ci furono altri tentativi di mediazione, come ad esempio quelli di Gheddafi del 4 agosto e di Mitterrand del 24 settembre, ma durarono lo spazio di pochi giorni, sempre sprezzantemente rifiutati dagli USA che volevano andare a tutti i costi alla prova di forza.
Arafat era riconoscente verso l’Iraq che, già prima di Saddam, non aveva ghettizzato gli esuli palestinesi in campi profughi, come ad esempio avevano fatto Libano e Siria, ma aveva concesso loro affitti a prezzo politico, denaro, terra per costruirsi case, quartieri che oggi sono parte integrante della capitale Baghdad. Saddam fu il maggior finanziatore della lotta per la liberazione della Palestina: sono noti, ad esempio, i cospicui risarcimenti inviati ai familiari delle vittime della repressione israeliana. Sugli edifici pubblici iracheni, così come nella simbologia baathista, era normale veder sventolare assieme alla bandiera irachena anche quella palestinese, mentre in molte cerimonie pubbliche l’ambasciatore di Arafat occupava un posto in prima fila, vicino alle massime autorità irachene. Non mancò anche una proposta di pace irachena. Parlando all’Assemblea Generale dell’ONU il 5 ottobre 1990, il delegato iracheno espose la soluzione di Saddam, una soluzione globale dei problemi del Medio Oriente: “L’ONU non ha mai contemplato l’uso della forza per costringere Israele a rispettare le risoluzioni sulla Palestina: se davvero la pace e la giustizia stanno loro a cuore, allora trattino allo stesso modo la crisi del Golfo, quella del Libano e quella della Palestina. La soluzione sta nella mia proposta di negoziare un nuovo ordine nel Medio Oriente: in caso contrario, sia pure guerra”. Con la caduta di Saddam nel 2003, decine di migliaia di lavoratori palestinesi presenti in Iraq pagheranno con l’espulsione anche violenta dal paese la benevolenza del rais nei loro confronti.
La Giordania, non avendo risorse naturali, ha sempre vissuto degli aiuti o se si preferisce, dell’elemosina dei paesi occidentali e dell’Iraq. Ad esempio, l’Iraq di Saddam Hussein ha sempre rifornito di petrolio la Giordania ad un prezzo simbolico. Ma è stata anche la paura che un conflitto nel vicino Iraq avrebbe provocato verso la Giordania un’ondata di profughi persino superiore a quella palestinese, che fece di re Hussein il paladino della pace, tanto da essere accusato da Bush sr di aver “fatto propria la causa irachena”. In una conferenza stampa ad Amman il 22 agosto 1990, il sovrano hascemita svela l’inganno degli USA: “Invito tutti alla sanità mentale, a riflettere, ad analizzare con cura ciò che viene presentato loro. Qualcuno ha visto pericoli che dal mio punto di vista non esistevano. Non c’è mai stato un ammassamento di truppe irachene alla frontiera saudita. Riyad fu male informata” (Re Hussein si riferisce a quella delegazione USA, di cui facevano parte fra gli altri l’allora segretario alla Difesa Dick Cheney e il sottosegretario agli esteri Paul Wolfowitz, che quindici giorni prima, il 7 agosto, aveva definitivamente convinto un bendisposto re Fahd ad accettare la protezione statunitense permettendo l’ingresso di truppe sul sacro suolo saudita, mostrando foto aeree false in cui si vedevano spostamenti di truppe irachene verso la frontiera dell’Arabia: iniziava così l’operazione Desert Shield). Un mese dopo, il 22 settembre, in una lettera aperta diretta al Congresso e al popolo americano letta dalla CNN, afferma: “La presenza degli Stati Uniti e delle forze alleate sul territorio dell’Arabia Saudita che ospita le reliquie islamiche più sacre deve terminare al più presto, per evitare conseguenze d’incalcolabile gravità che potrebbero lasciare il segno per generazioni e generazioni”. Memorabile per lucidità il suo intervento da vero patriota arabo al parlamento giordano del 17 novembre 1990: “I nostri sforzi per riconciliare Iraq e Kuwait sono stati frustrati da posizioni estreme e dal dispiegamento di forze militari straniere sul territorio arabo. Da Bush solo un rabbuffo a Israele per l’uccisione di 18 palestinesi davanti alla moschea di Al Aqsa a Gerusalemme il mese scorso. Nel Golfo invece escalation militare, posizioni inflessibili, strangolamento economico: due pesi e due misure. Questa condotta sfacciata e senza vergogna ci conferma che la politica delle potenze non è dettata dalla difesa dei principi o della legittimità. I loro veri obiettivi discendono dal desiderio di controllare il nostro destino e le risorse della nazione araba. Due pesi e due misure anche all’ONU: nessun entusiasmo nel chiedere l’applicazione delle risoluzioni sulla questione palestinese, mentre nel caso del Golfo non solo le risoluzioni sono state approvate, ma sono state seguite con energia e determinazione da misure coercitive come l’embargo economico, il blocco e anche la minaccia di ricorrere all’uso della forza”.
