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- popoli resistenti - iraq - 10-02-12 - n. 396
Traduzione dall'inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
I media nascondono il massacro di cui sono responsabili gli Stati Uniti
Danny Lucia - La Grand Soir
07/02/12
Nella guerra usamericana* sono morti più di un milione di iracheni.
Questa frase contiene un test decisivo. La reazione immediata di molti è d’incredulità…perché gli USA non lo farebbero mai. O perché crimini di questa portata non ne avvengono più o perché avvengono solo in posti spaventosi che gli Stati Uniti non hanno ancora liberato.
Un milione di morti è una cifra che ci fa esclamare "perché non è stato fatto nulla per impedirlo?" Certamente, è una cifra che colloca gli Stati Uniti nella categoria dei grandi crimini della storia. Chi non lo crede e non lo vuole accettare non può ammettere che si tratti di una cifra autentica. I cervelli di costoro rifiutano tale possibilità come se fosse un virus strano.
Noam Chomsky ha scritto: "Il segno di una cultura veramente totalitaria sta nel fatto che le cose importanti per la gente hanno perso ogni significato e in questo caso saprebbero solo rispondere con ingiurie".
Di fatto, è stata proprio questa la reazione dei media alla cifra di un milione di morti nel 2007, quando è stata annunciata dai sondaggi di Opinion Research Business (ORB). In realtà, quell’agenzia confermava la conclusione di uno studio condotto l’anno precedente da ricercatori dell’Università John Hopkins pubblicato nel giornale di medicina The Lancet.
Vediamo, ad esempio, Kevin O’Brien, redattore capo del Cleveland Plain Dealer. Quando ha ricevuto la mail che informava sui risultati della ricerca di ORB, che fra i suoi clienti ha il Partito Conservatore Britannico e Morgan Stanley, ha risposto: "Toglietemi dalla vostra mailing list e lasciatemi fuori dalla vostra propaganda!".
"Noi non contiamo i cadaveri!" è stata la celebre risposta del generale Tommy Franks quando un giornalista gli ha fatto domande sulle vittime civili. Ma non è l’unico caso.
Fra i lugubri commenti dell’ultimo mese a proposito della fine della guerra in Iraq,difficilmente si trova una cifra sulla quantità di morti delle vittime irachene. I corrispondenti hanno ripetuto che i dati delle vittime irachene "non si conoscono", il che dimostra che i media hanno per i morti iracheni lo stesso interesse per la quantità di foglie morte in un incendio forestale.
Ciò che Mary Milliken di Reuters ha scritto é tipico: "Oggi stiamo commemorando un’ignota quantità d’iracheni e 4.500 statunitensi morti in questa guerra." uanti statunitensi sono morti, Mary? Quasi 4.500 quanti iracheni? Oh, lo sapete, sono tanti.
"Una quantità sconosciuta" significa che non c’è una stima possibile dell’esatta cifra delle vittime irachene. Invece, di stime ce ne sono due; un’organizzazione chiamata Iraq Body Count (IBC) ha stimato la quantità di iracheni morti in circa 110 mila sulla base di relazioni dei media e delle statistiche del ministero della Sanità. IBC ammette che questa cifra è sicuramente inferiore al reale perché gli eserciti occupanti e i combattenti delle guerre civili settarie non hanno l’abitudine di tenere questa contabilità, ma non è d’accordo con l’alta cifra di ORB e John Hopkins sopra citata.
Senza voler entrare in un dibattito metodologico, sono disponibili alcune cifre che permetterebbero di farsi un’idea delle perdite civili in Iraq. Ma i giornalisti come Kevin O’Brien e Mari Milliken non le fanno conoscere. Il silenzio che regna su queste cifre non è il prodotto di una cospirazione ma risulta dall’evidenza che certe cifre sono incompatibili con la mentalità imperiale statunitense.
Prendiamo un’alta cifra funesta di un decennio precedente. Secondo il Fondo per l’Infanzia dell’ONU, 500 mila bambini iracheni sono morti negli anni 90 a causa delle sanzioni imposte dall’ONU (su pressione degli Stati Uniti) che impedivano l’ingresso di medicine e di altri prodotti di prima necessità. Nel 2000, il coordinatore dell’aiuto umanitario dell’Onu ha rinunciato per protestare contro le sanzioni, due anni dopo che il suo predecessore aveva fatto lo stesso. Entrambi, esperti diplomatici, usarono in seguito la parola "genocidio" riferendosi alla politica statunitense. Se chi legge lo ignorava o lo aveva dimenticato, sappia che non è l’unico. Questo vale anche per chi ha deciso di attaccare l’Iraq. Non c’è altra spiegazione del fatto che la strategia di guerra di occupazione statunitense si basava sulla presunzione che i suoi soldati sarebbero stati accolti, dai padri di quei 600 mila bambini, come liberatori. (Le sanzioni, d’altra parte, non erano state imposte al nord curdo, l’unica parte dell’Iraq che non ha fatto resistenza all’occupazione statunitense).
Non è un caso che la maggioranza dei militanti pacifisti più impegnati sono rivoluzionari, di un colore o di un altro. Siamo capaci di capire l’atrocità commessa contro l’Iraq perché siamo radicali e viceversa. Noi, i rivoluzionari, ci confrontiamo con la saggezza convenzionale che ci accusa di essere fanatici del motto "il fine giustifica i mezzi", senza preoccuparci del sangue versato perché vogliamo trasformare la società. Ma è stata Madeleine Albright, la Segretaria di Stato di quell’epoca, che a proposito della morte di 500 mila bambini iracheni ha detto: "era il prezzo da pagare". Ed è stato Leon Panetta, attuale segretario della difesa che ha usato la stessa espressione a proposito della seconda invasione e dell’occupazione dell’Irak.
Tutte quelle parole sono l’espressione di un ordine fanatico, cui tutti dovremmo opporci con tutte le nostre forze.
* Ho usato il vocabolo "usamericano" al posto del tradizionale "americano" perché i popoli di Nord, Centro e Sud America non accettano di essere inclusi nelle politiche di questa parte del continente che si chiama Stati Uniti e che è l’unico delle Americhe che non ha un nome proprio.
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