Tutti gli altri paesi, per i più svariati motivi avevano interesse ad attaccare l’Iraq e a respingere qualsiasi proposta di pace, da chiunque fosse formulata. La volontà di giungere a tutti i costi a far guerra all’Iraq è testimoniata dalle parole dell’ex presidente USA Carter che a guerra iniziata dichiara: “Bush non ha mai seriamente negoziato con Saddam Hussein. Gli ha rivolto un ultimatum, ha minacciato di processarlo come criminale di guerra, e ha eliminato ogni alternativa alla conquista e alla distruzione dell’Iraq. Era inevitabile che Saddam non cedesse”. Sarebbe molto lungo esaminare questi interessi. Ne cito solo due per titoli. I paesi arabi più l’Iran avevano interesse a ridimensionare le ambizioni personali e territoriali di Saddam Hussein.
Gli USA, grazie anche alle salate quote di partecipazione versate dai paesi della coalizione, guadagnarono economicamente molto dalla guerra, oltre che strategicamente. Tanto che, a guerra finita, l’11 giugno 1991 Bush sr e il responsabile della Riserva Federale Alan Greenspan annunciarono che, proprio grazie ai contributi ricevuti per le spese sostenute nell’operazione Desert Storm dagli altri paesi della coalizione, gli Stati Uniti registravano il primo saldo positivo nella bilancia dei pagamenti dal 1982. Un Bush sr molto euforico esclamò: “Se posso prendere in prestito un termine di Wall Street, mi sento un torello sull’economia”.
I giacimenti petroliferi di Rumayla sono situati proprio al confine fra Iraq e Kuwait e sono stati oggetto di diverse contestazioni. L’Iraq accusò il Kuwait di aver trivellato per anni in senso obliquo quei pozzi, prelevando quindi anche quantità di petrolio situate in territorio iracheno. Oltre ad un congruo risarcimento per chiudere la partita dei pozzi sul confine, l’Iraq chiese l’annullamento del debito contratto per la guerra contro l’Iran combattuta a detta di Saddam anche per difendere il Kuwait, un prestito di 10 milioni di dollari, un tratto di costa kuwaitiana con le isolette di Warba e Bubiyan con acque profonde adatto a poter costruirci un porto per grandi petroliere, ed infine la cessazione di una politica di svendita a basso prezzo del greggio che in quel periodo era di poco superiore ai 10 dollari al barile.
Due sole osservazioni, anche se potrebbero essere un’infinità, per non tediare. Per giustificare l’aggressione all’Iraq, i governi e la stampa occidentale, trascurarono volutamente di sottolineare come la questione dei confini in Medio Oriente è una responsabilità da addebitarsi in toto alle potenze imperialiste, Gran Bretagna in testa. I confini che si ritrovano oggi i popoli arabi in Medio Oriente, ma anche in Africa ad esempio, sono quelli disegnati dai paesi imperialisti per soddisfare le loro esigenze energetiche e strategiche. Ai popoli arabi della regione non è stata mai richiesta democraticamente la loro opinione in proposito. Esistono perciò ancora oggi paesi che sono una pura e semplice invenzione occidentale: il Libano, i vari piccoli emirati, il Kuwait, l’Iraq stesso nonché, dulcis in fundo, Israele (non vi è alcuna ragione al mondo perché debbano essere i palestinesi che non c’entrano nulla coll’antisemitismo, essendo semiti pure loro, a espiare l’eterno senso di colpa degli occidentali verso gli ebrei e a sopportarne le conseguenze). Ecco perché i confini sono sempre stati causa di conflitti; per restare al solo Iraq basterà ricordare la querelle sui confini settentrionali con la Turchia negli anni Venti, la minaccia di invasione del Kuwait nel 1961 ad opera del primo governo repubblicano di Qassem che fu prontamente stoppata dallo sbarco di ingenti truppe britanniche a Kuwait City, il dissidio con l’Iran sull’Arabistan e sullo Shatt al Arab che sfociò nella guerra, l’eterna questione kurda, e infine l’invasione del Kuwait per conquistarsi uno sbocco al mare, che sir Percy Cox negli anni Venti non aveva previsto se non per 50 miseri chilometri.
Sulla politica petrolifera, l’Iraq governato dal Baath fu sovente in dissenso con gli altri paesi arabi produttori. Ciò fu in gran parte dovuto al diverso uso che dei proventi petroliferi fu fatto. Le monarchie del Golfo, avendo reinvestito i loro proventi petroliferi nelle imprese occidentali, avevano interesse a rifornire a basso prezzo l’Occidente di tutto il petrolio di cui abbisognava, anche sforando il più delle volte le quote OPEC. L’Iraq socialista invece, che aveva ereditato dalla monarchia un paese arretrato, investiva quasi la metà dei suoi profitti in armamenti, nell’industrializzazione e nella modernizzazione delle strutture, e aveva quindi tutto l’interesse a non svendere il suo petrolio.
Naturalmente ci sarebbero molti altri aspetti, ma mi fermo qui …
Torino, 21 giugno 2011
Cesare Allara
|
|
Sostieni una voce comunista. Sostieni Resistenze.org.
Fai una donazione o iscriviti al Centro di Cultura e Documentazione Popolare.
Support a communist voice. Support Resistenze.org.
Make a donation or join Centro di Cultura e Documentazione Popolare.
|